Iran. Per Obama, è un’ottima giornata. Ma restano molte ombre su Teheran, dopo la fine delle sanzioni

Iran. Per Obama, è un’ottima giornata. Ma restano molte ombre su Teheran, dopo la fine delle sanzioni

Dopo la notizia ufficiale per la quale a bordo di un aereo vi erano gli americani che per anni erano stati prigionieri in Iran, il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha voluto salutarne il rilascio nel corso di un intenso intervento televisivo, domenica 17 gennaio. Obama ha anche garantito che per gli Stati Uniti è finita l’epoca delle sanzioni contro l’Iran per effetto dell’accordo sul nucleare con le autorità di Teheran. Per Obama si tratta del trionfo della diplomazia sul conflitto.

L’ottima giornata di Obama

“È un’ottima giornata”, ha detto Obama, “perché una volta ancora stiamo considerando cosa sia possibile attraverso una forte diplomazia americana”. Obama ha confermato che i colloqui con l’Iran, difficili e complessi, ma dall’esito felice, hanno evitato “un’altra guerra in Medio Oriente, ed hanno consentito agli Usa di dedicarsi ad altre questioni”, come quella relativa alla cattura e alla breve detenzione dei 10 marinai americani da parte delle autorità iraniane. Obama ha poi aggiunto, a proposito delle due imbarcazioni americane fermate nelle acque territoriali iraniane: “Qualche buontempone qui a Washington si sono precipitati a dichiarare che fosse l’inizio di un’altra crisi di ostaggi. Invece, abbiamo lavorato direttamente col governo iraniano ed abbiamo assicurato il rilascio dei nostri marinai in meno di 24 ore”. Dopo aver sbandierato il successo dell’accordo sul nucleare iraniano, Obama ha però voluto invitare alla cautela: l’accordo non ha ancora risolto tutte le questioni aperte tra i due paesi. Altri americani sono ancora bloccati nelle galere dell’Iran o risultano scomparsi. Tuttavia, ha aggiunto Obama, “un’opportunità unica, una finestra ha condotto a notevoli progressi su molti fronti”.

Il conflitto tra Obama e i repubblicani

Il punto è che gli avversari repubblicani di Obama avevano aspramente criticato la liberazione di sette cittadini iraniani detenuti negli Usa con l’accusa di terrorismo, giudicandola come una sorta di scambio tra prigionieri. Uno dei candidati repubblicani alla presidenza, il senatore Ted Cruz, aveva anticipato Obama nel corso di un’intervista televisiva alla Fox e aveva definito gli iraniani liberati “sette terroristi, che con altri 14 individui non più accusati, fanno 21 terroristi”. Obama ha replicato direttamente alle accuse: il rilascio degli americani detenuti in Iran è “un gesto di reciproca umanità. Questi individui non erano accusati di terrorismo o di reati violenti. Sono civili e il loro rilascio è un gesto che riflette la nostra volontà di impegnarci seriamente con l’Iran”.

Il rilascio del giornalista del Washington Post

Intanto, l’editore del Washington Post ha confermato che il giornalista Jason Rezaian, di doppia nazionalità americana e iraniana, aveva “lasciato il paese sano e salvo con sua moglie e sua madre”. Anche le moglie del giornalista era stata arrestata nel 2014, ma era stata rilasciata. Insieme col giornalista sono stati rilasciati il pastore Saeed Abedini, Nosratollah Khosrawi-Roodsari e il marine Amir Hekmati. In una nota, la famiglia di Hekmati scrive: “è difficile trasferire in parole quello che la nostra famiglia prova adesso. Restiamo nell’attesa piena di speranza fino a quando non abbracceremo Amir. Come molti di voi sanno, il padre di Amir è molto malato e presto finalmente potrà abbracciare suo figlio per l’ultima volta”.

Il mistero dell’agente FBI Bob Levinson scomparso in Iran

Obama ha fatto riferimento anche alla vicenda di Bob Levinson, ex agente FBI, che forse operava in Iran per conto della Cia, e scomparso nel lontano 2007. In molte occasioni, la Casa Bianca ha dovuto smentire che Levinson stesse lavorando in Iran, segretamente, per conto dell’agenzia governativa americana. Obama ha voluto rimarcare il fatto che la sua amministrazione sta facendo di tutto per riportare a casa Levinson, ma la sua scomparsa è tuttora avvolta nel mistero più fitto. Obama ha concluso il suo discorso rivolgendosi direttamente agli iraniani, definendo la loro “una grande civiltà che oggi ha la rara possibilità di intraprendere un nuovo cammino”.

Luci e ombre della fine delle sanzioni sull’Iran

Dal punto di vista degli effetti della fine di alcune sanzioni imposte a Teheran, acquista un valore notevole lo sblocco di 26,4 miliardi di euro, su un totale di beni congelati all’estero pari a 90 miliardi di euro. Il primo sblocco dei fondi dovrà contribuire alla ricostruzione delle riserve della banca centrale iraniana e al finanziamento degli investimenti necessari a una ripresa dell’economia dell’Iran, che ha sofferto, negli anni della “resistenza” di una crisi devastante. Si tratta di infrastrutture petrolifere, industrie automobilistiche, ospedali. La fine delle sanzioni sul commercio del petrolio iraniano dovrà permettere a Teheran di aumentare molto rapidamente la sua produzione, fino a 500.000 barili al giorno, e di raddoppiarne la capacità entro il prossimo anno fino a due milioni di barili al giorno. La crescita della rendita petrolifera in Iran nel solo 2016 è stimata a 13,7 miliardi di dollari, nonostante la flessione del prezzo del greggio a livello mondiale. La fine delle sanzioni finanziarie e la ripresa degli scambi monetari permetteranno un ritorno degli investitori esteri nel paese, un processo che si annuncia lungo e complesso. La Banca mondiale stima che gli investimenti si attesteranno attorno ai 3 miliardi di euro entro i prossimi due anni, raddoppiando il livello del 2015. Tuttavia, nonostante le previsioni ottimistiche, il mondo del business resta cauto sugli investimenti in Iran, per effetto della clausola “snap back” prevista dagli accordi di Vienna, ovvero la possibilità di ristabilire le sanzioni nei prossimi dieci anni se l’Iran non dovesse soddisfare tutti gli obblighi nucleari sottoscritti: un rischio paventato soprattutto dalle grandi multinazionali.

L’incognita delle elezioni legislative in Iran del prossimo 26 febbraio e le resistenze dei capi islamici

Intanto, l’Iran dovrà superare una prima fase di transizione, l’uscita dalle sanzioni non basterà a sollevare un’economia in crisi profonda. Gli analisti sostengono che la crescita sarà nulla per il biennio prossimo, mentre il tasso ufficiale di disoccupazione rasenta il 30% della popolazione. Il Fondo Monetario Internazionale prevede tuttavia un aumento sensibile al termine del prossimo biennio. Tutti gli analisti temono che questo processo di apertura e di rilancio dell’economia dell’Iran possa trovare una battuta di arresto il prossimo 26 febbraio, quando avranno luogo le elezioni legislative, vero banco di prova per la tenuta politica e istituzionale del paese. Contro questo processo di modernizzazione infatti si è già schierato Ali Khamenei, guida suprema dei mussulmani sciiti dell’Iran. Ha espresso il suo netto e pubblico rifiuto alla ripresa dei rapporti economici con gli Stati Uniti, considerati ancora come un nemico, anzi come il nemico. Come risponderà la teocrazia iraniana alle sollecitazioni globali è ancora la grande incognita che consiglia cautela e attenzione.

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