Rapporto Filcams-Tecnè-Fondazione Di Vittorio: la crisi ha cambiato i consumi degli italiani

Rapporto Filcams-Tecnè-Fondazione Di Vittorio: la crisi ha cambiato i consumi degli italiani

L’inizio della crisi economica in Italia è da far risalire al 2008. Da allora da parte delle famiglie è stato necessario ridurre la spesa alimentare (di quasi 17 euro) e quella di altri generi non alimentari (di 136 euro). È una ricerca a dirlo, effettuata dalla Filcams, in collaborazione con la Fondazione Di Vittorio e l’Istituto Tecnè, che dimostra come le difficoltà economiche presenti nel nostro Paese abbiano profondamente condizionato le abitudini, per lo più in negativo, e inciso sulle modalità di consumo delle famiglie italiane. Da quanto emerge dal rapporto 2015 “I consumi delle famiglie italiane”, le famiglie italiane hanno speso, in media, 1.440 euro al mese per mangiare, le spese per la casa e i pasti fuori casa (-2% rispetto al 2008), 264 euro per vestirsi, prendersi cura di sé, andare in vacanza (-18,5%), 293 euro per muoversi in città, viaggiare e comunicare (-9,6%), 126 euro per cure mediche, istruirsi e informarsi (-10,0%), 208 euro per le altre spese (-9,6%). Ne risulta che, rispetto a dieci anni fa, la spesa media mensile è inferiore del 2,9%, mentre se si mette a paragone con le cifre del 2008, il calo è addirittura del 6,3% – 157 euro mensili.

Nello specifico, per quanto riguarda i consumi alimentari, le famiglie scelgono di acquistare i seguenti prodotti in minori quantità oppure di qualità più scadente al minor prezzo: olio d’oliva, carne bovina, formaggi, acqua minerale e vino. Sono cresciuti invece i consumi di uova, pollame e selvaggina, di altri olii e di birra. Per quanto riguarda le spese non alimentari, le famiglie spendono meno per elettrodomestici, mobili e arredi, prodotti editoriali (giornali, riviste, cd-dvd, libri), per abbigliamento e calzature, per le riparazioni e la manutenzione di oggetti, mentre è cresciuta la quota di reddito destinata al trasporto pubblico, le spese per l’abitazione, le utenze e le spese per l’istruzione. Il calo non riguarda esclusivamente le produzioni “made in Italy” ma ha evidentemente ricadute pesanti sul comparto specifico, come osserva Maria Grazia Gabrielli, segretario generale della Filcams: “I cambiamenti possono considerarsi ormai come strutturali, allo stesso tempo però non devono essere più sottovalutati. Il problema è che la diminuzione dei consumi e la contrazione delle entrate ha portato molte aziende del settore a individuare nella diminuzione del costo del lavoro la principale soluzione per arginare gli effetti della crisi, scaricando il problema solo sui dipendenti”.

Le abitudini dei consumatori hanno risentito della crisi.

Il 57% delle famiglie italiane, negli ultimi anni, ha ridotto la quantità e/o la qualità della spesa alimentare e sette famiglie su dieci hanno praticamente cambiato i loro standard e abitudini di consumo. Oltre al fattore economico, infatti, è bene considerare anche quello sociale e più intimo, che va a scavare nelle abitudini, le quali ne hanno profondamente risentito e hanno portato a cambiamenti su tutti i fronti. I dati parlano da soli: il 29% è la percentuale di famiglie che non riesce a soddisfare le proprie necessità, consumando meno rispetto al passato; il 67% ritiene di avere standard adeguati ai bisogni effettivi, mentre solo il 4% li giudica superiori. Ovviamente quando si parla di bisogni si intendono quelli primari come mangiare, vestirsi, curarsi, pagare l’affitto o il mutuo, pagare le utenze, mandare i figli a scuola, che risentono del reddito che si ha a disposizione. Le famiglie possono essere suddivise in quattro fasce di reddito disponibile: 1) Fino a 1.500 euro (il 50% delle famiglie italiane); 2) da 1.500 a 2.500 euro (il 23%); 3) da 2.500 a 5.000 (il 15%); 4) oltre 5.000 euro (12%).

Cambiamenti nelle modalità d’acquisto dei prodotti da parte delle famiglie.

Per far fronte alle difficoltà della crisi sono profondamente cambiate le modalità di acquisto: dal cercare il miglior prezzo su internet al fare scorte quando il prodotto è in offerta, dall’acquistare prodotti di minore qualità nei discount o a prezzi scontati negli outlet, fino al comprare articoli usati. Internet, soprattutto, rappresenta un mezzo prezioso per le famiglie che possono verificare, pianificando l’acquisto con anticipo, il prezzo di determinati prodotti, non soltanto alimentari ma anche di seconda necessità, come prodotti tecnologici, per un controvalore di circa 153 miliardi di euro, equivalente al 15% della spesa delle famiglie residenti in Italia. Questa pratica è in crescendo tra le famiglie, applicata anche sulle grandi spese, nei periodi di saldi ed offerte, con l’effetto di ridurre notevolmente la cifra complessiva dei consumi. Le statistiche, su un campione di 4mila persone intervistate, dimostrano come, a lungo andare, questa filosofia si sia radicata nelle abitudini della maggior parte dei consumatori. Il 29% degli intervistati dichiara che, seppure ci trovassimo in tempi “tranquilli”, non modificherebbe comunque i livelli e le modalità di spese attuali.

