Il presidente iraniano Rouhani ricevuto in pompa magna fa affari in Italia. Ma quale paese è l’Iran?

Il presidente iraniano Rouhani ricevuto in pompa magna fa affari in Italia. Ma quale paese è l’Iran?

Il presidente della Repubblica islamica dell’Iran, Hassan Rouhani, ha effettuato un viaggio in Europa, prima in Italia e poi in Francia. È l’effetto della firma sull’accordo per la limitazione del nucleare iraniano, che ha fatto cadere anche le sanzioni. Naturalmente, gran parte dei media, italiani soprattutto, hanno celebrato l’evento come una vittoria degli affari: ben 17 miliardi di dollari di commesse, tra accordi minerari, metalmeccanici, agroindustriali, e perfino urbanistici. En passant, rileviamo che una fetta imponente di questa torta, quasi 5 miliardi, è stata aggiudicata dalla società che attualmente pubblica il quotidiano l’Unità, fondato da Gramsci nel 1924, ed ora houseorgan di Palazzo Chigi. Se l’editore dell’Unità fa affari con l’Iran, il giornale manterrà la sua autonomia critica? Intanto, di quale Iran è presidente Rouhani? Ecco una serie di punti caldi, sui quali la comunità internazionale, ed europea, dovrebbero continuare a intervenire.

L’Iran: Paese leader nell’applicazione della morte

Secondo il Rapporto annuale di Nessuno tocchi Caino del 2016, “l’Iran nel 2015 ha giustiziato 1.084 persone, che rappresentano il più alto numero di esecuzioni nel Paese in 25 anni, secondo le organizzazioni a difesa dei diritti umani. L’Iran, che continua ‘a giustiziare più persone pro capite di qualsiasi altro Paese al mondo’, secondo le Nazioni Unite, ha effettuato una media di tre esecuzioni al giorno nel 2015, in base alle statistiche pubblicate da un’organizzazione iraniana per i diritti umani”. Sul ruolo del presidente Rouhani, sempre Nessuno tocchi Caino scrive: “Sin dall’elezione del presidente Hassan Rouhani, che è stato celebrato da molti in Occidente come un riformatore moderato, le esecuzioni in Iran sono aumentate, raggiungendo numeri record in ognuno degli ultimi anni. L’ONU ha registrato 753 esecuzioni nel 2014, anche se alcune organizzazioni per i diritti umani hanno sostenuto che il numero fosse più alto”. Nonostante le aspettative dell’Occidente, che ha siglato l’accordo sul nucleare iraniano, non esiste alcun moderatismo in Iran, né dopo la firma sul nucleare, né dopo la fine delle sanzioni. Anzi.

L’Iran: paese dove la pena di morte si applica ai dissidenti politici e religiosi, agli omosessuali, alle donne violentate

In Iran, come ancora scrive il Rapporto di Nessuno tocchi Caino, “Un gran numero di persone giustiziate appartengono a minoranze religiose, come i convertiti al cristianesimo, aderenti al bahá’í, musulmani sunniti e curdi. I dissidenti politici sono stati presi di mira dal regime iraniano, spesso giustiziati dopo un procedimento giudiziario che gli osservatori internazionali hanno considerato come iniquo. L’Iran rimane inoltre una delle poche nazioni a giustiziare minorenni, omosessuali e donne che si sono difese contro gli stupratori”. Last but not least, nel corso della seduta del 18 dicembre 2014, le stesse Nazioni Unite hanno condannato l’Iran per l’uso della tortura e per punizioni giudicate inumane e degradanti, tra cui la fustigazione e l’amputazione. E non è ancora tutto.

