Riforme. Renzi alla Camera, in un’Aula abbandonata dalle opposizioni. Il suo discorso? Demagogico, come in un talk show

Riforme. Renzi alla Camera, in un’Aula abbandonata dalle opposizioni. Il suo discorso? Demagogico, come in un talk show

La Conferenza dei capigruppo della Camera ha confermato il calendario d’aula delle Riforme costituzionali respingendo la richiesta delle opposizioni, che ora minacciano ostruzionismo. L’aula inizierà martedì alle 15 il voto sugli articoli del ddl Renzi-Boschi, con la possibilità di una seduta notturna. Non essendo contingentati i tempi non è ancora possibile stabilire quando ci sarà il voto finale. Intanto, è questa la notizia che dà il senso di quanto è accaduto nel corso di questo intenso pomeriggio alla Camera, in cui ha preso la parola Matteo Renzi, per sostenere il suo punto di vista e quello del governo sul Ddl Boschi, giunto alla sesta ed ultima lettura. Le opposizioni avevano chiesto alla presidente della Camera Boldrini di rispettare la settimana di campagna elettorale in vista del Referendum di domenica 17 aprile, rinviando la discussione e il voto sul Ddl costituzionale. Come si è detto, la Conferenza dei capigruppo ha stolidamente deciso di andare avanti, chiudendo entro questa settimana la pratica. Ciò significa che il referendum confermativo potrebbe essere anticipato rispetto alla previsione della data in ottobre? Può darsi. Converrebbe a Renzi, infatti, qualora l’articolo 138 dell’attuale Costituzione lo permettesse, votare il referendum confermativo il 19 giugno, ad esempio, in coincidenza con il ballottaggio nelle maggiori città italiane. Altrimenti, francamente, non si capisce questa accelerazione del tutto antidemocratica, che stride, e parecchio, con l’evocazione della democrazia decidente che lo stesso Renzi ha avanzato nel suo lungo discorso. La data del 17 aprile, infatti, per la celebrazione del referendum sulle trivelle è stata decisa dal governo, lasciando inascoltate le richieste di approfittare di un election day, risparmiando così 300 milioni di euro, e consentendo il quasi certo raggiungimento del quorum. Data questa straordinaria contraddizione, è parsa davvero demagogica, retorica, falsa, la perorazione della democrazia che Renzi ha usato come una clava contro le opposizioni contrarie al Ddl Boschi di “deforma” costituzionale. Un premier invita all’astensione, fingendo di non accorgersi di aver commesso un reato (come ha giustamente fatto rilevare il costituzionalista Michele Ainis), e dà lezione di democrazia alla Camera?

Le opposizioni hanno abbandonato l’Aula. Le parole del premier stigmatizzate da Scotto e da D’Attorre, Sinistra Italiana

È da questa premessa che le forze di opposizione parlamentare hanno deciso di abbandonare l’Aula, lasciando ai loro capigruppo il compito di motivare. È in questo clima di alta tensione politica, da lui stesso creata e alimentata ad arte, che Renzi ha tenuto il suo discorso dinanzi ad un’Aula semivuota, e che avrebbe dovuto essere la prova del nove dello statista autentico. Così non è stato, anzi si è lasciato andare alla peggiore demagogia. Immediatamente stigmatizzata da Arturo Scotto, capogruppo di Sinistra Italiana e  da Alfredo D’Attorre. Scotto ha dichiarato infatti: “Il presidente del Consiglio, dopo non aver ascoltato una sola parola delle forze di opposizione non può chiederci di rimanere in aula ad ascoltare un monologo degno più di un talk show che di un’aula parlamentare. Chiedo a Renzi più rispetto per il Parlamento, innanzitutto in nome di un passaggio così delicato come può essere la revisione di un terzo della Costituzione”. D’Attorre: “è vergognoso che Renzi accusi le forze di opposizione di essersi sottratte al confronto parlamentare dopo una giornata in cui non si è degnato di ascoltare un solo intervento in dissenso dalle sue posizioni e ha degradato la Camera a strumento di uno show televisivo. Un simile atteggiamento è semplicemente indegno per chi ha la responsabilità di guidare il governo del Paese”.

La sintesi del discorso del premier: un’autocelebrazione

In quella surreale situazione, dunque, Renzi si è esercitato in un monologo in effetti più volte ascoltato in televisione, rivolgendosi ad opposizioni assenti. Prudenza da statista avrebbe richiesto ben altro spessore al suo intervento, a partire dalla legittimità di scelte relative a riforme costituzionali che incideranno notevolmente nella vita democratica degli italiani. E uno statista autentico non lega una riforma così importante al suo destino politico. Invece l’ha fatto: “Non si doveva legare referendum alla mia persona? Confermo e ribadisco, se possibile. La nascita di questo governo è dovuta al fatto che il precedente esecutivo si era bloccato, l’accettazione dell’incarico era subordinata ad un impegno preso con il presidente della Repubblica e i parlamentari per l’approvazione di alcune riforme. Qualora non vi fosse il consenso popolare su questa che è la più importante delle riforme, è principio di serietà politica trarne le conseguenze”. Per la cronaca, il suo intervento in Aula passa per 25 punti, risposte ad altrettante contestazioni da parte dei detrattori delle riforme costituzionali del governo: dal combinato disposto Italicum-Riforme che metterebbe eccessivo potere nelle mani di un solo partito, alla figura del premier; dal motivo ispiratore della riforma, alla scelta di tenere un referendum al termine di essa. Renzi si sofferma su ognuno di questi aspetti, senza tuttavia convincere. “Ho preso terribilmente sul serio le critiche delle opposizioni che oggi – accusa – sono scappate. Avere adempiuto a un obbligo morale, giuridico, politico e culturale è stato l’unico modo con cui oggi siamo degni di rappresentare il popolo italiano”.

Cita alcuni padri costituenti, del tutto minoritari, ma dimentica che la Costituzione fu un patto tra le grandi forze popolari uscite dalla guerra e dalla Resistenza al nazifascismo

Ampia serie di citazioni di padri costituenti. Renzi si richiama, per esempio, a Meuccio Ruini, relatore, che “parla di ‘gravi difficoltà sulla seconda parte, ad esempio sulla composizione delle Camere e sulla legge elettorale’ pochi giorni prima della firma da parte di De Nicola”. Ricorda, il presidente del Consiglio che “chi ama il contributo della sinistra cattolica ricorda non solo gli interventi dei ‘professorini’ ma gli appuntamenti successivi, che inviterei a rileggere, come il convegno dei Giuristi Cattolici del ’51, il primo in cui prende la parola La Pira da sindaco”. Poi tocca a Dossetti, nel corso della medesima occasione, “a proposito di crisi del sistema costituzionale italiano”. Figure che, avverte, “noi consideriamo troppo spesso come figurine ma che dovremmo imparare a leggere e rileggere”. Un misero tentativo, non riuscito, di trovare in alcuni padri costituenti un appiglio teorico-politico. Appiglio inutile, perché il capo del governo dimentica che la Carta costituzionale del 1946-48 fu il frutto di un grande, straordinario, compromesso tra tutte le forze politiche e culturali uscite dalla guerra e dalla Resistenza, tra De Gasperi, Togliatti, Nenni, ovvero tra democristiani, comunisti, socialisti, tutte forze popolari del Paese. A loro si deve l’attuale assetto istituzionale, la cui riforma non è affare del governo, ma del libero dibattito delle forze politiche in Parlamento. Libero dibattito che, come sappiamo, non vi è stato.

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