Anno giudiziario. Il lungo quaderno delle doglianze

Anno giudiziario. Il lungo quaderno delle doglianze

Relazione sobria, con poche concessioni alla spettacolarità, quella del primo presidente della Corte di Cassazione Giovanni Canzio. Unico vezzo: la rinuncia al “Tocco”, la scelta di restare a capo scoperto (imitato dai colleghi), per dare un’immagine di maggiore “vicinanza” con la pubblica opinione. In effetti, quella sfilata di “ermellini”, quella solennità, se da una parte danno il visivo segno di un’istituzione che massimamente andrebbe rispettata, dall’altra contribuisce a far sentire la “Legge” un qualcosa di distante, distaccato, sordo, insensibile, imperscrutabile: da temere e da cui comunque è bene star lontano; hai voglia a scrivere nelle aule di tribunale che “la legge è uguale per tutti”. Non per nulla si chiosa che non tutti sono uguali per la legge; e quanto ciò sia vero se ne ricava quotidiana dimostrazione dalla cronaca corrente.

Andiamo al sodo. Cosa dice il presidente Canzio? Che “il paese ha sete di legalità, e garanzie di efficienza e affermazione della giustizia. Il paese chiede che la legge venga applicata in modo uniforme e rapido; che tutti abbiano uguale trattamento nei casi simili o analoghi”.

Canzio: nei codici migliaia  di leggi che dicono tutto e il contrario di tutto

Come no? È una prima stoccata alla classe politica: accusata di non  riuscire a delegificare, cosicché nei nostri codici ci sono migliaia di leggi, che dicono tutto e il loro contrario; e chi la legge la deve poi applicare non sa come sbrogliarsela. La classe politica che continua a varare norme su norme, sulle cose più assurde e illogiche; e mantiene in vita quelle più illogiche e assurde… Da buon diplomatico Canzio riconosce che rispetto agli anni passati la situazione presenta dei miglioramenti; al tempo stesso chiede al legislatore di non cadere nella tentazione di varare leggi ispirate a logiche emergenziali poco attente alle garanzie costituzionali; e anche questo è un bell’atto di accusa alla classe politica: che pensa e crede (meglio: pensa che i cittadini possano credere), che di fronte a un’emergenza la prima (e anche unica) cosa da fare, sia quella di varare un provvedimento di legge; e meglio se vellica gli umori del momento di una pubblica opinione smarrita e confusa. Mentre una classe politica seria dovrebbe avere il coraggio di varare norme “fredde”, senza cedere alle emozioni e ai condizionamenti del momento, e soprattutto facendosi assistere dal corpo dei funzionari esperti di leggi e norme, che esistono sia alla Camera dei Deputati che al Senato, e sono eccellenti; ma pochissimo vengono consultati e utilizzati.

Immigrazione: sul terreno del processo penale una risposta inutile, inefficace, dannosa

 Il presidente Canzio poi entra nel merito: sollecita, un’attenta riflessione sultema caldo dell’immigrazione: “Non v’è dubbio”, sillaba, “che la risposta sul terreno del processo penale si è rivelata inutile, inefficace, per alcuni aspetti dannosa”.

Ricorda commosso i tanti colleghi vittime, negli anni del fascismo, delle leggi razziali, e poi negli anni della Repubblica le vittime di mafia e terrorismo;  e invita Parlamento e Governo ad apprestare tutte le misure urgenti e necessarie assicurare alla collettività  una giustizia rapida, certa, efficiente; e un deciso no al modello di magistrato burocrate, preoccupato più della difesa del proprio status, che della tutela dei diritti del cittadino.

La risposta del ministro della Giustizia Orlando? “Ci adopereremo nel quadro di una ridefinizione delle regole che disciplinano il fenomeno migratorio per il superamento del reato di emigrazione clandestina”. Peccato che il ministro dell’Interno Angelino Alfano al solo sentir parlare di toccare la legge Bossi-Fini minacci sfracelli (e pazienza se la Corte Costituzionale dice che confligge con la legge suprema); peccato che anche di recente il presidente del Consiglio Matteo Renzi abbia detto che in omaggio a una non meglio specificata e non si sa da chi certificata “percezione” popolare, prima di mettere mano alla Bossi-Fini ci si penserà settanta volte sette…

Ministro Orlando: nelle  carceri situazione migliorata.  Ma è quasi un nulla con delle trappole

Il ministro Orlando poi ci tiene a sottolineare che nelle carceri la situazione è migliorata: il sovraffollamento è diminuito: dal 131 per cento al 105 per cento, da circa 64mila detenuti a 52mila circa; e detta così, si può anche dire: meglio di nulla. Solo che è un nulla con delle “trappole”: nei posti conteggiati ci sono anche celle, reparti, carceri non utilizzabili, e per tante ragioni: per esempio non ci sono sufficienti agenti di polizia penitenziaria per garantire la sicurezza. Può accadere così che un braccio sia vuoto; e l’altro sovraffollato. I posti ci sono sulla carta, i detenuti dormono sui letti a castello vietati per legge, come a Sollicciano… Non una parola sulla sanità penitenziaria, largamente deficitaria, sugli assistenti sociali con vistosi vuoti d’organico, la possibilità di lavoro e studio per il reinserimento, assicurati a una minoranza, e via così. E questo per limitarsi alla sola situazione carceraria.

