Usa in guerra, per il Pentagono. Mosca aumenta i bombardamenti. Putin pensa all’atomica. E i turchi si preparano

Usa in guerra, per il Pentagono. Mosca aumenta i bombardamenti. Putin pensa all’atomica. E i turchi si preparano

Gli Stati Uniti “sono in guerra”. Ancora. Contro il terrorismo, naturalmente. Che oggi sfoggia le bandiere nere dell’Isis e ha un nuovo volto-simbolo, quello del Califfo al Baghdadi, forse riparato in Libia, a Sirte, dopo essere stato curato in Turchia. L’amara “realtà” è stata ammessa dal capo del Pentagono, Ashton Carter, in un’audizione davanti alla commissione Difesa del Congresso. Il Cremlino ora non può certo che sorridere. Che l’Isis sia la minaccia con la ‘M’ maiuscola Mosca lo sostiene da tempo. Tanto da indurre il presidente russo Vladimir Putin a evocare lo spettro della guerra atomica: “spero di non dover mai usare le armi nucleari” contro i terroristi. L’uscita di Putin ha subito fatto il giro del mondo.

La Russia infatti ha intensificato la sua azione militare nel teatro bellico siriano effettuando il primo lancio di missili da crociera da un suo sommergibile, il Rostov sul Don, in immersione nel Mediterraneo. Razzi di tipo ‘Kalibr’ sono stati sparati ieri contro due postazioni dell’Isis nella zona di Raqqa. Putin, discutendo dell’operazione con il ministro della Difesa russo Serghiei Shoigu, ha poi ricordato che questi missili “possono essere armati sia con testate convenzionali sia con testate speciali, cioè nucleari”. Putin, ad ogni modo, ha subito ‘corretto’ il tiro affermando che “nulla di tutto questo è utile nella lotta ai terroristi” esprimendo inoltre l’augurio che l’uso delle armi atomiche non si renda “mai necessario”. Una puntualizzazione espressa anche dal capo della diplomazia russa Serghiei Lavrov in un incontro a Mosca con la stampa italiana. “Il presidente Putin ha detto che ce la possiamo fare tranquillamente con le armi convenzionali, cosa che corrisponde pienamente alla nostra dottrina militare”.

Le parole di Putin pesano ad ogni modo come un macigno ora che la Russia è tornata con decisione sullo scacchiere internazionale – soprattutto per quanto riguarda la crisi siriana ma non solo – e si trova invischiata in un duro contenzioso con la Turchia (membro a pieno titolo della Nato) in seguito all’abbattimento del suo jet. Su questo fronte, per applicare maggior pressione sul ‘traditore’ turco, Putin ha ad esempio ordinato che la scatola nera del bombardiere Su-24 venga “dissigillata” alla presenza di esperti internazionali. Non solo. In una conversazione telefonica con David Cameron, Putin ha persino invitato gli esperti britannici a partecipare alla decifrazione dei dati custoditi nella scatola nera: un’offerta davvero inusuale se si considerano i rapporti non certo idilliaci tra Mosca e Londra.

Carter, nell’audizione, ha aggiunto che gli Stati Uniti non sono riusciti a “contenere” l’Isis ma che dispiegare “significative” forze di terra in Siria e in Iraq sarebbe una cattiva idea perché “americanizzerebbe” il conflitto. Non resta dunque che l’approccio multilaterale per estirpare la piaga del terrorismo. Tutti però devono fare la loro parte e la Russia farebbe bene a “concentrarsi sulla parte giusta di questa guerra”. Ovvero a colpire le postazioni dell’Isis e non quelle degli oppositori di Assad. Qui però la ridda di accuse incrociate si fa foltissima. La Turchia torna ad accusare Mosca con affermazioni durissime. Secondo il premier turco, Ahmet Davutoglu, Mosca sarebbe impegnata in un tentativo di “pulizia etnica” nei confronti delle forze turcomanne, aiutando così indirettamente l’Isis.

Lavrov, invece, ha bollato l’abbattimento del jet da parte dei turchi come “una trappola in cui non siamo caduti”. Alla coalizione anti-Isis in Siria da domani si affiancherà la Germania: i primi due tornado di ricognizione tedesca partiranno dalla base di Jagel, in Schleswig-Holstein, assieme a un commando di preparazione di 40 soldati. Intanto in Siria i raid proseguono a pieno ritmo. Mosca fa sapere di aver compiuto nelle ultime 24 ore 82 incursioni colpendo 204 obiettivi dei “terroristi”, in particolare nelle province di Aleppo, Idlib, Latakia, Hama e Homs. E proprio a Homs i ribelli siriani hanno cominciato a lasciare l’ultima area della città sotto il loro controllo dopo un accordo di cessate-il-fuoco raggiunto con il governo. Risultato: l’intera città torna sotto il controllo del governo. 

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