Spagna. I partiti alle prese col rompicapo delle alleanze, tra veti, intrighi e “compromesso storico”

Spagna. I partiti alle prese col rompicapo delle alleanze, tra veti, intrighi e “compromesso storico”

Dopo la vera e propria rivoluzione politica determinata dal voto alle elezioni legislative di domenica 20 dicembre, in Spagna si vive l’ansia del giorno dopo tra i quattro leader politici in cui si è diviso maggioritariamente il paesaggio istituzionale e parlamentare.

La crisi di consenso e di legittimazione dei popolari spagnoli al minimo storico

Pur confermandosi primo partito di Spagna, col 28%, i popolari del premier uscente Rajoy hanno subito una sonora sconfitta, perdendo un terzo dei voti, e 60 deputati, e la maggioranza assoluta. Rajoy ha già convocato l’esecutivo nazionale del Ppe, al termine del quale ha poi tenuto una conferenza stampa. Rajoy invita il re di Spagna, Felipe, a conferirgli il mandato per la formazione del nuovo governo, che non potrà che essere di coalizione, si vedrà poi quanto larga sarà. Soluzione che anche la Commissione europea spinge da Bruxelles, con un tentativo di ingerenza abbastanza discutibile.

I socialisti di Sanchez divisi tra governo col Ppe e governativo alternativo al Ppe

Da parte sua, il Psoe, il Partito socialista guidato da Pedro Sanchez comunica che sarà coerente con quanto detto agli elettori in campagna elettorale, mai un accordo di governo con Rajoy e il PPE. Sabato prossimo, questa indisponibilità sarà ratificata dal Comitato Centrale convocato per l’analisi dei risultati e per costruire soluzioni alternative. Oltre al segretario Sanchez, anche il segretario organizzativo e numero due del PSOE ha dichiarato: “il Psoe agirà con prudenza e responsabilità ed è il PPE che deve cercare di formare un governo. Però, il Psoe voterà no all’investitura di Mariano Rajoy”. Questa dichiarazione è stata letta da molti commentatori spagnoli come una sorta di disponibilità dei socialisti a una Grosse Koalition ma con uomini nuovi espressi dal Partito popolare. Ed ha fatto insospettire non poco i due leader di Podemos e di Ciudadanos. Altra cosa è la possibilità offerta proprio a Sanchez, qualora il tentativo di Rajoy non dovesse concretizzarsi, di costruire una maggioranza alternativa formata da Psoe, Podemos, Ciudadanos, Izquierda Unita, ERC, Bildu e PNV. I numeri sarebbero sufficienti per la maggioranza, ma occorrerebbe un lavoro duro e intenso sul piano del programma di governo. Uno dei punti maggiori di frizione, ad esempio tra socialisti e Podemos, riguarda il diritto di alcune regioni spagnole, catalani e baschi su tutti, all’autodeterminazione. Podemos è ovviamente favorevole a dare avvio a riforme costituzionali che tengano conto del referendum catalano, e ne attui la decisione. I socialisti hanno già detto di “voler essere coerenti con l’articolo 2 dell’attuale Costituzione che difende l’unità della Spagna”.

Le condizioni di Podemos e di Iglesias: riforme, autonomismo, mai col PPE

Da parte sua, Podemos ha accettato di appoggiare Pedro Sanchez, qualora ottenesse dal re l’incarico per la formazione del governo, solo se i socialisti accettassero il diritto dei catalani a decidere per concretizzare il referendum sull’autonomia. Iglesias ha sottolineato con forza questo punto: “qualunque forza politica che non capisca la multi nazionalità del nostro paese sarebbe disposta a entrare nel governo col Ppe”. Iglesias ha confermato che Podemos non appoggerà un governo guidato dal Ppe, “né in maggioranza né con appoggio esterno”, ed ha ricordato ai socialisti che il movimento ha superato il Psoe in ben otto regioni, o comunidades. Podemos è stato il più votato in Catalogna e nei Paesi baschi, ed è giunto secondo a Madrid, Valencia, Galizia, Baleari, Canarie e Navarra. È una delle ragioni, territoriali, se vogliamo, che spingono Podemos a chiedere una profonda riforma dell’assetto istituzionale e costituzionale dello Stato: riforma del sistema elettorale, sfiducia al governo e diritto delle regioni a decidere il proprio statuto istituzionale. Da questo punto di vista, il referendum catalano è assolutamente “imprescindibile”. Iglesias ha poi allargato ad una riflessione politologica quanto è accaduto alle elezioni: “credo che i cambiamenti che stabbo producendosi siano evidenti. Non stiamo ancora parlando di una nostra investitura al governo del paese, ma di dare una mano”. Per questo occorre agevolare la nuova transizione. Come? Favorendo quello che Iglesias ha definito “nuovo compromesso storico in Spagna”.

Infine, Iglesias ha stigmatizzato la condizione dei socialisti, ai quali ha ricordato di aver subito la peggior sconfitta della loro storia democratica, e che ha perso sei milioni di voti. Il giudizio che ne dà Iglesias è che i socialisti non hanno capito la nuova Spagna e il bisogno di autonomia. “Occorre che il Psoe capisca la pluralità di questo paese e tenga conto dei risultati elettorali. Sembra che i socialisti siano più preoccupati da una battaglia interna che della Spagna”. Iglesias ha concluso: “questo è il momento di parlare del paese. A noi non spetta assumere la responsabilità dello Stato. Adesso”.

La curiosità. Podemos elegge la prima deputata di colore nella storia parlamentare spagnola

Si chiama Rita Bosaho, è nata in Guinea Equatoriale ed ha 50 anni. Si tratta della prima deputata di colore nella storia del Parlamento spagnolo eletta nelle liste di Podemos. Anche questa curiosità dice molto del movimento guidato da Pablo Iglesias. “Arrivato il momento, no?”, confessa al El Paìs la signora Bosaho. In Spagna gli immigrati sono il 15% della popolazione, ma sono presenti solo nell’1% delle assemblee elettive. Rita Bosaho si stabilì in Spagna trent’anni fa, lavorando prima come infermiera e poi fece il grande salto in politica con Podemos. Il suo commento dopo l’elezione: “è una porta che si apre sul futuro”.

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