Sapere negato, conoscenza confiscata. Una riflessione a partire dal dossier del Centro d’Ascolto sull’informazione televisiva

Sapere negato, conoscenza confiscata. Una riflessione a partire dal dossier del Centro d’Ascolto sull’informazione televisiva

Lui per primo, con realistico pessimismo, ne è consapevole: “sono prediche inutili”. Così intitola la raccolta dei suoi scritti e delle riflessioni. È sicuro che quello che auspica e indica come necessario resterà inapplicato. La Cassandra in questione si chiama Luigi Einaudi, il presidente. Grazie a Ennio Flaiano, che ne scrive ne “La solitudine del satiro”, ne abbiamo una descrizione che davvero dice tutto, del personaggio. È la famosa scena della pera, durante una cena al Quirinale: “…tra quei frutti, delle pere molto grandi. Einaudi guardò un po’ sorpreso tanta botanica, poi sospirò: prenderei una pera, ma sono troppo grandi, c’è nessuno che vuole dividerne una con me?”. Appetiti moderati, in quegli anni; e infatti, osserva perfido Flaiano, passato Einaudi, “comincia per l’Italia la Repubblica delle pere indivise”.

Conoscere per deliberare

Pere a parte, al liberale Einaudi dobbiamo un concetto – predica inutile, appunto – rivoluzionario nella sua essenzialità: “Conoscere per deliberare”. Da tradurre così: solo se si viene messi nella condizione di conoscere si può decidere, valutare proposte e posizioni di chi si candida a una funzione di governo; poter conoscere è dunque la somma di un duplice diritto da garantire e tutelare; il diritto di chi avanza proposte, possibili soluzioni. Diritto di chi è chiamato a decidere chi deve essere il suo rappresentante, il suo “amministratore”. Per scegliere bisogna essere messi nella condizione di conoscere; solo così si “pesa”, si giudica. Se questo doppio diritto viene meno, il cittadino è un suddito. Semplice, vero?

Fino a un certo punto. Perché se le cose stanno così (e così stanno), ecco che bisogna ridisegnare e ripensare i tradizionali criteri di definizione politica. Cos’è il regime che (s)governa l’Italia? Non è un sistema totalitario, come le dittature che hanno oppresso Russia, Cile, Spagna, e prima ancora la Germania, l’Italia. Per fortuna non abbiamo dissidenti chiusi in lager o gulag. Ma neppure una democrazia, se il presupposto perché sia tale è quel principio einaudiano a cui ci si è richiamati. È allora una “democrazia reale”; e lo è proprio perché il diritto al “conoscere per deliberare”, è minacciato, messo in discussione. Gli strumenti di comunicazione che si hanno a disposizione sono tanti, con potenzialità enormi; le “notizie” si diffondono con la velocità di un battito di ciglia. Eppure non ci siamo; comunicazione non corrisponde a conoscenza; le possibilità di “scegliere” progressivamente, inesorabilmente, si riducono.

Il Centro d’ascolto radiotelevisivo rivela una verità politica: il potere occupa gli spazi dell’informazione

Il non breve preambolo serve per introdurre un dossier curato dal “Centro d’Ascolto dell’Informazione Radiotelevisiva” fortissimamente voluto da Marco Pannella, che da sempre accompagna a quella per il Diritto, “l’ossessione” per l’informazione; si tratta, a ben vedere, di cose strettamente intrecciate, interconnesse.

A Gianni Betto, responsabile di questo osservatorio, si deve un rapporto di una ventina di pagine che dovrebbe inquietare, preoccupare e di conseguenza “occupare” osservatori, studiosi e operatori dell’informazione; e non solo loro: anche tutti i politici, e i rappresentanti di quella società che si suol definire, con espressione da pelle di zigrino, “civile”. Che non se ne “occupino” e preoccupino, è motivo di ulteriore preoccupazione.

Proviamoci noi, a illustrare questo dossier, e ricavarne qualche succo; non prima di qualche necessaria avvertenza. Si prendono in esame “solo” le testate giornalistiche del servizio pubblico, le berlusconiane reti Mediaset e la7 di Urbano Cairo; sette telegiornali, insomma. Di ogni rete, i telegiornali delle edizioni principali, quelli del mezzodì e della sera. Le altre edizioni “minori” sono fuori dall’indagine; appunto perché “minori”. Si tralasciano inoltre tutti gli altri spazi televisivi che la produzione, ormai a ciclo continuo, assicura: talk show, programmi di entertainment, approfondimenti politici, che pure la loro parte, per quanto riguarda l’informazione, la fanno, e sono anzi i programmi più ambiti.

