Padoan-Catalano. “Avrei preferito un decimo in più piuttosto che uno in meno”. La ripresa non c’è. Barbi (Cgil): stagnazione con rischio di nuove fasi recessive

Padoan-Catalano. “Avrei preferito un decimo in più piuttosto che uno in meno”. La ripresa non c’è. Barbi (Cgil): stagnazione con rischio di nuove fasi recessive

Vi  ricordate “Quelli della notte”, 1985, il programma televisivo trasmesso da Raidue, ideato e condotto da Renzo Arbore? C’era uno dei protagonisti, Massimo Catalano, specializzato in “aforismi”, in  ovvietà. Si è spento a 77 anni, apprezzato jazzista, Arbore lo ricorda come “un maestro di ironia”.

Sono passati trent’anni ma le sue battute  hanno ancora piena validità. Ne ricordiamo alcune per  chi  non aveva l’età  per guardare la tv. Diceva Catalano: “È molto meglio essere giovani, belli, ricchi e in buona salute, piuttosto che essere vecchi, brutti, poveri e malati”. Oppure : “È meglio lavorare poco e fare tante vacanze, piuttosto che lavorare molto e fare poche vacanze”. Ancora una: “È meglio innamorarsi di una donna bella, intelligente e ricca anziché di un mostro, cretino e senza una lira”.

Non si offenda il ministro per l’economia, Pier Carlo Padoan se diciamo che spesso, magari per far contento Renzi Matteo, alcune sue uscite lo rendono simile a Catalano. L’ultima della serie è quella relativa al  Pil. Dice il ministro: “Naturalmente avrei preferito vedere un decimo in più, piuttosto che uno in meno. Ma non sono preoccupato”. Fossimo Arbore lo ingaggeremmo per i prossimi spettacoli. Il premier non è da meno. Lapidario: “Deve essere chiaro che l’Italia  è cambiata. È ripartita”. E tutti i tg hanno subito riportato questa frase lapidaria, che non ammette repliche. Per dirla con Pirandello, “Così è se vi pare”.  Inutile ricordare che la strabiliante notizia dell’Italia ripartita ha preceduto i servizi sul funerale di Giulio Regeni, massacrato al Cairo dai carcerieri di un regime tirannico, crudele. Nell’edizione su carta, Repubblica apre con un titolo in cui dà correttamente notizia che “il Pil frena nel 2015, fermo allo 0,7” e poi non può fare a meno, chissà perché, di riportare la frasetta di Renzi, “il paese e ripartito”. I funerali di Giulio richiamati in un “francobollo”. Visto come i media, in genere, hanno sottolineato un evento che ha suscitato tanta commozione, una richiesta di verità, ci viene da dire una cattiveria. Sappiamo che lo è ma la diciamo lo stesso. Forse sarebbe stato meglio non dare troppa evidenza visto che con quel regime tirannico, che fa controllare e fotografare giornalisti italiani, inviati, da tutte le parti del mondo, siamo in combutta, per questione di miliardi di investimenti, così come con un altro regime che incarcera, tortura e uccide gli oppositori, quello iraniano, il cui presidente, Rouhani in visita in Italia viene accolto da Renzi come un “amico”.

Scusate se ci siamo fatti prendere la mano e torniamo  al nostro Padoan–Catalano e al ragazzo di Rignano inquilino pro tempore di Palazzo Chigi. Intanto sarà bene dire che l’aumento del Pil nell’anno che se ne è andato non è dello 0,7 ma dello 0,6 visto che ci sono tre giorni in più lavorati. E che nell’ultimo trimestre addirittura l’aumento è soltanto dello 0,1.

La programmazione economica del governo è già saltata in aria

“La programmazione economica del governo è già saltata all’aria, così come indicano, purtroppo, le stime preliminari del prodotto interno lordo (Pil) diffuse dall’Istat – afferma  Danilo Barbi, segretario confederale della Cgil –  con il 2015 che si chiude solo al +0,6% rispetto al +0,9 che l’esecutivo aveva calcolato nella legge di Stabilità”. “Il Pil dell’ultimo trimestre del 2015 – prosegue il dirigente della Cgil – conferma quello che avevamo già indicato, cioè che i piccoli e timidi segnali di ripresa registrati nei primi trimestri dell’anno si erano già invertiti, sia per quanto riguarda la produzione industriale che per il prodotto interno lordo. La crescita del Pil nel quarto trimestre è appena dello 0,1%, quindi di nuovo pericolosamente vicino allo zero”.

