Greenpeace, “segnali preoccupanti”: il mare italiano vicino alle trivelle è altamente contaminato. Costituito il comitato “Vota Sì per fermare le trivelle” al referendum del 17 aprile

Greenpeace, “segnali preoccupanti”: il mare italiano vicino alle trivelle è altamente contaminato. Costituito il comitato “Vota Sì per fermare le trivelle” al referendum del 17 aprile

Un forte grido giunge dall’organizzazione ambientalista Greenpeace nei riguardi di ciò che sta accadendo nei mari italiani. I dati forniti, ottenuti su concessione del Ministero dell’Ambiente, forniscono una visione generale della situazione in corso e riassumono le operazioni di monitoraggio ambientale sulle strutture utilizzate che sono state effettuate negli ultimi mesi da Ispra (istituto di ricerca pubblico sottoposto alla vigilanza del ministero dell’Ambiente), su committenza di Eni (proprietaria delle piattaforme monitorate nell’indagine). In più di due campioni su tre di mare italiano, con presenza di piattaforme petrolifere estrattive, è risultata la presenza di sedimenti con un inquinamento e contaminazione (il 76% nel 2012, il 73,5% nel 2013, il 79% nel 2014). Sarebbero stati trovati metalli pesanti (cromo, nichel, piombo e talvolta anche mercurio, cadmio all’82% e arsenico), idrocarburi (fluorantene, benzofluorantene, enzofluorantene, enzoapirene) e idrocarburi policiclici aromatici con valori che superano gli standard di qualità ambientale e i limiti fissati dalle norme comunitarie. Almeno due le sostanze altamente presenti negli impianti, con un 67% nelle indagini effettuate nel 2012, con un 71% nel 2013 e un 67% nel 2014.

“Alcune di queste sostanze sono cancerogene e in grado di risalire la catena alimentare raggiungendo così l’uomo e causando seri danni al nostro organismo”, afferma Greenpeace in un rapporto. Ne deriva una situazione ad alto rischio per l’ambiente marino, con ripercussioni gravissime non soltanto per l’acqua ma anche soprattutto per la flora e la fauna che popolano quegli habitat.

L’indagine parte da lontano, Greenpeace aveva più volte provato a far sbottonare il Ministero dell’Ambiente su tali questioni con richieste esplicite di visione dei dati relativi ai monitoraggi delle piattaforme offshore presenti nei mari italiani. All’associazione sono state fornite poche risposte, tra luci ed ombre di una questione sulla quale forse è meglio non far sapere troppo. Su un totale di 130 piattaforme operanti in Italia, sono state resi noti i risultati soltanto per i 34 impianti attivi nel Mar Adriatico, sugli altri 100 restanti regna il mistero. Ma soltanto ora viene fuori la verità.

“Segnali preoccupanti”, afferma lo studio. “Il cadmio per esempio è un metallo altamente tossico che può generare disfunzioni ai reni e all’apparato scheletrico; è stato inoltre inserito tra le sostanze il cui effetto cancerogeno sull’uomo è noto e dimostrato scientificamente”, afferma ancora Greenpeace. “È impensabile che, a fronte di una situazione critica come quella evidenziata da questo rapporto, il ministero dell’Ambiente continui a concedere a chi inquina di sversare impunemente nel nostro mare”.

Poi l’associazione spende due parole anche sul tema caldo delle trivelle, sul quale gli italiani saranno chiamati a pronunciarsi: “Le piattaforme, evidentemente, sono pericolose a prescindere dai grandi disastri che attirano l’attenzione dei media e ciò dovrebbe farci riflettere rispetto alle ipotesi di proliferazione delle trivelle caldeggiate dal governo italiano”. Gli italiani saranno infatti i protagonisti decisionali nel referendum del 17 aprile sulle trivelle. Il governo ha deciso di non abbinarlo alle prossime elezioni amministrative di giugno. Un comitato di 60 associazioni è stato costituito a sostegno del “Sì” al referendum, dal nome: “Vota sì, per fermare le trivelle”. Quel giorno si deciderà un altro bel pezzo di futuro della nostra Italia.

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