Spagna. Rajoy, premier incaricato, termina le consultazioni per il nuovo governo. Posizioni distanti. Nulla di fatto

Spagna. Rajoy, premier incaricato, termina le consultazioni per il nuovo governo. Posizioni distanti. Nulla di fatto

Pablo Iglesias, capo del movimento Podemos, ha escluso lunedì ogni eventuale sostegno ad un governo di unità nazionale, o di emergenza, offertogli dal premier incaricato Mariano Rajoy e avanzato nel discorso di Natale dallo stesso monarca Filippo sesto. La decisione di Iglesias e di Podemos è stata confermata nel corso del colloquio con lo stesso Rajoy.

Al contrario, Iglesias ha detto che la priorità per Podemos, quando il nuovo Parlamento sarà nella pienezza delle sue funzioni il prossimo 13 gennaio, sarà quella di proporre una legislazione per “l’emergenza sociale” che eviti alle famiglie di essere sfrattate per non aver pagato mutui o affitti e di garantire che i pensionati possano pagarsi i medicinali. “Ci sono spagnoli che non possono attendere”, ha detto Iglesias in conferenza stampa al termine dell’incontro con Rajoy, alla Moncloa, il palazzo presidenziale. In realtà, sembra che il leader del Partito popolare, che pur avendo perso una sessantina di deputati, ha ottenuto la maggioranza relativa con 123 seggi sui 350 dell’Assemblea, stia lavorando a un governo di minoranza sostenuto dall’astensione degli altri partiti. Tuttavia, dopo questo primo giro di consultazioni, Rajoy ha ricevuto un secco parere negativo sia dai socialisti di Sanchez che appunto da Iglesias.

L’intenzione del leader socialista Pedro Sanchez resterebbe invece quella di formare un governo di centrosinistra con Podemos e Ciudadanos. È per questa ragione che Sanchez ha parlato con Iglesias chiedendogli di abbandonare il sostegno al referendum per l’indipendenza della Catalogna. Quel referendum ottenne la vasta maggioranza dei catalani, nonostante la campagna anti indipendentista di tutti i partiti, tranne che di Podemos. Sanchez ha ribadito lunedì che la condizione per proseguire il dialogo con Podemos implica “la rinuncia ad ogni posizione che introduca la rottura della coesistenza tra gli spagnoli”. Iglesias, che descrive la politica come “l’arte di accumulare potere”, ha rispedito al mittente questo diktat, e ha affermato: “l’unico modo per difendere l’unità del paese è attraverso i processi democratici”. È evidente che anche Podemos vuole che la Catalogna resti una parte della Spagna e sembra infatti scommettere che gli stessi catalani rifiuteranno l’indipendenza, ma si batteranno per la cosiddetta “devoluzione”, come in Scozia e il Quebec. Lo stesso Iglesias, infine, ha difeso la sua proposta di nominare come primo ministro una personalità indipendente di sinistra, piuttosto che Pedro Sanchez, la cui leadership viene contestata da gran parte della dirigenza socialista.

Dopo aver parlato con Iglesias, il premier incaricato Rajoy ha incontrato per le consultazioni anche il leader di Ciudadanos, Albert Rivera, il quale ha posto le sue condizioni: un governo con socialisti e popolari di emergenza nazionale, e senza Podemos, ma non guidato da Rajoy. Insomma, la fase di stallo in cui versa la politica spagnola dopo il voto del 20 dicembre non sembra destinata a soluzione, almeno nell’immediato. Se tuttavia essa dovesse permanere anche dopo due mesi a partire dal prossimo 13 gennaio, e se il voto di fiducia non dovesse raggiungere una maggioranza assoluta di almeno 176 deputati, si procederebbe a nuove elezioni anticipate.

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