Valanga prescrizioni: un’amnistia quotidiana, incontrollabile, incontrollata

Valanga prescrizioni: un’amnistia quotidiana, incontrollabile, incontrollata

Per qualche ragione che qui poco importa conoscere, un pizzaiolo non paga il fornitore. Il fornitore le tenta tutte, per vedersi saldato il debito, compreso il ricorso a metodi non proprio ortodossi e legali. Scatta così una denuncia, per estorsione. I fatti accadono nel 2003, tredici anni fa. Il magistrato che si occupa della vicenda, dopo un po’ viene trasferito in altra sede. Si ricomincia. Chi “eredita” il caso, è oberato da centinaia di altri procedimenti tutti più urgenti. Il tempo passa. Debitore e creditore giocoforza si convincono che la storia sia finita lì; anche gli avvocati, presi da altre cause,  perdono i contatti con i loro assistiti.

Una storia, finora, come tante, di denegata giustizia: dove tutti perdono, e nessuno ha soddisfazione. Trascorrono gli anni. Più di dieci. Ecco che, inaspettatamente, il Tribunale fissa l’udienza preliminare. Più di dieci anni per l’udienza preliminare sono già di per sé una beffa; ma la cosa va molto al di là della beffa: perché si scopre che nessuno si è accorto che debitore e creditore nel frattempo sono morti.

Caso limite, si dirà; e chi lo dice è in errore: grave errore. Perché casi come quello appena descritto si verificano praticamente ogni giorno. Un’amnistia strisciante e silenziosa; è l’amnistia delle prescrizioni: sono circa 150mila i processi che ogni anno vengono chiusi per scadenza dei termini. Ogni giorno almeno 410 processi vanno in fumo, ogni mese 12.500 casi finiscono in nulla, si polverizzano. Un qualcosa che accade per i tempi surreali del processo. Occorrono anni, sia nel penale che nel civile prima che un procedimento vada in conclusione; con la differenza che nel “civile” il processo non si prescrive, e si trascina; mentre nel penale, a parte il reato di strage, tutti gli altri sono a un certo punto, prescrivibili; anche quelli gravi, come l’omicidio, la rapina a mano armata; i processi per l’Eternit, contro l’amministrazione dello Stato. Pensate: per il semplice trasferimento di un fascicolo dal tribunale alla Corte d’Appello possono trascorrere anche nove mesi.

Una situazione, a parte gli irrisarcibili costi umani, che grava pesantemente sui conti dello Stato. L’esasperante lentezza dei processi penali e civili italiani costano all’Italia qualcosa come 96 milioni di euro l’anno di mancata ricchezza. Confindustria stima che smaltire l’enorme mole di arretrato comporterebbe automaticamente per la nostra economia un balzo del 4,9 per cento del PIL, e anche solo l’abbattere del 10 per cento i tempi degli attuali processi, procurerebbe un aumento dello 0,8 per cento del PIL. Grazie al cattivo funzionamento della giustizia le imprese ci rimettono oltre 2 miliardi di euro l’anno, e il costo medio sopportato dalle imprese italiane rappresenta circa il 30 per cento del valore della controversia stessa, a fronte del 19 per cento nella media degli altri paesi europei.

Giorni fa il direttore de “Il Foglio” Claudio Cerasa rivolge al ministro della Giustizia Andrea Orlando una domanda secca, che non consente di ciurlare nel manico: è finita l’emergenza giustizia? Eccola, la risposta: «Su molti aspetti l’emergenza non c’è più. Cito due casi. Il primo riguarda il tema della custodia cautelare, a proposito di ingranaggi che rendono possibile il processo mediatico, il secondo riguarda il sovraffollamento carcerario. Nel giro di due anni siamo passati da 11.500 persone in attesa di primo giudizio, in custodia cautelare, a circa 8.500 in attesa di giudizio. Sono numeri che si possono ancora migliorare ma sono numeri che si spiegano grazie a una serie di riforme che Governo e Parlamento hanno fatto in materia di custodia cautelare».

Le carceri: «Nel 2012, a fronte di una capienza carceraria di circa 47 mila unità, vi era una popolazione carceraria che ammontava a circa 65 mila unità. Quattro anni dopo, una capienza leggermente superiore, pari a circa 50 mila unità, siamo arrivati ad avere 52 mila detenuti: abbiamo portato da 20 mila a 40 mila le pene eseguite all’esterno del carcere, e l’emergenza non c’è più». Orlando, bontà sua, riconosce chec’è ancora molto da lavorare sulle modalità dell’esecuzione della pena, sulla finalità riabilitativa; e assicura di non avere preclusioni ideologiche per quel che riguarda l’indulto, ma ci tiene a chiarire che se l’indulto lo si invoca per «questioni legate al sovraffollamento oggi possiamo dire che quel tema non esiste più».