Le preferenze riguardo il luogo d’acquisto dei prodotti.

Interessante tenere conto anche delle preferenze riguardo il luogo d’acquisto dei prodotti. Per quanto riguarda la spesa alimentare il 64% delle famiglie predilige la grande distribuzione mentre il 29% il piccolo negozio, con significative differenze secondo il tipo di prodotto. Per le produzioni a carattere industriale le famiglie si orientano in maniera ancora più consistente verso la grande distribuzione mentre i piccoli negozi conquistano quote maggiori di consumatori quando si tratta di prodotti di alta qualità o a carattere artigianale. Il piccolo negozio di fiducia è preferito al centro commerciale per l’acquisto di abbigliamento, calzature o biancheria per la casa. Il comportamento cambia, però, in modo significativo in relazione all’età. Mentre i più giovani prediligono il centro commerciale, nelle fasce d’età più elevate prevale il piccolo esercizio. Per l’acquisto di smartphone, prodotti di elettronica in generale e per l’arredo, la quota prevalente di consumatori (45%) si rivolge al negozio specializzato, mentre al secondo posto si colloca l’e-commerce con il 22% di preferenze. Per quanto riguarda gli orari dei punti vendita, emerge, sempre dal rapporto, che gli italiani prediligono quello continuato (55%), ma non le 24 ore di apertura (solo il 15%); mentre si dividono tra quanti vorrebbero l’apertura dell’esercizio 6 giorni su 7 (47%) e quanti 7 giorni su 7 (45%). La quasi totalità degli intervistati (93%) ritiene che, in ogni caso, i diritti dei lavoratori debbano essere garantiti. “Liberalizzazioni degli orari e delle aperture commerciali, assenza di un contratto nazionale di riferimento – spiega la numero uno della Filcams – non hanno aiutato la ripresa dei consumi, ma hanno impattato negativamente sulle condizioni di lavoro”.

Le quattro categorie di consumatori: mediani, vulnerabili, delusi e benestanti.

Per individuare le caratteristiche principali delle famiglie italiane e per analizzare come si distinguono tra di loro attraverso i comportamenti sul consumo, è stata effettuata una segmentazione, suddividendo il campione di riferimento in gruppi omogenei per caratteristiche socio-economiche. Dai risultati dell’analisi emergono 4 tipologie di consumatori: 1) I mediani (41% della popolazione adulta – 20,7 milioni di persone) ossia i consumatori del ceto medio, lavoratori dipendenti, con un titolo di studio medio-alto, che si collocano nella fascia d’età tra i 35 e i 55 anni. Hanno ridotto sia la qualità che la quantità dei tradizionali standard di consumo.  Il reddito medio è tra 1.000 e 2.000 euro netti al mese. 2) I vulnerabili (28% della popolazione adulta – 14,3 milioni di persone) ossia le fasce più deboli ed esposte, pensionati e disoccupati, nella fascia sopra i 45 anni e hanno un titolo di studio medio-basso. Hanno un reddito pro-capite inferiore a 1.000 euro mensili. Molto attenti ai prezzi, adottano innovative strategie d’acquisto e acquistano maggiormente nei discount. 3) I delusi (18% della popolazione adulta – 9 milioni di persone). Delusi dalla propria condizione personale, maggioranza di lavoratori dipendenti e autonomi, tra i 25 e i 45 anni, con un titolo di studio medio-alto, provenienti da una borghesia che si è impoverita con la crisi o di un ascensore sociale che si è bloccato ai piani inferiori. Il reddito medio è tra i 1.500 e i 3.000 euro al mese. Hanno ridotto la quantità ma non la qualità dei loro consumi. Non rinunciano al capo firmato in saldo, negli outlet, o su internet, ma risparmiano sui consumi alimentari.  4) I benestanti (13% della popolazione adulta – 6,6 milioni di persone). Come indica il nome, rappresentano la classe più agiata dal punto di vista economico: professionisti, imprenditori, dirigenti, tra i 45-70 anni, hanno un titolo di studio alto e redditi molto superiori alla media (oltre 3.500 euro al mese) con consumi superiori alla media. A maggior ragione a fronte di uno scenario come quello descritto dal rapporto, “la contrattazione – conclude Gabrielli – resta un momento di confronto importante che non deve essere svilito. Il contratto nazionale deve rimanere il quadro di riferimento normativo, una rete da costruire, anche per dare delle risposte sul fronte dei consumi, valorizzando e riqualificando il lavoro”.

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