Unioni civili. Il Senato rinvia il voto a mercoledì dopo una battaglia sul regolamento. Si rischia di affossare la legge

Unioni civili. Il Senato rinvia il voto a mercoledì dopo una battaglia sul regolamento. Si rischia di affossare la legge

Una mossa a sorpresa, quella del Movimento 5 Stelle sulle unioni civili, che ha concretizzato gli incubi peggiori del Pd, incredulo davanti alla presa di posizione del senatore Airola in aula del Senato. Il suo annuncio di voto contrario all’emendamento Marcucci al ddl Cirinnà getta al vento settimane di lavoro e rende gli equilibri sul campo da gioco tutti da ridefinire. Nel Pd, nella maggioranza, tra la maggioranza e l’opposizione. Ma come ci si è arrivati? I pentastellati convocano una riunione per decidere, o limare, la loro strategia per la seduta appena una mezz’oretta prima dell’avvio dell’aula. Arrivano poi alla chetichella in Transatlantico tranquilli, senza il segno di discussioni, e senza dare soddisfazione ai cronisti che chiedevano sull’esito dell’incontro. Rispondono vaghi: “Vedremo in aula…”. I meno attenti si spingono in un più indicativo: “Vedrete in aula…” che mette sull’allarme i giornalisti, tutti concentrati a capire però se la posta del gioco sarebbe stata l’appoggio o meno allo spacchettamento del supercanguro. Politicamente sul tavolo del dibattito interno del Movimento 5 stelle potevano trovare posto 3 opzioni: dare priorità al merito del provvedimento e puntare a portarlo a casa, costi quel che costi, anche votando l’emendamento Marcucci. Oppure privilegiare la coerenza (criticarono violentemente il supercanguro alla legge elettorale) e gettare il ddl Cirinnà nelle sabbie mobili. Terza opzione, valutare l’opportunità di mettere politicamente in difficoltà tout court il Pd con un passo inaspettato. Volenti o nolenti è quello che è accaduto. La sponda per la loro decisione verrà offerta dai leghisti. La Lega Nord è la prima a prendere la parola e l’iniziativa in aula. Il capogruppo Gian Marco Centinaio mette le carte subito sul tavolo: “non ci stiamo ad essere tacciati di ostruzionismo e che ci venga attribuito tutto il peso delle conseguenze politiche di tale posizione. Non daremo sponda al Pd per imporre il supercanguro Marcucci motivandolo con i nostri 5.200 emendamenti”. “Il patto era: noi cancelliamo il 90% delle proposte di modifica, voi ritirate il Marcucci? Detto fatto, restano solo 500 emendamenti Lega Nord, noi li ritiriamo e sfidiamo il Pd a cancellare il canguro”. Per il M5S sarà lo spunto per dire più avanti: con 500 emendamenti discutiamo e votiamo a viso aperto. Zanda risponde con lungo intervento, la cui sintesi è: non ci fidiamo della Lega che lascia comunque 5 volte il numero dei nostri emendamenti e tra questi 150 ‘cangurini’ che “hanno lo stesso effetto del Marcucci”. Quindi si voti questo supercanguro e “vi assicuro che la vulgata che il Marcucci spazza ogni discussione è falsa. Vorrei rassicurare l’aula che voteremo l’art.5. Iniziamo allora l’esame del provvedimento e degli emendamenti, tenendo conto che noi lo esamineremo tutto e lo voteremo su tutti gli articoli nel modo che riterremo utile fare”. Gli animi nel Pd sono tutt’altro che sereni prima dell’avvio dell’aula. Il cattodem Stefano Lepri è quanto mai corrucciato. Si ferma più volte in un fitto parlottio con Renato Schifani. L’accordo, si apprende, è che Schifani prenda la parola in aula e chieda il voto del Marcucci ‘spacchettato’, per dare la possibilità di arrivare a discutere delle proposte cattodem. Le cose andranno diversamente perché, prima di calare l’asso dello spacchettamento, Schifani decide di giocare la carta procedurale: chiede la riunione della giunta per il regolamento per decidere sull’ammissibilità del Marcucci. Pensa a un ‘lavorio ai fianchi’ del Pd, spera di convincere dell’irritualità del supercanguro e delle devastanti conseguenze di un simile precedente. Per la prima volta, ricorda all’aula il suo passato di presidente del Senato e rivendica l’autorevolezza di una simile richiesta. Poi il fulmine a ciel sereno del Movimento 5 Stelle spiazza tutti. Schifani letteralmente gongola. Mai avrebbe sperato in un rimescolamento delle carte di tale portata. Ora Ap può permettersi il lusso di “aspettare di sentire che cosa mi chiederanno”. E già spiega che l’eventuale abolizione della stepchild adoption “è l’inizio, toglie di mezzo un grosso macigno”. L’inizio? “Si tutti sanno che il ddl va modificato anche nelle parti iniziali….” tenta di ammorbidire i toni. Torniamo al Pd. La linea prima dell’aula è sempre la stessa, e sempre gli stessi i nodi. L’ala laica serra le fila e nel pomeriggio arriva l’assicurazione anche dell’appoggio di Ala. Fino ad allora i senatori verdiniani si erano lasciati la mano libera, poi nel primo pomeriggio un intervento di Verdini stesso, a dare la linea: a fianco del Pd. Una linea importante a fine seduta, quando dopo il terremoto M5S la provvidenziale Loredana De Petris tira fuori dal cappello la richiesta di una sospensione dell’aula. Probabilmente la capogruppo pensa in quel momento di spuntare solo un po’ di tempo per “rasserenare gli animi” e riportare “ragionevolezza”. Il presidente Grasso si rimette alla decisione dell’aula. Che vota: saranno 155 i favorevoli al rinvio, 141 i contrari e 3 gli astenuti (che al Senato valgono voto contrario). È fatta: sono le sette e mezza, l’aula finirebbe alle 20. Si rimanda a mercoledì alle 9,30. La notte dovrebbe portare consiglio.

