La morte di Giulio Regeni non è un giallo. Si sa chi lo ha torturato e ucciso. Ricordiamolo insieme a chi lotta contro la dittatura egiziana

La morte di Giulio Regeni non è un giallo. Si sa chi lo ha torturato e  ucciso. Ricordiamolo insieme a chi lotta contro la dittatura egiziana

Pensiamo che non sapremo mai chi ha torturato, ucciso materialmente, gettato, seminudo, ai lati di uno stradone egiziano, Giulio Regeni. Oppure lo sapremo quando la dittatura criminale al governo in Egitto sarà cacciata e coloro che ora sono al potere diventeranno ospiti delle loro carceri immonde. Leggiamo le dichiarazioni bellicose di ministri, sottosegretari, che chiedono “chiarezza”. Lo dice Gentiloni che guida il dicastero degli Esteri: “Certo -afferma – proprio da alleati chiediamo chiarezza. Il governo non rinuncerà a pretenderlo”. Renzi non parla, da Palazzo Chigi si fa filtrare: “Vogliamo sapere quello che è accaduto e conoscere i responsabili in tempi brevi”.  Un po’ poco. Non è credibile che al-Sisi, il capo del governo dei militari, sia stato tenuto all’oscuro dell’arresto del giovane ricercatore. Negli stati dove la polizia, civile o militare che sia, i servizi, hanno pieni poteri, di vita, di tortura, di morte, il riferimento diretto è il capo del governo. Impossibile non sapesse che un giovane studioso era stato arrestato, chi lo aveva arrestato e perché. Impossibile non sapesse che nelle carceri del Cairo gli strumenti di tortura facevano bella mostra di sé in qualche stanza, neppure segreta, e che venivano usati di frequente. Impossibile non sapesse che polizia ed esercito avevano l’odine di spiare gli stranieri, gli studenti, i professori, gli intellettuali, gli oppositori insomma.

Il giovane ricercatore era già sotto tiro appena messo piede al Cairo

Giulio Regeni era già sotto tiro appena ha messo piede in terra egiziana. Impossibile che la polizia non avesse  fra le mani il “chi è” di Giulio e che aspettasse solo il momento opportuno per coglierlo con “le mani nel sacco”. Sembra chiaro, e non ci vuole uno 007 di quelli che circolano nei nostri giornali e anche in quelli americani, canadesi, tedeschi, francesi, per sapere che se uno fa una ricerca sulla situazione relativa al movimento sindacale deve entrare in contatto, per forza di cose, con esponenti di questi sindacati che si oppongono al regime di al Sisi. E Giulio, anche se non fosse stato un simpatizzante del movimenti di opposizione alla dittatura, doveva per forza di cose avere rapporti con sindacalisti, partecipare a iniziative, manifestazioni. Era stato “segnato” e per non sbagliare anche fotografato. Sono cose “normali” nei regimi polizieschi, non c’è bisogno degli 007. Il rischio infatti che si sta correndo è che i media trasformino in un “giallo” con la ricerca del colpevole, una tragedia. Forse anche per questo, Enrico Letta parla di “troppa indifferenza in Italia. L’emozione – dice – non è a livello delle notizie che arrivano”. “Giallo” e anche un senso del macabro che offende un corpo torturato fino alla morte. Lasciamolo in pace, abbiamo scritto. Lo ripetiamo. Perché ogni giorno scrivere o raccontare in tv le ferite, quante e dove, pensiamo ai genitori di Giulio, a dolore si aggiunge dolore pensando alle terribili sofferenze  fino alla morte.

Ricostruzioni giornalistiche  che non servono a niente, forse allontanano da verità già note

Ed un senso di giallo, meglio di “ spy”, viene anche dalle ricostruzioni relative a chi può aver diffuso materiale usato per le ricerche da Giulio, chi erano i suoi informatori avvalorando, magari inconsapevolmente, la tesi dei suoi torturatori che questo italiano aveva collegamenti segreti, che cospirava contro il regime, un pericoloso rivoluzionario mascherato da un dottorando. Anche qui meraviglia che anche vecchie volpi del giornalismo dimentichino come funzionano i regimi polizieschi. Noi ricordiamo l’Italia della polizia di Scelba e non solo quella. Personalmente venivo convocato e mi veniva contestato di essere uno degli organizzatori di questa o quella manifestazione. Arrivavano i poliziotti a casa, mia suocera si spaventava. Io  ai  “celerini” dicevo la verità. Che ero presente perché collaboravo alla cronaca toscana dell’Unità. E meraviglia la meraviglia di alcuni 007 i quali vanno alla ricerca di chi potrebbe aver diffuso scritti inviati all’Università. Cercate il colpevole. Anche in questo caso torniamo all’Italia ai tempi in cui fra gli iscritti al Pci qualche infiltrato c’è sempre stato. Non c’erano segreti e i loro “rapporti” erano ridicoli. Niente di strano se anche fra gli studenti ci fosse qualche infiltrato. Del resto vale un ricordo. Ci riferiamo alle grandi manifestazioni studentesche, le università occupate, distinti signori che assistevano, partecipavano ai cortei, facevano amicizia. Che erano poliziotti, li distinguevi lontano un miglio.

 Se Renzi Matteo  e ministri mettessero alle corde al Sisi,  e non usassero la parola “amici”

Allora che fare, come onorare la memoria di Giulio? Certo se Renzi Matteo mettesse alle corde al Sisi, se minacciasse di porre in discussione i “buoni rapporti bilaterali”, se ministri e company cessassero di dichiararsi “amici dell’Egitto”, magari precisando  in “amici del popolo egiziano” può anche essere che la verità salti fuori.  Ne saremo felici. Servirebbe anche far sentire a chi in Egitto combatte per la libertà e la democrazia, contro la dittatura, al “popolo di piazza Tahir”, che siamo con loro, che manifestiamo con loro, che scendiamo nelle nostre piazze, che nei convegni, nei dibattiti, nelle assemblee pubbliche pronunceremo il nome di Gulio Regeni. “Noi – ci dice Alfredo D’Attorre , deputato di Sinistra italiana-Sel –  lo ricorderemo nel corso della assemblea nazionale, ‘Cosmopolitica’, da venerdì a Roma, che aprirà il percorso per la nascita del nuovo partito della Sinistra. E lo ricorderemo in tutte le iniziative che terremo in Italia. Speriamo di non essere i soli”.

Share

Leave a Reply

Your email address will not be published.