La giornata europea dei “socialisti” renziadi. Pittella, primarie anche nella Ue. Le nostrane non gli bastano. Il premier: siamo i meglio. Nannicini: Dico una cosa e ne faccio un’altra. Intanto smantelliamo i contratti

La giornata europea dei “socialisti” renziadi. Pittella, primarie anche nella Ue. Le nostrane non gli bastano. Il premier: siamo i meglio. Nannicini: Dico una cosa e ne faccio un’altra. Intanto smantelliamo i contratti

Canto uno. La politica degli annunci: promesso un fiume di euro

Il bollettino politico ed economico del renzismo, ci riferiamo a Repubblica, la cosa non ci fa né caldo né freddo, era largamente prevedibile con l’operazione Marchionne-De Benedetti e l’arrivo del nuovo direttore, Calabresi, proveniente proprio dalla Stampa, ci informa di una geniale trovata del capogruppo del  Pse a Strasburgo, Gianni Pittella. Racconta lo scriba del fiume di euro che scorrerà nei prossimi mesi grazie ai socialisti. Gli sherpa sono al lavoro per un piano che riguarda l’occupazione giovanile, venti miliardi di euro. Si parla anche del rafforzamento del piano Juncker, i famosi 300 miliardi per investimenti che diventano addirittura 315. Potrebbero essere anche 350 visto che si sono persi nelle nebbie. Ma si tratta di “normalità”. A Bruxelles, a Strasburgo, hanno imparato proprio da Renzi, la politica dell’annuncio sembra diventata di moda. La trovata geniale di Pittella supera l’immaginabile. Ci fa sapere lo scriba bene informato che Gianni Pittella proporrà le “Primarie delle idee”, “una consultazione fra gli iscritti (del Pse si pensa) per scegliere le linee politiche da portare in Europa, prova generale delle primarie vere e proprie e mossa per isolare chi è progressista di nome ma estremista di fatto come il premier polacco Robert Fico”.

Controcanto uno. Non bastava quello che è accaduto con le primarie italiche?

Astuto il nostro Gianni. Si dice che a colazione mangi pane e volpe. Lo assicuriamo che, seguendo il metodo italico, la vittoria è assicurata. Il solo fatto di proporre “primarie delle idee” gli assegna Oscar, Palma d’oro,  Pallone d’oro e tutti i possibili premi che girano nel mondo. Resta da sapere se chi si reca al seggio riceverà uno o due dollari. Pare che i francesi e i tedeschi abbiano già ingaggiato una disputa, scialacquatori i primi, sparagnini i secondi. Alla fine si potrebbe concordare su tre euro da consegnare al votante. Da parte italiana si farebbe presente che le primarie andrebbero aperte a tutti i cittadini. I quesiti da porre? Non  importa. Ma, diciamo,  davvero ci vogliono le primarie per individuare chi è progressista davvero e chi non lo è? I fatti parlano tutti i giorni. Fra i capi di governo targati Partito socialista europeo ce ne sono ben pochi progressisti. Sono una razza in estinzione. Ma non gli bastava quello che sta accadendo con le primarie del Pd? La vergogna andava perfino esportata?

Canto due. Arriva Lui, il premier, e lancia il grido di battaglia, crescita, crescita, crescita

Renzi Matteo vola a Parigi, c’è il gotha dei socialisti e democratici europei, un, po’ tanto abbacchiati perché il vento che soffia sull’Europa non gonfia le vele dei partiti attualmente al governo, dalla Francia alla Germania, tanto per citare due partiti con  alle spalle una storia gloriosa. Lui fa il galletto, non è stato eletto con un voto popolare, richiama il risultato elettorale delle elezioni europee, fa finta di dimenticare che tutti  i sondaggi danno il Pd ben lontano da quel 40 per cento. “Crescita, crescita, crescita” è il suo grido di battaglia,  “basta austerity, questo deve essere il mantra dei Paesi Ue”. “In Europa l’austerity non funziona”. Indica i governi caduti, Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda, dimentica che in questi paesi proprio i socialisti hanno preso una bella botta. Ma lasciamo perdere. Fa il gallo nel pollaio. Quanto sono bravo, caro Hollande, in Italia ora la crescita è stabile, l’economia si rimette in moto. E poi i migranti? “Basta – dice – un Consiglio  Ue ogni 15  giorni”.  Quando ci toccherà di nuovo il turno di presidenza vi faccio vedere di cosa sono capace. Insomma una specie di “ci penso io”, che, per chi ha memoria, non  porta bene.

