Sala e Parisi, corsa al centro, candidati scambievoli, indistinti, privi di profilo politico. A Washington, sarebbero del tutto fuori gioco

Sala e Parisi, corsa al centro, candidati scambievoli, indistinti, privi di profilo politico. A Washington, sarebbero del tutto fuori gioco

Che fine ha fatto la corsa al centro? In Italia è una pratica diffusissima, quasi una regola. Si parte da un assioma, una verità assoluta, che non deve essere dimostrata, perché è cardine e premessa di altri ragionamenti. L’assioma è: gli italiani sono moderati, tendenzialmente conservatori, sostanzialmente misoneisti. Che è una specie di identikit dell’elettore “centrista”, fisiologicamente ostile ai radicalismi. Se vuoi governare – è il corollario dell’assioma – devi catturare il voto di questi italiani (fin troppo evidente che un tempo si chiamavano democristiani).

Per prendere questi voti occorre non solo dirsi moderati (c’è riuscito per anni anche un estremista come Berlusconi), ma anche affidarsi a uomini dichiaratamente privi di profilo ideologico e a programmi il più indistinti possibile. Tanto indistinti, da rendere molto più plausibili di un tempo flussi e controflussi nell’arengo parlamentare; tanto indistinti da risultare facilmente fungibili con quelli degli avversari diretti.

La battaglia elettorale per le prossime amministrative di Milano è paradigmatica in questo senso. Si affronteranno (sempre che il Movimento 5 Stelle non decida di fare sul serio presentando un candidato più spendibile della Bedori) due personaggi che hanno la stessa età, la stessa storia professionale, lo stesso profilo politico (cioè piatto), addirittura la stessa funzione burocratica. Il cinquantanovenne Beppe Sala, già city manager (con Moratti)(insomma un grand commis della funzione pubblica) rappresenterà il centrosinistra contro Stefano Parisi, 58 anni, già city manager (con Albertini), che rappresenterà il centrodestra

Perdita di identità e di valori della politica, un pragmatismo senz’anima

Questo confronto riflette la pochezza, la perdita di identità e di valori della politica, la sua rinuncia a beneficio di una visione burocratica e manageriale, di un pragmatismo senz’anima, che, se è meno sorprendente per la destra, è molto affliggente per la sinistra, reduce da un quinquennato di Pisapia ben poco anonimo.Insomma la lezione che viene da Milano (tanto più inquietante, in quanto assai spesso il capoluogo lombardo è fucina delle più significative novità) è che le forze politiche più importanti si affidano a personale giovane (chi non ha ancora sessant’anni ha ormai diritto ad essere considerato tale), privo di carta d’identità, rassicurantemente moderato, copiandosi e contendendosi a volte lo stesso candidato.

Uno sguardo agli Usa: non vige la rottamazione. Sanders 74 anni, Trump 70 se la stanno giocando

E ora buttiamo uno sguardo al di là dell’Oceano Atlantico. Negli Stati Uniti si stanno scegliendo i due candidati che a fine anno si contenderanno la Casa Bianca. Finora sono pochi i territori (Iowa e New Hampshire) in cui i candidati si sono misurati. Ma le prime tendenze sono perlomeno sorprendenti. In campo democratico è in vantaggio Bernie Sanders, addirittura con più consensi di quanti non gliene assegnassero i sondaggi. In campo repubblicano il candidato più forte è Donald Trump. Cos’hanno in comune questi due personaggi, relativamente poco noti al di fuori degli States? Innanzitutto non sono giovani. Trump ha 70 anni, Sanders addirittura 74. Ma allora in quella che tutti definiscono la più grande democrazia, non vige la rottamazione? Per loro fortuna no, la rottamazione è un teoremino inventato da chi, privo di linee guida (ma non di slogan), ricorre all’anagrafe per liquidare le idee.

Ma la maggiore novità riguarda il profilo dei due front runners. Sanders è un signore che non si è mai peritato di definirsi socialista, non semplicemente liberal, come usano normalmente gli esponenti della sinistra americana: un convinto sostenitore dei diritti civili, di una economia di richiamo keynesiano (primato degli investimenti pubblici e della piena occupazione rispetto ai vincoli di bilancio), di forme avanzate di giustizia sociale e di consolidamento dei programmi assistenziali (se vince, sicuramente riprenderà e rilancerà le riforme solo in parte riuscite ad Obama). Temi sui quali i suoi concorrenti alla nomination (Hillary Clinton compresa), appaiono assai più titubanti, timorosi soprattutto di non turbare l’elettorato “moderato”: la corsa al centro.

E la corsa al centro sta perdendo anche sul fronte opposto, perché il miliardario Donald Trump, tutto cerca di essere, tranne che compiacente verso chi lo invita al political correct. E’ arrogante, razzista, omofobo, xenofobo, sessista, iperreaganiano in economia. Da noi sarebbe un leghista alla Buonanno, cabarettista triviale senza alcuna seria prospettiva; là rischia di diventare il capo della Casa Bianca.

Non c’è corsa al centro, una connotazione identitaria molto marcata, a sinistra e a destra

Forse le cose cambieranno nei prossimi mesi, ma la tendenza in atto – confermata dai sondaggi – è il rovesciamento dell’assioma italiano (e, diciamolo pure, di molte democrazie continentali): non la corsa al centro, ma una connotazione identitaria molto marcata, a destra, come a sinistra.

Non era mai avvenuto (almeno da vari decenni a questa o parte) che democratici e repubblicani si confrontassero affidandosi alle loro ali estreme. Quando, nel 1964, i repubblicani candidarono l’“estremista” (soprattutto in politica estera) Barry Goldwater, il “moderato” Johnson ne ebbe facilmente la meglio.

Quando una grande comunità (come è quella degli Stati Uniti) vive una fase di impegnative trasformazioni imposte dalla sfida della globalizzazione, cerca forza e linfa nelle proprie radici. Ed è quello che stanno facendo, specularmente, ma entrambi con legittimazione storica, sia Sanders sia Trump.

Questa singolare novità della politica americana va sicuramente approfondita. Ma per intanto va registrata. I Sala e i Parisi, a Washington, sarebbero del tutto fuori gioco

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