Esclusa anche l’emittenza radio, che assorbe comunque una discreta fetta di mercato. Del resto, quello che c’è, basta e avanza. Una novità, nelle modalità di rilevamento. Finora il criterio seguito da altri “osservatori” è stato quello di “censire” le presenze. Criterio discutibile: è evidente che non tutte le “fasce” sono uguali; una presenza nella fascia A consente un certo tipo di ascolto; una presenza nella fascia B ne consente un’altra, doppia; o magari dimezzata. Il partito (o il politico) Tizio può risultare, in termini di mere “presenze” a pari merito del partito (o del politico) Caio; ma se numericamente parlando le presenze sono le stesse, può invece capitare che non lo siano i bacini di ascolto; il gioco, dunque, risulta falsato, anche se i “dati” che esibiti sono formalmente corretti. Infine: i dati raccolti dal Centro d’Ascolto prescindono dai cosiddetti “pastoni”: i servizi dove il giornalista riassume le posizioni dei vari partiti e politici su un dato argomento o questione. Si prende in esame solo il “parlato” del politico stesso.

Il criterio seguito è quello degli ascolti consentiti ai soggetti istituzionali e politici. La “classifica” ottenuta, pur con le avvertenze fatte, fornisce un quadro approssimato, se si vuole, per difetto; comunque più aderente alla realtà. Una realtà dove il doppio diritto (a essere conosciuti, a potersi far conoscere), è pervicacemente, sistematicamente violato.

Ecco i dati clamorosi relativi ai sette telegiornali più seguiti

Nel dettaglio. Notiziari del servizio pubblico. Il governo fa la parte del leone; ci può anche essere una logica: il governo dà conto di quello che fa, intende fare, come vuole farlo. Però impressiona che le edizioni principali dei telegiornali del servizio pubblico nel periodo che va dal 1 al 25 novembre consentano al governo ben 364 milioni di ascolti, pari a complessive 107 interviste. Di 364 milioni di ascolti, ben 214 vanno al solo presidente del Consiglio (66 interviste). Il Partito democratico, in quanto partito, si aggiudica 215 milioni di ascolti (113 interviste); il Movimento 5 stelle 228 milioni di ascolti (67 interviste); il PdL 190 milioni di ascolti (58 interviste); la Lega Nord 137 milioni di ascolti (43 interviste). Briciole che oscillano tra l’1 e lo 0, quando non si tratta di veri e propri prefissi decimali tutti gli altri, con l’eccezione di Fratelli d’Italia, che si attesta a 61 milioni di ascolti (18 interviste).

Le reti Mediaset: qui la situazione muta, e si capisce. Il “padrone”, cioè Silvio Berlusconi, “anima” di quel che resta del PdL, troneggia con 107 milioni di ascolti (49 interviste); segue il PD: 103 milioni di ascolti (38 interviste); Renzi da solo “raccoglie” 87 milioni di ascolti (36 interviste); il Movimento 5 stelle e Lega Nord 34 milioni di ascolti (10 interviste, il primo; 17 la seconda); prefissi telefonici tutti gli altri.

La rete di Cairo, infine. Il presidente del Consiglio torna a svettare: 22 milioni di ascolti (20 interviste); il PD 20 milioni di ascolti (19 interviste); il Movimento 5 stelle 12 milioni di ascolti (13 interviste); la Lega Nord 12 milioni di ascolti (17 interviste); il PdL 8 milioni di ascolti (11 interviste). Anche qui, per tutti gli altri, restano “frattaglie”, pinzillacchere.

Questo il quadro neutro, senza commento, affidato all’arido e pur significativo linguaggio delle cifre; come per il bilancio di un’azienda, si possono intortare mille discorsi; poi quando si tira la riga e si fanno somme e totali, c’è poco da discutere e far filosofia: quello è.

La lezione che proviene dai dati

Cosa ricavarne. Quelli che un tempo si chiamavano “i padroni del vapore”, e che oggi possiamo definire “poteri reali” (gli inquilini delle istituzioni, politici, e tutto il complesso, spesso oscuro mondo che ruota intorno a loro), hanno da tempo compreso che impedire la “conoscenza” è la possibile, concreta “arma” di distrazione di massa. George Orwell, in un suo libro di cronache e riflessioni di guerra, a un certo punto prefigura un possibile futuro; e scrive una frase terribile: “Un mondo da incubo, in cui il Capo o la cricca al potere controllano non solo il futuro, ma il passato. Se il Capo dice di questo o quest’altro fatto: non è mai accaduto, bene: non è mai accaduto…”. Fa il paio con un’altra, non meno terribile, in “Misura per misura” di William Shakespeare: “Di quel che vorrai: la mia menzogna soffocherà la tua verità!”.

Stanno imparando, hanno già imparato, a cancellare, soffocare; basta impedire all’antagonista, all’alternativa possibile, di poter comunicare, di potersi far conoscere e apprezzare. Non è un guaio di Pannella, dei radicali, di chi come nel celebre “Urlo” di Edvard Munch “grida”, e non può emettere suono. Fosse questo, sarebbe il meno. Il guaio vero è che a essere privati di ascolto, di “conoscenza”, siamo noi: il popolo (bella parola, popolo; da recuperare, come “compagno”, cum panis); abbiamo a disposizione una quantità di diavolerie telematiche ed elettroniche, ci illudiamo di essere sempre “connessi”, informati, a contatto col mondo. E invece no: se “sapere” è potere, giorno dopo giorno, siamo sempre più impotenti, isolati, disarmati.

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