Le primarie da strumento di partecipazione a luogo di corruzione. Roma e Napoli, la politica inquinata

Le primarie da strumento di partecipazione a luogo di corruzione. Roma e Napoli, la politica inquinata

Ma davvero le primarie sono un grande strumento di partecipazione? In teoria sì, anche se occasionale, nel caso di elezioni che si svolgono nel corso degli anni, ammnistrative, politiche. Insomma partecipazione una tantum, vengo, voto, mi iscrivo in un fantomatico registro giurando che voto centrosinistra che nessuno guarderà mai, pago un minimo contributo e ci rivediamo alla prossima occasione. Questo quando va bene.  La realtà di oggi ci fa dire dire che si riempiono i gazebo e si svuotano i circoli, una volta sezioni del Pd, il luogo in cui si fa, o meglio si dovrebbe fare politica, dove si forma, o meglio si dovrebbe formare, dal basso, una classe dirigente, a partire da chi rappresenta i cittadini nelle istituzioni, da  quelle dei territori fino alle istituzioni nazionali. La pratica delle primarie riguarda solo il Pd, nasce quando con l’assemblea tenuta al Lingotto, un segno dei tempi, si comincia a parlare del “partito liquido” a fronte di quello “solido” rappresentato dalle sezioni del Pci. La nascita dell’Ulivo, la “mescolanza” fra cattolici democratici e comunisti, socialisti europei poi, trasferiti nel Pds, “progressisti”, ha bisogno di nuovi strumenti di partecipazione e nell’idea veltroniana le primarie sono la carta per una unificazione in un solo partito di due correnti di pensiero profondamente diverse.

 La grande partecipazione per la candidatura di Romano Prodi,  la nascita dell’ Ulivo

Un caso a parte, ovviamente, le primarie per scegliere il capo della coalizione di centrosinistra, presidente del Consiglio dei ministri, l’Unione per le elezioni politiche tenute nell’ottobre del 2005 quando votarono  circa 4.311.000 persone, poco meno di un decimo dell’elettorato nazionale. Sette i candidati, Prodi, Bertinotti, Di Pietro, Mastella, Panzino, Pecoraro Scanio, Scalfarotto. Alle urne prevalse Prodi, Ulivo, con 3.182.000 voti (il 74,1% dei consensi). Quando viene eletto Veltroni, siamo al 2007, alle urne sono tre milioni e mezzo, di cui quasi tre vanno a lui. Quando viene eletto Bersani, nel 2009, alle urne tre milioni, nel 2013 ancora in calo con 2.800.000 votanti quando vince Renzi. Interessante vedere la differenza fra i voti degli iscritti e quelli dei “cittadini”.

Nel voto degli iscritti al Pd  Renzi non ebbe la maggioranza

Nel voto degli iscritti Renzi non ebbe la maggioranza Pd. Renzi se ne aggiudica 133.852, il 45,34%, Cuperlo 116 mila, il 18,21, Civati 27.8611, il 9,43%. Il voto dei “cittadini”, vede Renzi a 1.889.500 pari al 67,5%, Cuperlo a 510.000, 18,21 %, Civati 399.000, 14,24%. Nel voto degli iscritti l’attuale segretario e premier non ha la maggioranza, 45,34% contro il 48% di Cuperlo. Civati poi lascerà il Pd. Supera appena il 51% con i voti di Gianni Pittella. Inutile dire che proprio questo meccanismo ha consentito a Renzi di avere a “disposizione” una direzione dove può contare su una larga maggioranza, che i rapporti di forza fra gli iscritti sono profondamente cambiati, che in tanti hanno lasciato il partito, altri da bersaniani sono diventati renziani come è avvenuto nei gruppi parlamentari. In realtà il partito ha cambiato volto, scelte politiche, organizzazione.

Praticamente annullati gli organismi dirigenti dei circoli. A Roma ci ha pensato Orfini

Gli organismi dirigenti dei circoli praticamente annullati. A Roma, in particolare, ci ha pensato il “commissario” Orfini, che è anche presidente del Pd. Il partito degli iscritti non ha voce. Proprio le primarie hanno trasformato il Pd in un partito che opera al di fuori delle proprie sedi. Un partito degli apparati, dei “clientes” che ognuno si tiene ben stretto ed “usa” nei momenti delle primarie. I “cittadini” che costituiscono il pacchetto di mischia. Non c’è da meravigliarsi se ormai le primarie sono accompagnate da episodi a dir poco spregevoli, ed anche da banali idiozie. Basta richiamare, a questo proposito, due fatti:  gli euro che sono finiti nelle tasche dei votanti a Napoli, dove Bassolino ha perduto per una incollatura e il gonfiamento delle schede bianche a Roma. Duemila schede in più o in meno non cambiano segno al flop clamoroso.

Il ruolo oggi di un partito di sinistra. I luoghi delle scelte politiche

Allora qualche riflessione su quale sia il ruolo, oggi, di un partito di sinistra,  ci sembra  doverosa. Forse è proprio l’aver scelto le primarie come luogo di formazione delle classi dirigenti, la causa di tutti gli impicci, gli imbrogli che ormai segnano, ovunque, questo sistema di formazione degli “eletti” ad ogni livello. Ma pensiamo che ciò può avvenire in modo meccanico. Non sono le primarie il luogo in cui si decide. Non è una elezione ogni tanto, non sono i cittadini che passano per caso e si fermano a un gazebo per mettere una croce, a indicare un nome. La politica deve recuperare i suoi luoghi se vuole ancora vivere, in particolare fra le nuove generazioni, luoghi storici e nuovi. Un partito che alcuni chiamano “sociale”, altri “comunità” che ascolta la società, che si fa interprete delle sue istanze, offre uno sbocco democratico, una sponda anche ai fini dei governi nazionale e locali. Torna in primo piano il ruolo degli iscritti, il loro “status” nella formazione delle scelte. Già, perché partecipazione significa scegliere. Significa questo eliminare le primarie? No, solo collocarle nel modo giusto, al posto giusto. Chi, come Sinistra Italiana, è impegnata a costruire il nuovo partito non può non tener conto del fallimento di questo modello di primarie, diventate solo luogo di scontro fra correnti restituendo la costruzione e la formazione degli organi dirigenti agli iscritti. Fondamentali anche nella scelta delle politiche ad ogni livello.

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