L’Iran: immensa prigione per centinaia di giornalisti

L’Iran di Rouhani è una delle più grandi prigioni al mondo per i giornalisti: 20 reporter professionisti e centinaia di non professionisti sono da mesi detenuti nelle carceri iraniane. Nell’ottobre del 2015, la 28° Camera del tribunale rivoluzionario di Teheran ha condannato un giovane documentarista a sei anni di carcere duro e a 223 colpi di frusta per “insulti all’Islam” e per “relazioni immorali”. Accuse fondate su cosa? Solo per aver realizzato un documentario, con l’aiuto di una collega iraniana, sui graffiti nelle città iraniane dopo i movimenti di protesta del 2009. La giornalista Narges Mohammedi, portavoce del Centro per la difesa dei diritti dell’Uomo in Iran, è stata arrestata il 5 maggio del 2015 con la ridicola accusa di “collaborazione con Daesh”. In realtà, aveva protestato contro la pena di morte inflitta ad alcuni salafiti sunniti. In carcere, la giornalista è stata torturata e picchiata, e nello scorso ottobre è stata ricoverata d’urgenza in ospedale, in fin di vita. Quando si è ripresa è stata ricondotta in carcere, contro il parere dei medici. Nel dicembre scorso, il procuratore di Teheran incaricato di seguire i media e la cultura, ha denunciato il quotidiano Ettelaat per aver pubblicato un’intervista e la foto dell’ex presidente Mohammad Khatami. L’accusa: ai media è fatto divieto di pubblicare informazioni sui “capi della sedizione”. Da quando Rouhani è presidente, sono stati sospesi 11 giornali. Il 3 gennaio 2016, l’ultimo caso: la giustizia iraniana ha annunciato la sospensione del quotidiano riformista Bahar per “propaganda contro il regime e pubblicazione di articoli che mettono in discussione la Repubblica Islamica”. I giornalisti, almeno 50, sono stati incarcerati per alcuni giorni, e quando sono stati liberati si sono visti vietare l’esercizio della loro professione. Il 2 novembre 2015, agenti dell’intelligence iraniano, i Guardiani della Rivoluzione, hanno arrestato quattro giornalisti con l’accusa di “partecipazione a una rete di infiltrazione legata agli americani nei media iraniani. Con un’accusa simile, è stato messo agli arresti anche il giornalista del Washington Post, Jason Rezaian, detenuto dal 22 luglio 2014 al 16 gennaio 2016. La sua liberazione, tenacemente voluta da Washington in cambio della liberazione di prigionieri iraniani, non deve far dimenticare però l’elevato numero di giornalisti iraniani che amano il loro paese e non lo tradiranno mai. Nella classifica mondiale sulla libertà di stampa, stilata da Reporter senza frontiere, l’Iran è situata al 173° posto su 180 paesi.

L’Iran: paese che nega l’Olocausto

Infine, il regime iraniano teocratico e islamico, nella sua guerra contro Israele, che ovviamente vorrebbe eliminata del tutto dal Medio Oriente, nega la Shoah, l’Olocausto degli ebrei per mano dei nazisti, definendola una sostanziale invenzione degli stessi ebrei. Rileviamo solo per dovere di cronaca che nelle stesse ore in cui la presidente della Camera, Laura Boldrini, e la ministra dell’Istruzione, parlavano della giornata della memoria, il 27 gennaio, e del viaggio della memoria ad Auschwitz, con centinaia di studenti, il nostro premier Renzi riceveva in Campidoglio proprio il principale negazionista dell’Olocausto, il presidente dell’Iran Rouhani. Non ci risulta che il premier abbia avanzato critiche, dure o velate, alla condizione dei diritti umani e delle libertà civili in Iran, né che abbia mosso critiche contro il negazionismo. Osserviamo, infine, che in molti Paesi d’Europa, esiste un reato specifico per chi si fa paladino del negazionismo della Shoah. È strano che venga accolto in pompa magna in Italia e in Francia un signore che esprime il suo negazionismo pubblicamente, pur essendo presidente di una Repubblica islamica, senza che ciò muova a un minimo di indignazione pubblica. Ma si sa, almeno in Italia, bastano e avanzano le consuete proteste della Comunità ebraica.

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