Come possa affermare il presidente del Consiglio  che l’Italia è ripartita è un mistero. Non osano dirlo neppure gli economisti a lui più vicini. Con gli zero virgola non si riparte. Quel poco che si è messo in cascina non è dovuto alla domanda interna, all’aumento dei consumi delle  famiglie, neppure all’aumento delle esportazioni, o alla produzione industriale. I governativi attendevano risultati clamorosi dai famosi 80 euro di marca elettorale. Non hanno avuto alcun effetto sui consumi interni. Semmai hanno aiutato i consumi di altri paesi da cui siamo importatori. Dice il presidente di Federmoda commentando i saldi dei negozi di abbigliamento: “Speravamo molto di più. Il sentimento delle famiglia a spendere c’è stato. Ma i redditi netti non sono aumentati, non sono crescenti”.

Lo zero virgola ci viene dalla caduta del prezzo del petrolio e dalle iniziative della Bce

La realtà è che quello 0,6 in più ci viene dalla caduta vertiginosa del prezzo del petrolio, una occasione che non abbiamo saputo sfruttare così come hanno fatto altri paesi europei e dagli interventi della Bce. Ora il rallentamento dei mercati emergenti, quelli degli Usa e della Cina, per non parlare delle tempeste del mercato finanziario, della situazione delle nostre banche piene di pericolosa zavorra, con decreto del governo che ben poco sollievo darà al mercato finanziario, l’anno che è iniziato non fa presagire niente di buono. Non a caso si parla di manovre bis mentre  dalla Commissione Ue viene un segnale preciso: “l’Italia non ci chieda altro”.

Dall’inizio della crisi il numero complessivo delle aziende artigiane è crollato di 116 mila unità

Aggiungiamo a questo quadro i dati resi noti dagli artigiani di Mestre: “Anche nell’ultimo anno – afferma una nota della Cgia – le imprese attive sono diminuite di 21.780 unità, mentre dall’inizio della crisi (2009) il numero complessivo è crollato di 116 mila in attività. Al 31 dicembre 2015 il numero complessivo delle aziende artigiane presenti in Italia è sceso sotto quota 1.350.000”. Il responsabile dell’Ufficio studi ,Paolo Zabeo, sottolinea che “l’artigianato è l’unica categoria economica che continua a registrare un netto calo delle imprese attive; infatti, guardando alle imprese non artigiane solo l’agricoltura e l’estrazione di minerali evidenziano una flessione nell’ultimo anno”.

Oltre all’avanzata tecnologica hanno messo fuori mercato molti artigiani il calo dei consumi, le tasse e gli affitti. “C’è anche un aspetto sociale molto preoccupante da tenere in considerazione – spiega Zabeo – perché quando chiude definitivamente la saracinesca una bottega artigiana, la qualità della vita di quel quartiere peggiora notevolmente. C’è meno sicurezza, più degrado e il rischio di un concreto impoverimento del tessuto sociale”.

Siamo in una situazione  di stagnazione con il rischio di ulteriori fasi recessive

In questa situazione che fa il governo? Per Renzi va tutto bene, Padoan spera in un punticino in più. Non la vede così il segretario confederale della Cgil  Danilo Barbi: “Per il 2016 – dice – il governo ha programmato un aumento del Pil dell’1,6% e la crescita delle esportazioni del 4,% stime che, con queste tendenze economiche e con quello che sta succedendo nelle borse e nell’economia globali, stanno già saltando all’aria”. “La ripresa del Paese – prosegue – non può essere affidata ai soli investimenti privati e alle esportazioni: non sta funzionando. Non è sufficiente dire che ‘l’austerità non basta’, ci vuole una politica espansiva che favorisca l’aumento degli investimenti pubblici per creare occupazione giovanile, così come previsto nel nostro Piano del Lavoro. In caso contrario  il destino che ci aspetta è quello di una stagnazione con il rischio di ulteriori fasi recessive, così come testimoniato dai recenti eventi”.

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