Controcanto  due. Ma la crescita è debole e non stabile. Draghi smentisce il premier italico

Ormai siamo abituati alle “renzate”, ma il pudore, per un capo di governo e segretario di una forza politica che aderisce al Partito dei socialisti e democratici dovrebbe essere una regola. Così come dovrebbe essere abolito l’uso padronale dei media. È vero che ormai una schiera consistente di giornalisti ha rinunciato alla libertà di stampa, di fatto si è dichiarata prigioniero politico e si è trasferita armi e bagagli nel campo del padrone, ma c’è un limite che si chiama decenza. Proprio qualche giorno fa quegli stessi giornalisti hanno scritto che la situazione economica dei Paesi della Ue è molto pesante e che è stato Draghi  con un colpo d’ala, il bazooka, a cercare di rimettere le cose a posto. Proprio perché la ripresa non è stabile, è volatile. I segnali sono tutti in negativo. L’Italia è la ruota del carro. Il Pil cresce di qualche zero virgola, l’unica cosa stabile è la disoccupazione,  quella giovanile addirittura cresce. Renzi richiama alcuni dati relativi alla produzione industriale, in leggera crescita dovuta alle auto. Ma dimentica di dire che siamo ben lontani dai dati relativi al momento in cui inizia la crisi. Proprio mentre si autoincensava arrivava una nota molto documentata di Confesercenti  che pubblichiamo in altra parte del giornale, una elaborazione da dati Istat.  “L’analisi delinea un quadro di persistente difficoltà. Nonostante la lieve ripresa dei consumi registrata nel 2015 – scrive Confesercenti – i bilanci e le spese degli italiani continuano ad essere distanti dai livelli pre-crisi: nell’anno appena concluso, infatti, la spesa media annuale delle famiglie si è attestata su 22.882 euro, ancora 856 euro in meno rispetto al 2007, mentre i risparmi familiari, nello stesso periodo, si sono contratti addirittura del 25%.”

Canto tre. Un sottosegretario fantasioso ha preso il posto del ministro Padoan

Sempre dal  giornale-bollettino di cui sopra si legge una intervista a tutta pagina al nuovo ministro dell’economia, il sottosegretario Tommaso Nannicini, un tipo fantasioso,  squadra di Renzi che, di fatto, ha sostituito Pier Carlo Padoan, al quale spetta di cercare di rimediare ai disastri che il premier e la sua squadra stanno portando avanti sul piano delle politiche economiche. Tommy, come pare lo chiama affettuosamente il Matteo, ha anche predisposto un piano, sempre illustrato dal  giornale- bollettino di cui sopra, pagina due, uno scoop, per modo  di dire, una velina passata al momento giusto in cui si annunciano proposte che saranno presentate al Consiglio dei ministri. A una prima lettura, ci pare che diano un colpo molto duro alla contrattazione, eliminando per legge il ruolo delle parti sociali, toccando valori fondamentali in una società democratica. Del resto lo stesso Renzi più volte ha parlato di regolare i rapporti fra lavoratori e datori di lavoro con una legge. Oggi ci interessa un passaggio della intervista, una intera pagina. Chiede l’intervistatore, il nuovo editorialista economico, se non vede “rischi di duplicazione fra il lavoro della sua struttura e di ministeri come quello delle Finanze”. E lui risponde fra l’altro: “Vogliamo essere dei fluidificanti più che dei sostituti”. Ancora una domanda. Viste le esperienze negative di economisti come Roberto Perotti e Carlo Cottarelli “non felici con Renzi” perché con lei dovrebbe essere diverso? Risposta: “Non entro nei dettagli di esperienze altrui, ma il ruolo che ricopro è più politico. Fare  gli intellettuali e fare politica richiedono approcci diversi. Mi preoccuperei se ragionassi ora con la mentalità con cui scrivevo articoli in passato… Fare politica è anche prendere decisioni che non condividi”.

Controcanto tre. Nannicini, sostengo una cosa ma ne faccio un’altra. Questa è la politica

Che dire? Rimaniamo basiti. Questo Nannicini riscopre la teoria della doppia morale. Ci fa sapere che gli intellettuali sono persone inaffidabili, “gufi” li chiama Renzi. Possono dire quello che vogliono, ma fare politica è un’altra cosa. Lui stesso confessa, come intellettuale sostengo un’idea, la soluzione di un problema, come politico faccio tutt’altro. E di uomini  di governo come costui ci dovremmo fidare? Questo offre oggi la mensa. Purtroppo. Prima li mandiamo a casa e meglio sarà per tutti. Anche per l’Europa.

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