Secondo Istat la fiducia dei consumatori resta alta. Ma chiudono decine di migliaia di negozi. I trucchi della statistica. Se Trilussa fosse vivo

Secondo Istat la fiducia dei consumatori resta alta. Ma chiudono decine di migliaia di negozi. I trucchi della statistica. Se Trilussa fosse vivo

Ogni volta che l’Istat comunica dati veniamo presi dall’angoscia. Dove sta il trucco? Nella babele di numeri che l’Istituto centrale di statistica fornisce è difficile districarsi. Più sono i numeri forniti per dare il quadro di una situazione, da quella relativa alla occupazione, fino alla “fiducia” dei cittadini in qualcosa, e più si può far diventare il nero bianco, o viceversa. Da ormai molti mesi l’Istat indaga su tutto, dai posti di lavoro, al Pil, dalle pensioni alla sanità, dall’inflazione alla deflazione, dai prezzi al consumo, dalle tasse fino alla ormai famosa “fiducia” dei cittadini, il governo, il futuro, come stiamo. Domanda che interessa particolarmente al premier il quale, ancor prima che l’Istat renda noti i numeri li conosce ed ha già pronta la risposta ai soliti “gufi”. Da notare che l’Istituto anche quando le cose non vanno e i numeri lo dicano chiaramente, usa una formula geniale: “La fiducia di imprese e consumatori italiani – dice Istat – resta alta, ma dicembre segna una inversione di rotta”. Notate la sottigliezza ulteriore. “A novembre aveva raggiunto il suo massimo storico a quota 118,4 punti mentre per questo mese si registra un calo a 117,6 punti”. Gongola Istat: in un anno l’indice è salito di oltre 20 punti.

L’utilizzo dei dati  da parte di Renzi Matteo. È lui che ha fatto il miracolo. Una babele, un labirinto

Renzi, nella monotonia di una conferenza stampa di fine anno, fatta di “io”, la prossima volta si impegnino i ricercatori  a contare quanti “io” pronuncia il premier, ricorda addirittura che quando lui è andato al governo, o meglio lo ha preso dopo aver detto a  Enrico Letta il famoso “stai sereno”, la fiducia dei consumatori era al minimo e lui ha compiuto il miracolo. C’è una piccola “inversione di rotta”. A novembre, infatti, l’indice dei consumatori aveva raggiunto il suo massimo storico a quota 118,4 punti, mentre per questo mese si registra un calo a 117,6 punti. L’Istituto di Statistica spiega come nonostante il calo, la fiducia resti “sui livelli elevati”. In un anno l’indice è salito di oltre 20 punti. Per quanto riguarda le imprese, a dicembre l’indice composito scende a 105,8 da 107,1 di novembre al livello più basso da agosto: le flessioni più forti si registrano per le costruzioni e per il commercio al dettaglio. A onor del vero bisogna dire che fra  tanti numeri che Istat mette insieme, a cercarli si trovano anche quelli in negativo. Una babele, un labirinto.

Se prosegue la deflazione si rischia il ritorno alla recessione. Prezzi al livello minimale

Ci facciamo una domanda. Noi stessi rimaniamo confusi, e se ricordiamo abbiamo dato anche un esame di statistica con un buon esito, di fronte a rilievi mensili che non forniscono una visione di insieme della situazione della nostra economia che non va bene. Il ritorno alla recessione, se prosegue la deflazione, prezzi al livello minimale perché le persone non hanno soldi sufficienti e per vendere i costi devono essere contenuti, non una invenzione dei gufi. Torniamo alla domanda: perché un negozio è costretto alla chiusura? Risposta: perché le vendite non tirano, malgrado i prezzi tenuti al ribasso e le tante offerte in particolare nel settore della alimentazione e dell’abbigliamento. Passiamo la parola alla Confesercenti. In cinque anni per la prima volta il calo delle chiusure si è arrestato. Fiducia dei consumatori? Proprio no, perché  il calo delle chiusure, 65 mila – il primo in cinque anni – è infatti quasi annullato dalla frenata delle aperture: in totale quest’anno si stima che inizieranno l’attività circa 37mila nuove imprese, contro le oltre 42mila che hanno aperto lo scorso anno e le 45mila nel 2013. Altro che fiducia. Dal 2011 a fine di questo anno a fronte di 207 mila aperture di negozi si contano 346mila chiusure, capofila la Sicilia e per quanto riguarda le città, in testa è Roma. Ogni giorno 114 aperture  e 190 chiusure. Spieghi l’Istat.

