Iran. Considerazioni geopolitiche all’indomani del voto legislativo. Rouhani è solo il Machiavelli di Teheran, non l’eroe moderno

Iran. Considerazioni geopolitiche all’indomani del voto legislativo. Rouhani è solo il Machiavelli di Teheran, non l’eroe moderno

A proposito delle elezioni legislative in Iran, è opportuno che anche ai lettori italiani vengano fornite alcune chiavi di lettura per interpretare ciò che davvero sta accadendo in quella rilevante e strategica regione del Medio Oriente. Molti organi di stampa nazionali, piuttosto che informare, hanno preferito “fare il tifo” per la compagine del presidente Rouhani, giudicato, da se stesso, quale un “riformatore”, che si oppone ai “conservatori”, ovvero come colui che si apre all’Occidente, contro coloro che invece ne hanno timore. In realtà, l’apertura all’Occidente resta un obiettivo di Rouhani, ma solo sul versante del business, non certo su quello dei diritti civili, in un Paese ancora fortemente governato dalla Sharia e dal Corano, e dunque sostanzialmente teocratico. Migliaia di oppositori del regime versano in gravissime condizioni nelle carceri iraniane. Si applica la pena capitale per reati di opinione. Si usano pene corporali per coloro che si fossero macchiati di qualunque peccato, condannato dal Libro Sacro. Nelle teocrazie, ogni peccato diventa reato. Quale sia dunque il segno “riformatore” di Rouhani è ancora oggetto di dibattito. Proviamo invece a capire su cosa davvero ha votato il popolo iraniano.

Intanto, la prima sostanziale divisione riguarda l’accordo sul nucleare, che ha differenziato i sostenitori dagli oppositori. L’accordo di luglio con le grandi potenze occidentali ha di fatto, riallineato la politica iraniana tra due schieramenti, i sostenitori e gli oppositori all’accordo. Il principale alleato del presidente Rouhani è Ali Larijani, presidente del Parlamento iraniano. Quest’ultimo ha respinto con forza, usando la sua leadership, ogni critica all’accordo, ed ha favorito una forte collaborazione tra governo e Parlamento quale non s’era mai vista prima. Larijani, nella sua campagna elettorale, è stato poi palesemente appoggiato dal generale Qassem Soleimani, capo della brigata oltremare delle Guardie rivoluzionarie al-Quds. L’accordo sul nucleare dovrà essere concretizzato entro i prossimi nove anni e prevede la limitazione del programma nucleare iraniano, ma soprattutto l’abbattimento delle sanzioni da parte della UE, degli Usa e delle Nazioni Unite. In sostanza, è quest’ultima parte dell’accordo che ha determinato le elezioni iraniane.

È sbagliato perciò ridurre la politica iraniana come una sorta di confronto tra riformisti e fondamentalisti. L’Iran è un paese enorme, con una estensione geografica e territoriale pari a Iraq, Turchia e Siria messe assieme. Ogni elezione in Iran è perciò una miscela esplosiva e complessa di fattori regionali, locali e tribali, che spingono gli elettori a votare in un certo modo piuttosto che in un altro. L’economia della zona resta, banalmente, la motivazione principale che sposta la decisione degli elettori e gli equilibri politici. È per questo che per l’Iran non funzionano i paradigmi occidentali di “sinistra contro destra”, o “riformatori contro conservatori”. Analisti e giornalisti che invece hanno voluto dare un ritratto di queste elezioni come se fossero state una sfida tra riformatori e fondamentalisti, hanno in realtà preferito una interpretazione eurocentrica di comodo, che poco si adatta all’attualità politica dell’Iran. Si prenda come esempio l’elezione dell’Assemblea degli esperti: la sconfitta dell’ayatollah Mohammad Yazdi vuol dire semplicemente che sarà eletto un nuovo presidente. Ma il ruolo e la funzione restano quelle di un organismo opaco, che spesso dirige e rende subalterno il Parlamento di Teheran. Inoltre, la contemporanea sconfitta di altri ayatollah fondamentalisti, molto allarmati da Rouhani, potrebbe spaventare il clero sunnita, ancora molto potente, proprio per gli effetti delle eventuali aperture all’Occidente. Quasi certamente, in seno all’Assemblea degli esperti si aprirà un feroce dibattito sul futuro dell’Iran, soprattutto religioso. Nessuno sa ancora come potrà finire.

Un capitolo a sé merita il presidente Rouhani, che è certamente un uomo politico scaltro, ma non di certo un riformatore. Potremmo definirlo invece un conservatore pragmatico, formato nelle università occidentali, una sorta di Machiavelli in salsa iraniana, che prima ha affascinato Obama e gli americani, poi si è presentato agli europei, da Renzi a Hollande alla Merkel, al solo fine di migliorare l’economia allo stremo dell’Iran attraendo investimenti esteri. Nulla, naturalmente, ha fatto in tema di libertà di stampa, di diritti individuali e collettivi, e di libertà di associazione. È per questo che, nonostante le aperture al business occidentale, è ancora fortemente criticato in Iran dai movimenti di opposizione al regime.

Sul piano geopolitico, l’Iran gioca un ruolo strategico decisivo, soprattutto nel confronto intramussulmano tra sunniti e sciiti. Lo scontro con la dinastia saudita è al calor bianco, e non è detto che questo conflitto non possa concretizzarsi attraverso un confronto armato, soprattutto perché in gioco è l’equilibrio della regione mediorientale, tutta intera, dal Nilo all’Eufrate. Per questo, Rouhani sarà costretto a giocare la carta del compromesso interno con i conservatori e fondamentalisti, dei quali avrà inevitabilmente bisogno in caso di conflitto armato contro gli sciiti. Dovrà convincerli che l’impianto fondamentalista della Repubblica islamica non sarà messo mai in discussione da eventuali aperture all’Occidente e miniriforme all’interno.

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