La riforma costituzionale passa alla Camera in terza lettura. Ora va al Senato. La sfida è il NO al referendum

La riforma costituzionale passa alla Camera in terza lettura. Ora va al Senato. La sfida è il NO al referendum

La Camera dei Deputati ha approvato il ddl Boschi di riforma costituzionale, in terza lettura, con 367 voti a favore e 194 voti contrari e senza grandi sorprese o polemiche, dal momento che distanze e posizioni sembrano ormai essersi cristallizzate, in vista del referendum che in ogni caso dovrà sancire la parole fine a riforma del Senato e del Titolo V della Costituzione. Come giustamente sostiene il professor Gaetano Azzariti nel corso di un’intervista al quotidiano Repubblica, infatti, il referendum confermativo è previsto dall’articolo 138 della nostra Costituzione, e non è una concessione del premier, né di nessun altro, dal momento che la riforma Boschi è stata votata a maggioranza semplice, e non con i due terzi dei parlamentari. Ora, la riforma passerà per l’ultima e definitiva approvazione del Senato, e in primavera inoltrata il suo iter parlamentare sarà terminato. A quel punto, sarà indetto il referendum confermativo.

Favorevoli e contrari ad una pessima riforma

Su piano del significato politico, hanno votato a favore i partiti della maggioranza di governo Pd, Ncd, Ap e socialisti, col sostegno del gruppo Ala costruito ad hoc da Denis Verdini. Hanno votato contro Sinistra Italiana, Forza Italia (tranne qualche astenuto), Movimento 5 Stelle. In Aula record di presenze per Sinistra italiana: c’erano tutti i 30 deputati. Secondo per compattezza il Partito democratico: 97% di presenze e sette assenti, ma tutti – affermano dal gruppo – giustificati (si nota il banco vuoto di Roberto Speranza, che guida la minoranza Pd, ma i colleghi spiegano che è in viaggio di nozze). Tra gli altri partiti, si segnalano tredici assenti tra le fila dei 5 Stelle (83,5% di presenze) e otto assenti nei banchi di Forza Italia (81,8% di presenze).

L’autoesaltazione da Minculpop del premier e, purtroppo, di parte della minoranza

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi pubblica su Facebook una foto del tabellone dell’Aula della Camera dopo il voto sulla riforma costituzionale. “Due anni fa – sottolinea – nessuno scommetteva un centesimo sul fatto che questo Parlamento facesse le riforme. E invece è tornata la politica, è tornata l’Italia. I professori non più precari, la legge elettorale stabile, le tasse su case e lavoro che vanno giù, la disoccupazione che grazie al Jobs Act finalmente scende, la giustizia civile che riduce gli arretrati: tutti provvedimenti votati da questo Parlamento”. Siamo alla propaganda da Minculpop, come si evince chiaramente dall’elenco, un tantino farlocco delle cosiddette riforme. Ovviamente, il messaggio che ora Renzi impone non è relativo al merito, spesso sbagliato e di segno conservatore, dei provvedimenti, ma all’ideologia dell’innovazione istituzionale, come se quest’ultima fosse neutra rispetto al nuovo assetto dello Stato. Last but not least, con questa riforma non viene risolta la combinazione nefasta con la nuova legge elettorale, il nefasto Italicum, che attribuisce a una minoranza e al governo una somma di poteri mai vista prima. E se così è, non si spiega l’euforia di alcuni parlamentari della minoranza del Partito democratico, che pure hanno votato a favore della riforma Boschi. Matteo Mauri, uno dei capi di “Sinistra è cambiamento” in una nota, esulta: “Il voto di oggi sulla riforma della Costituzione rappresenta una pagina storica per l’Italia”. E si spinge fino a dire che in fondo la riforma Boschi è anche una medaglia della sinistra: “Come ‘Sinistra è Cambiamento’ abbiamo contribuito in modo attivo per migliorare in maniera significativa la riforma durante tutti i vari passaggi parlamentari. Consapevoli che il modo migliore per difendere lo spirito e i valori della Costituzione è innovare le Istituzioni adattandole alle trasformazioni e ai cambiamenti della società e della storia. Mancano ancora pochi passi e poi si arriverà al referendum in cui tutti i cittadini saranno chiamati a esprimersi. Un momento democratico fondamentale per cambiare il Paese in cui si confronteranno più idee. Da parte nostra è massima la fiducia che i cittadini faranno la scelta giusta per cambiare pagina”, conclude Mauri. Si evince che ormai la subalternità culturale e politica al premier è totale. Una maggiore sobrietà e una più corretta visione critica della riforma costituzionale, soprattutto nella sua combinazione con l’Italicum, avrebbe comunque confermato un’autonomia politica, che evidentemente non è più il problema di parte della minoranza.