Vivolo (Confesercenti): “Desertificazione di attività urbane”. 600 mila i locali sfitti

Massimo Vivolo presidente di Confesercenti parla di “desertificazione” di attività urbane. Sono ben 600 mila i locali sfitti. La stretta del credito e dei margini di impresa in cinque anni hanno mangiato negozi, bar, ristoranti, tutto il settore della ristorazione, erosi dalla crisi e da una fiscalità cresciuta quasi costantemente negli ultimi dieci anni. Vivolo parla di “affitti a prezzi concordati” da concedere a chi vuole riaprire l’attività.

Ora ci poniamo un’altra domanda ripensando ad alcuni giorni fa quando ancora una volta Istat forniva numeri sull’aumento dei consumi e una associazione di consumatori, Codacons inneggiava alla ripresa, poi contraddicendosi parlava di “stangata” prevista per l’anno prossimo che avrebbe colpito ulteriormente i bilanci delle famiglie. Come è possibile che sia aumentata la fiducia dei consumatori i quali si fidano ma non consumano e i negozi chiudono? Chi resiste attende i saldi, incrociando le dita. Quando cala la sera, le strade diventano buie, le vetrine dei negozi non si accendono.

Trefiletti e Lannutti. Stime utopistiche dell’Istat. A quale emirato si sono rivolti per le rilevazioni?

 L’Istat, insomma, non riaccende le luci, Non è suo compito ma, Federconsumatori e Adusbef, con i presidenti Trefiletti e Lannutti, richiamano l’Istituto ai suoi compiti. “L’anno non si poteva chiudere senza che l’Istat desse, ancora una volta, le sue stime utopistiche sulla fiducia dei consumatori. Ancora – scrivono – siamo incerti su quale ricco emirato abbiano scelto per effettuare le rilevazioni, siamo più che sicuri, però, che non si tratti dell’Italia”. Poi, fine anno è tempo di buoni propositi, un invito all’Istat ad una profonda riflessione per il ruolo che svolge: “Continuare a sostenere che tutto va bene significa allontanare la necessità di interventi per una vera e duratura ripresa, creando così danni enormi ai cittadini e al Paese intero”. Da qui l’invito ad un maggiore realismo all’Istat e a tutti i centri di ricerche. “Se hanno bisogno di conoscere la situazione in cui si trovano veramente le famiglie – dicono con una qualche ironia che non guasta – i nostri sportelli e le nostre strutture sono aperte per fornire loro informazioni sulle reali condizioni dei cittadini”. Parlano di un “contesto drammatico, pieno di incertezze e di criticità”, di elevato tasso di disoccupazione, problema principale che incide sui redditi, sulla domanda e sulla fiducia. Trefiletti e Lannutti concludono: “Diffondere dati per denunciare questa grave situazione è il primo passo per indurre il governo a porre veri e concreti rimedi”.

Per parte nostra che crediamo al valore della statistica una preghiera all’Istat. Rileggano il sonetto dedicato da Trilussa, appunto, alla Statistica: “serve per fa’ un conto in generale/de la gente che nasce, che sta male/che more, che va in carcere e che spósa”. Ma “dai conti che se fanno/seconno le statistiche d’ adesso/ può risultare che ogni persona mangi un pollo all’anno, “e, se non entra ne le spese tue/entra ne la statistica lo stesso/perché c’ è un antro che ne magna due”.

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