Cambio di strategia o ‘piano B’, comunque lo si voglia chiamare, il Pd deve correre ai ripari in poco tempo, prima delle 9,30 di mercoledì quando tornerà a riunirsi l’Aula del Senato e salvo cambi di programma sarà messo in votazione l’emendamento Marcucci sul quale, dopo che i 5 Stelle si sono sfilati, i dem non hanno più i numeri. Tra le ipotesi in campo – in un susseguirsi di riunioni che vedono impegnati la maggioranza del Pd da una parte e i cattodem dall’altra – il ritiro dell’emendamento Marcucci, ma anche lo stralcio dell’articolo 5 sulle adozioni, sul quale – se verrà bocciato il canguro – peseranno una mole ingente di votazioni segrete. Nessuna decisione è stata presa, viene subito precisato, per ora si valutano le possibili alternative. Pur non abbandonando la strada del dialogo con i 5 Stelle, il Pd in queste ore non esclude di intraprendere nuove vie, finora accantonate. Ovvero, viene spiegato da fonti di maggioranza a palazzo Madama, pallottoliere alla mano si sta valutando l’ipotesi di siglare un asse con l’area cattolica, non solo interna ma anche di Area popolare. Il che, però, vorrebbe dire eliminare dal piatto non solo il ‘super canguro’  ma anche e soprattutto le adozioni. E non è detto che basterebbe, se è vero che da Area popolare non si dà per automatico il via libera al ddl Cirinnà se orfano della stepchild adoption. C’è la parte che equipara le unioni gay al matrimonio da rivedere e definire nel dettaglio, spiegava in serata il capogruppo Schifani. Insomma, per il Pd la strada si fa stretta: con i cattodem che insistono per lo stralcio delle adozioni e con un riequilibrio delle unioni omosessuali da non equiparare al matrimonio. Stessi paletti di Ap. Senza dimenticare che un sì alle richieste dell’area cattolica manderebbe su tutte le furie l’area più laica del partito, la sinistra interna e i Giovani turchi e farebbe storcere il naso a Sel e magari anche ai 5 Stelle, mettendo in forte dubbio i loro voti. Le trattative, viene garantito, proseguiranno fino all’ultimo momento utile. La linea che, ma solo ad ora, sembrerebbe prevalere è di andare comunque al voto domani sull’emendamento Marcucci, per “stanare i vari voltagabbana”, spiega un big del Pd, e poi vedere come si ridefiniscono gli equilibri. Non è detto, viene ancora spiegato da fonti dem, che domattina, prima dell’Aula, ci possano essere contatti con il premier Renzi, di ritorno dalla visita ufficiale in Argentina.

Sul piano delle reazioni politiche, si segnala il twit del presidente del Pd, Matteo Orfini, che leccandosi le ferite per una partita parlamentare giocata davvero male, scrive “Oggi l’Italia poteva fare un passo avanti e diventare un Paese più giusto. I grillini lo hanno impedito. Noi non ci arrendiamo e andiamo avanti”. Claudio Martini, ex presidente della Toscana e vicecapogruppo Pd al Senato a sua volta scrive: “È evidente l’imbarazzo dei Cinque Stelle. Le loro repliche sono ridicole. Giocano sui diritti dei cittadini e non sanno come giustificarsi. Inutile ora nascondersi dietro dichiarazioni di facciata quando in aula hanno dato prova di tutto il loro opportunismo politico”. Ai due replica Luigi Di Maio, uno dei leader del Movimento 5 Stelle, e vicepresidente della Camera: “Discutere una legge in Parlamento è un diritto costituzionalmente garantito. Se Pd senza canguro non ha la maggioranza lo dica”. Insomma, la battaglia tra Pd e Movimento 5 Stelle è apparentemente su forma e contenuto di una legge, su regolamenti e cavilli contro la tattica parlamentare rappresentata dal cosiddetto “supercanguro” per dare celerità all’approvazione del ddl Cirinnà evitando le trappole della destra. Questa volta i grillini, forse per eterogensi dei fini, si sono prestati al gioco delle destre. E se il ddl mercoledì sarà affossato definitivamente, o se i suoi punti di sostanza fossero stralciati, vorrebbe dire che la responsabilità ricadrebbe interamente sul movimento di Grillo.

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