Pakistan. L’arcivescovo di Lahore: “l’attentato ha colpito cristiani e mussulmani”. La polizia procede ad arresti contro i talebani

Pakistan. L’arcivescovo di Lahore: “l’attentato ha colpito cristiani e mussulmani”. La polizia procede ad arresti contro i talebani

La polizia pakistana sta indagando per identificare tutti i responsabili dell’attentato della domenica di Pasqua a Lahore, a nord est del Pakistan, rivendicato dal gruppo Jamatul Ahrar, nel quale un kamikaze si è fatto esplodere fra le famiglie che trascorrevano la Pasqua nel Gulshan-e-Iqbal Park della città. È scattato l’arresto per 15 persone coinvolte, tra cui ci sarebbero anche tre fratelli del giovane kamikaze, identificato come Yousuf, 28 anni. È salito a 72 il numero dei morti, di cui 30 bambini, e 350 i feriti, bilancio confermato da un responsabile del governo della provincia del Punjab.

Nel corso di un’intervista all’emittente cattolica Tv2000, l’arcivescovo di Lahore, Sebastian Fancis Shaw, ha affermato: “La società è rimasta scioccata dall’attentato. Ieri sera tutti i medici sono stati subito richiamati al lavoro. Anche tanta brava gente, musulmani, cristiani e molti giovani sono corsi a donare il sangue. Hanno prestato aiuto anche tanti alunni musulmani che studiano nella nostra scuola cattolica. Hanno agito insieme, non da cristiani o musulmani. Forse per la prima volta la gente ha operato come un’unica nazione pachistana”. L’arcivescovo di Lahore ha poi proseguito, facendo chiarezza: “In questo attacco sono stati colpiti cristiani e musulmani. Insieme condividono questa sofferenza. Probabilmente lo scopo degli attentatori era quello di uccidere i cristiani, ma sono stati colpiti anche tanti musulmani”. “Abbiamo celebrato le messe di Pasqua nelle nostre chiese – ha ricostruito monsignor Shaw – fino a verso le tre del pomeriggio. Dopodiché le persone si sono recate nei parchi, allo zoo o in luoghi di divertimento. E tante famiglie sono andate al Gulshan-e-Iqbal Park. L’attentato è avvenuto verso le sette meno un quarto”. E ancora: “Questa mattina dopo le preghiere, verso le 11, insieme ad alcune suore e altre persone impegnate nel dialogo interreligioso, ci siamo recati negli ospedali e lì ci hanno comunicato che i morti erano circa settanta. Tra le vittime anche alcuni bambini molto piccoli di sei, sette anni”. Nelle parrocchie di Lahore sono stati già celebrati i primi funerali: “C’erano madri che avevano perso mariti o figli – ha raccontato mons. Shaw – è stato molto difficile provare a consolare queste famiglie. Siamo andati da tutti quelli che soffrivano sia cristiani che musulmani. E loro sono stati contenti della nostra compagnia. Gli abbiamo assicurato la vicinanza di Cristo. Anche Gesù con la croce sulle spalle è caduto tre volte, ma ogni volta si è rialzato”. Mons. Shaw è anche il presidente della Commissione per il dialogo interreligioso dei vescovi pachistani: “Ho convocato immediatamente una riunione della commissione per cercare di creare la pace. E’ un cammino arduo e molto difficile ma dobbiamo lavorare sodo per costruire una società in pace e in armonia”.

La presidente della Camera Laura Boldrini in un twit ha scritto: “Dolore e cordoglio per terribile strage contro cristiani a #Lahore. Vile ferocia su donne e bambini. Non rassegniamoci a orrore quotidiano”. Il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, condanna lo “spaventoso attacco terroristico” avvenuto a Lahore, chiedendo che gli autori vengano “portati al più presto davanti alla giustizia”. Ban invita il governo pakistano a “fare tutto il possibile per adottare misure che garantiscano la sicurezza personale di coloro che vivono nel Paese, comprese le comunità religiose di minoranza”.

Papa Francesco, al termine del Regina Coeli, in Piazza San Pietro, ha parlato anche dell’attentato a Lahore, definendolo “crimine vile e insensato”. “Ieri nel giorno della Santa Pasqua, in Pakistan c’è stato un esecrabile attentato, che ha fatto strage di persone innocenti riuniti in un parco giochi”, ha affermato il pontefice. Poi il suo appello alle autorità civili “perché compiano uno sforzo per dare sicurezza alla popolazione e in particolare alle minoranze religiose”, ribadendo che “odio e violenza conducono solo a dolore, distruzione”.

Secondo la World Watch List 2016 pubblicata il 13 gennaio scorso dalla ong internazionale Porte Aperte, l’anno scorso sono stati uccisi 7.100 cristiani, rispetto ai 4.344 del 2014. le chiese attaccate, invece, sono state oltre 2.400, contro le 1.062 dell’anno precedente. La persecuzione dei cristiani nei vari continenti nel 2015 è aumentata complessivamente del 2,6 per cento. Tra il 2014 e il 2015 il numero di cristiani uccisi nel mondo a causa della fede che professano è aumentato quindi del 63% ed è più che raddoppiato il numero di chiese cristiane distrutte. In molti paesi essere cristiani diventa di giorno in giorno più difficile, innanzitutto a causa del diffondersi dell’estremismo islamico, ma anche a causa dell’arrivo dei nazionalisti al potere, come in India. Questa è la realtà fotografata nell’Indice mondiale redatto sin dal 1997 da Porte Aperte (Portes ouvertes). E se tra il primo novembre 2014 e il 31 ottobre 2015 sono stati uccisi nel mondo a causa della fede che professano almeno 7.100 cristiani, “questo dato riguarda unicamente le uccisioni per cui si hanno prove certe, e quindi è una sottostima della realtà”, afferma Michel Varton, direttore di Porte Aperte Francia. Come per l’anno precedente, il Paese in cui è stato registrato il numero più alto di omicidi di cristiani è la Nigeria (4.028), seguita dalla Repubblica Centrafricana (1.269). Mentre il luogo dove sono state distrutte più chiese è la Cina, 1.500 su un totale mondiale per il 2015 di 2.406. Nonostante questo, il paese dove i cristiani sono maggiormente perseguitati è la Corea del Nord, prima nella classifica stilata da Porte Aperte per ben 14 anni consecutivi. “Qui chi viene scoperto ad essere cristiano è mandato nei cosiddetti campi della morte”, dice Varton. Ma almeno in Corea del Nord la persecuzione dei cristiani è rimasta costante tra il 2014 e il 2015, come anche in altri sei paesi inseriti nell’Indice, che contiene in tutto 50 Stati. In 36 paesi invece la persecuzione è aumentata, mentre è diminuita solo in sette. Gli Stati in cui è stata registrata la crescita più forte sono l’Eritrea, salita in un anno dal nono al terzo posto nell’Indice, il Pakistan passato dall’ottavo al sesto, e il Tagikistan ora al 31/mo posto e che l’anno scorso occupava la 45/ma posizione. Nell’Indice dei 50 paesi con più persecuzioni sono inoltre entrati quest’anno il Bahrein e il Niger.

Share

Leave a Reply