Per non dimenticare. Le guerre di cui non si parla. Italia, fa la sua porca figura fra i paesi che producono e vendono armi

Per non dimenticare. Le guerre di cui non si parla. Italia, fa la sua porca figura fra i paesi che producono e vendono armi

Per una qualche norma giornalistica non scritta, nei giorni di festa, d’inverno o d’estate che sia, non bisogna angosciare troppo il lettore o lo spettatore del TG; bisogna propinargli servizi giornalisti tranquillizzanti, possibilmente divertenti, comunque svaganti. Perché a Capodanno o a Ferragosto il lettore o lo spettatore smette di essere un cittadino che si vuole informare su quel che gli accade intorno; no, vuole mettere in soffitta il cervello, e dedicarsi al relax. Scoppi pure il mondo, lui “scende”. Poi, certo, qualche notizia sgradevole e poco divertente bisogna darla anche in quei giorni. Qualcosa che arriva dalla Siria, o dalla Libia, proprio se succede qualcosa di enorme dalla Nigeria. Per il resto, vai con “supercalifragilistichespiralidoso”, e tanto zucchero per ingoiare la pillola…

Chiediamo scusa a quel lettore che cerca, in queste ore, relax mentale (ammesso lo cerchi davvero; non si è al corrente di apposite ricerche di “mercato” e dei relativi risultati). Ci sono fatti, vicende, notizie, che proprio in questi giorni conviene al contrario ricordare. Per esempio, quelle che solitamente vengono definite le “guerre dimenticate”. Che non sono dimenticate affatto; non le si vuole vedere, si finge non esistano; ma ci sono, cruente, lunghe, dolorose; una vera manna per un’industria che non conosce crisi e soste: quella che usualmente viene definita “il complesso militare-industriale”; un qualcosa che ha trasformato il mondo in una gigantesca scacchiera, e a malapena, ne vediamo i pedoni, gli alfieri, i cavalli. Raramente le torri, le regine, i re. Ma anche loro, i “pezzi” più pregiati, alla fine sono, per l’appunto, “pezzi”. Quelli che contano sono i giocatori, dietro e sopra la scacchiera. Se volete, chiamateli “Poteri reali”, non conoscono confine, legge, parlano tante lingue, ma si intendono benissimo perché il loro è un esperanto basato su denaro e il potere; quello solido, gli arcana imperi di cui già parlava mille anni fa Tacito.

I riflettori accesi sui tagliagole dell’Isis. C’è assai di più

Ma torniamo alle guerre “dimenticate”. Perché, almeno, non si dica: non sapevo. I “riflettori”, se così si può dire, sono accesi sui tagliagole dell’IS; su al Qaeda; i terroristi di Boko Haram… C’è assai di più.

Si può cominciare dall’Africa. C’è il pacifico Marocco, per cominciare: da anni si combatte nel Sud del paese, le forze armate di Rabat contro il Fronte Polisario della Repubblica Democratica Araba Saharawi. Comincia, questa Guerra nel 1956, ha il suo apice nel 1975-1976, dopo che gli spagnoli abbandonano la regione, che viene occupata da Hassan II. Da allora è guerriglia alternate a rare, brevi tregue. Più di vent’anni fa viene promesso un referendum per sapere se gli indipendentisti sono la maggioranza, come è presumibile o no; quel referendum non lo si è mai fatto. Quasi duecentomila persone concentrate in un pezzo di deserto che il Marocco non intende cedere. In attesa di una soluzione che nessuno cerca, si combatte, si uccide e si muore.

Mali. Ci siamo accorti dell’esistenza di questo paese per qualche giorno, quando a fine novembre terroristi jihadisti assaltano l’hotel Radisson Blue a Bamako e uccidono più di venti persone. E’ una guerra che si combatte da tre anni: quando una milizia tuareg, l’MNLA ( Movimento Nazionale di Liberazione dell’Azawad), si solleva. Vogliono creare uno stato autonomo nel Nord del Mali.  Gli indipendentisti sono divisi tra loro: i “laici” vengono sterminati dai gruppi jihadisti, che occupano il settentrione del paese. Nonostante l’intervento di una missione internazionale nel 2013, gruppi islamisti legati ad al Qaeda e all’Isis devastano il paese.

Camerun-Niger-Ciad: tre paesi, un’unica Guerra; qui operano i gruppi di Boko Haram. Stragi, massacri, incursioni nei villaggi e nei campi profughi sono all’ordine del giorno. Una Guerra che entra nel suo quattordicesimo anno, almeno 17mila le vittime.

Sudan: il dittatore Omar al Bashir spadroneggia dal 1989; condannato dal tribunale dell’Aja per crimini di guerra e contro l’umanità, per nascondere al mondo ciò che avviene nel paese impedisce l’accesso a giornalisti e ong. Si combatte in Darfur, nei Monti Nuba e attorno al Nilo. Nel solo Darfour il conflitto che si trascina da undici anni, almeno 300mila morti e 450mila sfollati.

Nei Monti Nuba e attorno al Nilo la guerra è in corso da circa Quattro anni. Quotidiani bombardamenti aerei a tappeto hanno provocato centinaia di migliaia di morti e circa 500mila profughi.

Sud Sudan: dopo vent’anni di guerra, due milioni di morti, nel 2011 diventa indipendente. La pace dura poco. Nel dicembre del 2013 scoppia infatti una nuova guerra civile: da una parte i miliziani Dinka, legati al presidente Salva Kii; dall’altra i seguaci di etnia Nuer dell’ex vicepresidente Machar. Nonostante recenti accordi di pace, in diverse aree del Sud Sudan la guerra continua. In due anni decine di migliaia di persone sono uccise, due milioni i profughi; quasi cinque milioni di persone affrontano una spavventosa crisi alimentare; nei suoi rapporti l’Unione Africana denuncia crimini atroci: esecuzioni sommarie, stupri, mutilazioni, torture, atti di cannibalismo.

Repubblica Centrafricana: ci siamo accorti della sua esistenza per via della visita di papa Francesco a Bangui, dove apre la Porta Santa. La guerra civile che devasta il paese scoppia nel 2012, dopo che i ribelli a maggioranza islamica, appoggiati da mercenari del Ciad e del Sudan, danno vita alla coalizione della Seleka. Cristiani e animisti sono perseguitati, ma più che un’egemonia confessionale, la vera posta è costituita dalle risorse del sottosuolo. Il paese è diviso in due. A ovest i gruppi legati agli Anti Balaka; a est i musulmani della Seleka.

Somalia: dagli anni ’90 ad oggi è preda di una guerra infinita. Terminata l’epoca di Siad Barre e dei signori della guerra, oggi dominano le Coorti Islamiche e i terroristi di Al Shabaab. I ribelli jihadisti sono stati cacciati dalle principali città del paese, ma la Guerra continua. Da quando è scoppiato il conflitto si parla di oltre 500mila morti, un milione di rifugiati interni e un altro milione di profughi che ha abbandonato il Paese.

Repubblica Democratica del Congo: terra di enormi ricchezze e pochissima stabilità. L’ultimo grande conflitto di cui si è sentito parlare è stato quello di un paio di anni fa, tra i ribelli Tutsi contro le truppe delle FARDC. Quello scontro è cessato, ma operano decine di gruppi guerriglieri, almeno settanta formazioni. