Caso Regeni. Professionisti della tortura lo hanno tolto di mezzo. Agghiacciante ricostruzione dei Pm romani

Caso Regeni. Professionisti della tortura lo hanno tolto di mezzo. Agghiacciante ricostruzione dei Pm romani
Mentre dal Cairo continuano ad arrivare ipotesi poco verosimili sul movente dell’omicidio di Giulio Regeni, la procura di Roma ha pochi dubbi sul fatto che il giovane sia stato ucciso per motivi legati al suo lavoro di ricerca. Inoltre “le sevizie e la crudeltà” cui è stato sottoposto Giulio prima di morire, secondo chi indaga, fanno pensare che non sia stato ucciso da ‘criminali comuni’, ma da professionisti della tortura. Dall’esame del computer di Regeni, e anche dal resto dell’attività istruttoria, non emergono comunque legami di Giulio Regeni apparati dei servizi segreti per i Paesi con cui Regeni aveva contatti (Italia-Gran Bretagna e Stati Uniti ndr). L’inchiesta, secondo quanto si è appreso, avrebbe inoltre evidenziato che il nostro connazionale non aveva avuto contatti con persone che potrebbero indurre a dei sospetti e tantomeno che i dati raccolti nell’ambito delle sue ricerche siano uscite fuori dall’ambito universitario.
 
Da Roma avanzate richieste ai social network per ricostruire gli ultimi spostamenti del ricercatore
 
I pm romani che indagano sulla morte del ricercatore hanno anche avanzato una richiesta alle società che gestiscono i maggiori social network per ottenere le password utilizzate da Regeni in modo da poter ricostruire gli spostamenti effettuati dal ricercatore con la geolocalizzazione.  La procura ha attivato da tempo una richiesta di informazioni, e password, ma finora non sono arrivate risposte ufficiali. Attraverso gli accessi gli inquirenti potrebbero avere ulteriori notizie sulla vita di Giulio e le relazioni che intratteneva in Egitto e altrove. In particolare l’interesse di chi indaga è acquisire i dati relativi ai dispositivi gps collegati al telefono del suo cellulare che è letteralmente scomparso in contemporanea con la sua scomparsa.
 
Per la polizia egiziana non era nelle liste degli ‘schedati’, ma ci sono tanti sospetti sul ruolo dei servizi di quel Paese
 
Secondo le informazioni date ai nostri inquirenti dalle autorità egiziane, Regeni non sarebbe assolutamente finito nella lista degli schedati, anche se di questo si occupano i blindatissini apparati di sicurezza della Presidenza. In base agli elementi raccolti fino ad ora, spiegano le fonti della procura, è possibile affermare che Regeni facesse una vita piuttosto ritirata al Cairo, e che le sue conoscenze e frequentazioni fossero limitate all’ambiente universitario. Inoltre, dai primi esiti degli esami tossicologici sarebbe emerso che Regeni non faceva uso di droghe. Ma se Giulio è stato torturato e ucciso per ciò che studiava perché chi l’ha preso non ha fatto sparire, né manomesso il suo computer? Nessun elemento, dai primi accertamenti sul pc del giovane, fa pensare che lui raccogliesse informazioni se non per il dottorato, né che queste informazioni venissero usate altrove.
 
Al rallentatore le comunicazioni dal Cairo. Un muro di gomma su autopsia, testimonianze e dati delle celle telefoniche
 
Il pm Sergio Colaiocco chiede da tre settimane, e per ora senza risultati, i verbali delle testimonianze, il referto dell’autopsia effettuata al Cairo, i dati delle celle telefoniche, i filmati delle telecamere di sorveglianza della zona nella quale si è mosso Giulio il 25 gennaio prima della scomparsa e gli altri atti del fascicolo aperto dalla procura egiziana. Per ora nulla di tutto ciò è stato trasmesso a Roma e gli unici documenti certi in mano agli inquirenti italiani sul caso restano l’autopsia effettuata all’Istituto di medicina legale de La Sapienza, il cui referto arriverà sul tavolo del pm la prossima settimana, e il pc sul quale continuano gli accertamenti. 
Share

Leave a Reply

Your email address will not be published.