La costituzione formale del Comitato per il No al referendum e le parole di Rodotà

Sul piano invece delle reazioni contrarie, incassato il voto favorevole alla riforma, si punta ormai al referendum, con la costituzione dei Comitati per il No. Mentre nell’Aula della Camera si votava, nell’Aula dei Gruppi parlamentari si dava vita al primo Comitato per il no nazionale. L’auletta dei Gruppi era stracolma. Al convegno, presieduto da Alfiero Grandi e Domenico Gallo del Coordinamento per la democrazia costituente, i giuristi Alessandro Pace, Gaetano Azzariti, Felice Besostri, Lorenza Carlassare, Gianni Ferrara e Massimo Villone hanno illustrato le “gravi violazioni” che il combinato disposto ddl Boschi-Italicum causa “ai principi costituzionali supremi” nonché i profili di “incostituzionalità che caratterizzano la nuova legge elettorale ipermaggioritaria”. In platea oltre a parlamentari in carica come Pippo Civati, Alfredo D’Attorre, Loredana De Petris e Francesco Campanella, erano presenti molti ex deputati, senatori, l’ex ministro della Giustizia del governo Prodi, Giovanni Maria Flick. Tra questi: Antonio Di Pietro, Cesare Salvi, Paolo Cirino Pomicino, Elettra Deiana, Giovanni Russo Spena, Pierluigi Petrini, Fabio Evangelisti e l’ex magistrato e leader di Rivoluzione Civile, Antonio Ingroia. La buona notizia è che almeno 130 parlamentari hanno firmato ufficialmente per la richiesta di referendum confermativo. Per ragioni di sintesi, diamo qui conto delle parole di Stefano Rodotà, forti e incisive: “Le dichiarazioni di Renzi sul referendum costituzionale fanno chiaramente capire che si sta facendo un passo in più verso la democrazia plebiscitaria. Il meccanismo plebiscitario non è una novità ma è stato uno strumento del governo autoritario del quale i giuristi parlavano già alla fine dell’800. E come viene invocato il popolo? Direi in modo non sincero e strumentale – ha aggiunto il giurista – se andiamo a vedere come vengono aggirate dal governo le richieste di referendum sulle trivellazioni petrolifere presentate da 5 regioni o il risultato del quesito sull’acqua pubblica, votato favorevolmente da 26 milioni di italiani, ma che l’esecutivo mette continuamente in discussione, come è avvenuto anche nell’ultima legge di stabilità. Non voglio dire che siamo davanti a un ricatto, quando Renzi parla delle sue dimissioni e ammonisce sulle conseguenze politiche di una sconfitta sua e della maggioranza di governo al referendum sulla riforma costituzionale, ma c’è di sicuro un tratto autoritario in tutto questo. La ‘formula ‘dopo di me il diluvio’, apparteneva al vocabolario di un sovrano assoluto. Questo rischio non c’è – ha concluso Rodotà – la democrazia potrà resistere anche alle dimissioni del premier”.

Share

Leave a Reply