Le relazioni presso le Corti d’Appello, un quaderno di doglianze infinito

Perché poi se si presta attenzione alle relazioni presso le Corti d’Appello, se ne ricava un quaderno di doglianze infinito. Da Torino a Palermo, da Milano a Roma, il grido di dolore è lo stesso: difficoltà organizzative, carenze di organici: personale d’ausilio, ma anche nei vertici apicali dei distretti. Grazie a una frettolosa riforma sulla Pubblica Amministrazione fortissimamente voluta dal ministro Marianna Madia, per quel che riguarda i magistrati si è pensato bene, senza gradualità, di abbassare la soglia dell’età pensionabile: centinaia di magistrati dal giorno alla notte hanno dovuto svuotare i cassetti dei loro uffici, ma non ci sono altrettanti magistrati per riempire i vuoti: i concorsi sono lenti e lunghi, e anche le nomine del Consiglio Superiore della Magistratura: ognuna viene attentamente contrattata tra le varie componenti… C’è un arretrato spaventoso di processi, sia nel civile che nel penale; e si magheggia: perché se alcuni procedimenti li si trasforma da materia penale a materia civile, si “libera” la scrivania di un pubblico ministero, ma si intasa contemporaneamente quella di un altro magistrato; e si possono anche allungare i tempi della prescrizione, ma si tratta comunque di un’aspirina quando occorrerebbe almeno un antibiotico. E comunque, se a Roma o a Napoli ogni magistrato si trova a fare i conti con centinaia di procedimenti al mese, è evidente che una buona metà verranno accantonati, e saranno comunque destinati a “morire” per prescrizione; e si badi: circa il 70 per cento dei procedimenti non si prescrivono per manovre dilatorie messe in atto dalla difesa dell’imputato. Si verificano quando ancora sono dal Giudice per l’Indagine Preliminare o dal Giudice per l’Udienza Preliminare, quando cioè il difensore non può neppure mettere bocca.

Difficoltà  nel passaggio ai nuovi strumenti informatici e software, si complicano i normali iter

Si lamentano poi difficoltà per quel che riguarda il passaggio ai nuovi strumenti informatici e software che invece di razionalizzare, complicano i normali iter… Mali antichi, strutturali, aggravati da “nuove” situazioni. Per esempio: a Roma e nel Lazio, denuncia il presidente della Corte d’Appello, mafia e organizzazioni criminali si sono da tempo infiltrate nel tessuto sociale e nelle istituzioni; si conferma, insomma, quello che il presidente Giorgio Napolitano aveva denunciato, inascoltato, nell’unico messaggio inviato alle Camere (e dalle Camere lasciato cadere): “l’intollerabile durata dei processi”;  che, denuncia il presidente della Corte d’Appello di Napoli “inevitabilmente comporta che si effettuino criticabili scelte nell’individuazione di criteri per la trattazione privilegiata di alcuni processi penali, accantonandone altri; il tutto si traduce in una inevitabile prescrizione del reato”.

Critiche fuori luogo del ministro alla magistratura che ha coperto i vuoti della politica

Intervenuto a Palermo, sabato scorso, il ministro della Giustizia Orlando invita a “una riflessione che compete alla politica, la quale ha mostrato forse troppa timidezza nell’intervenire e stabilire regole per chi le regole è poi chiamato ad applicarle. Questa timidezza è dovuta a molti fattori: è dovuta a una certa sacralizzazione del ruolo e della funzione della magistratura, che ha ragioni storiche profonde e condivisibili, che è inversamente proporzionale alla perdita di credibilità che la politica ha patito negli ultimi decenni. Ma è dovuta anche a mutamenti economici e sociali sempre più imponenti, che superano ampiamente i confini nazionali e rispetto ai quali dobbiamo costruire strumenti di analoga portata. Far valere le ragioni della politica diviene dunque sempre più difficile. È tuttavia necessario perché la politica mantiene, secondo le regole della democrazia, un insostituibile compito di carattere ‘architettonico’, svolge cioè la funzione di direzione e di determinazione, degli orientamenti generali del paese, che la Costituzione le assegna…”.

Bello, no? E come non essere d’accordo? E d’accordo sul fatto che la magistratura, parte della magistratura, ha colmato dei vuoti, e d’accordo che non doveva, non avrebbe dovuto. Ma quei “vuoti” chi li ha lasciati? La politica. E se la politica lascia dei “vuoti” ci si lamenta con chi li riempie? Sacralizzazione del ruolo a parte, se c’è stata “timidezza”, questa andrà pur imputata al “timido”. “Timido” che al tempo stesso si è mostrato ben “arrogante” e “sfrontato”… Comunque, bene essersi richiamati alla Costituzione. Da ricordare più spesso, questo richiamo.

 

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