Ma cosa sta accadendo alle banche europee?

Ma cosa sta accadendo alle banche europee?

Evito normalmente di soffermarmi sui movimenti quotidiani delle azioni delle banche, anche perché credo che la cosa più importante sia capire le cause più o meno profonde delle variazioni dei valori azionari stessi, ma quello che sta accadendo in questi giorni e in queste settimane richiede di fare conto anche delle variazioni congiunturali, sopratutto se le variazioni delle quotazioni stesse siano dell’ordine del cinquanta per cento e più nel volgere di poche settimane.

Partirò dal caso italiano, apparentemente immune dal maggiore problema della tempesta perfetta iniziata nel luglio del 2007 e che il mese successivo vide il blocco completo della liquidità interbancaria sul non marginale mercato dell’euribor, un problema che venne individuato nella proliferazione in controllata dei titoli della finanza derivata per cifre nozionali che erano un multiplo del prodotto lordo a livello planetario.

Ma il caso recente della Deutsche Bank di cui ho parlato ieri, una banca globale che ha in pancia titoli tossici per un ammontare anche difficile da immaginare, titoli non smaltiti da nessuno a differenza di quanto è accaduto negli Stati Uniti d’America, con la Federal Reserve che ha fatto da spazzino per la montagna di titoli della finanza derivata posseduti dalle banche a stelle e strisce, il caso della Deutsche, dicevo, fa capire che è difficile assolvere un intero sistema bancario, quello italiano, senza cercare di capire come è strutturato.

Ebbene, come tutti sanno, il nostro è un sistema bancario che presenta un numero molto elevato di banche, ma che è di fatto concentrato su quattro-cinque gruppi bancari che rappresentano oltre il cinquanta per cento del mercato e due dei quali, Intesa e Unicredit Group si sono lanciate in una politica di acquisizioni/salvataggi di banche europee e non solo di varia dimensioni.

Ora il problema è quello di capire cosa c’era in pancia di alcune di queste prede, in particolare in quelle tedesche e austriache, e, tanto per non fare nomi, nella controllata tedesca di Unicredit, una banca sulla quale è stato difficile per un certo tempo fare chiarezza sui conti anche per un certo tempo dopo la stessa acquisizione.

Ho proprio l’impressione che l’ostinazione del governo tedesco nel privilegiare i prodotti derivati più o meno tossici negli schemi di salvataggio europei a scapito di quelle che ieri definivo banali sofferenze abbia dei solidi e fondati motivi, peccato che a fare le spese di tutto questo la quasi totalità delle banche italiane dove si è pensato che i derivati fossero qualcosa che aveva a che fare più con l’analisi matematica che con l’attività bancaria!

Share

Leave a Reply

Your email address will not be published.