Il ministro Orlando per primo sa che con questa risposta in buona misura elude la questione che già due anni fa posta dal Presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano nell’unico, solenne, messaggio inviato al Parlamento: quella dell’obbligo di una riforma complessiva della Giustizia per far uscire lo Stato italiano dalla condizione di illegalità certificata da decine di condanne da parte delle giurisdizioni nazionali e internazionali. Riforme che necessariamente richiedono tempo, per essere realizzate con scienza e coscienza; per questo, secondo Napolitano erano necessari provvedimenti di indulto e amnistia: indulto per decongestionare la situazione nelle carceri; amnistia per ‘sgomberare‘ le scrivanie dei magistrati da migliaia di fascicoli relativi a provvedimenti destinati
inevitabilmente ad andare al macero per via della prescrizione. Con la differenza che l’amnistia consente almeno di “regolare” una situazione che oggi è allo stato brado, di fatto indiscriminata e incontrollata, al massimo affidata al buon senso delle procure che di volta in volta scelgono i casi più urgenti, a dispetto della prescritta “obbligatorietà dell’azione penale”. Ad ogni modo, una risposta al Ministro Orlando viene da un’accurata inchiesta de ‘Il Sole 24 Ore‘: “Una goccia nel mare degli oltre tre milioni di cause penali pendenti e delle altrettante che ogni anno arrivano in tribunale. L’effetto delle nuove misure di depenalizzazione saranno contenuti”. Questa, in sintesi, la conclusione dell’inchiesta. Effetti limitati, e comunque non immediati.

Non può che essere così, visto che in omaggio a una “percezione” di marca renzista si procede a una depenalizzazione a metà; lo dicono concordi i magistrati, perplessi per il fatto che nel ‘pacchetto‘ dei provvedimenti non rientri per esempio la depenalizzazione del reato di clandestinità; a parte la discutibile legittimità (è sanzionabile il ‘fare’, non ‘l’essere’), si tratta di un reato, commenta Alberto Candi, reggente della Procura Generale di Bologna «completamente inutile e molto dispendioso». Quanto alle carceri, se da una parte la situazione in generale presenta i miglioramenti citati dal Ministro, per avere un quadro più esaustivo, bisogna anche scendere al dettaglio. Lombardia, per esempio: il sovraffollamento registrato è del 27 per cento, circa cinque volte più grave della media nazionale.
Dove la capienza è di 220 detenuti al massimo, come a Como, ce ne sono stipati 400; è l’83 per cento in più della regolamentare capienza. Se i posti disponibili nelle diciotto carceri lombarde è di poco più di 6.000 posti e i detenuti sono 1.700, qualcosa non va: 397 detenuti invece che 239 a Vigevano; 604 detenuti invece che 403 a Monza; 536 detenuti invece che 330 a Bergamo; e così a Brescia (60 per cento in più), Lodi e a Busto Arsizio (44 per cento in più), 41 per cento in più a Opera; 30 per cento a Brescia; 15 per cento a Cremona; e così via. Per trovare una situazione ottimale occorre andare nel carcere di Bollate: 1.096 detenuti per 1.242 posti disponibili; ma non durerà molto, è da credere.

Per tornare (e concludere) con l’amaro capitolo delle prescrizioni: dagli stessi dati ufficiali emerge una situazione a dir poco grave: negli ultimi dieci anni oltre un milione e mezzo di processi sono andati in fumo per prescrizione. Una situazione, si badi, che non è dovuta a manovre ostruzionistiche o dilatorie degli avvocati difensori, che in fin dei conti sono pagati per fare l’interesse dei loro clienti, e dunque usano come sanno e possono gli strumenti che si trovano a disposizione. No, in quel milione e mezzo di prescrizioni, oltre un milione e centomila (il 73 per cento), vanno in fumo quando il procedimento è ancora in fase di indagine iniziale, archiviati dal Giudice delle Indagini Preliminari. Altri sessantamila circa, sono andati al macero per prescrizione disposta dal Giudice per l’Udienza Preliminare. Quando cioè la difesa dell’imputato non ci mette becco. Ora si pensa di allungare i tempi della prescrizione; si salverà qualche processo, per qualche tempo, dalla prescrizione; però è Cesare Beccaria ad ammonirci che una giustizia può dirsi tale se la sentenza è certa, la pena sicura, i tempi di esecuzione rapidi e ragionevoli; allungare, dilatare i tempi di un processo è di per sé un’ingiustizia, per l’offeso e per l’imputato. Che senso e importanza ha vedersi riconosciuto una ragione o un torto a sei, sette, otto anni dai fatti? Per non dire della pioggia di condanne che sicuramente ci verranno, assai più di quante già non ne sono venute, dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per l’irragionevole durata dei processi. Si tratta di condanne per decine di migliaia di euro che paghiamo tutti noi. Insomma, come si dice: “Peso el tacòn del buso”, peggio il rattoppo del buco.

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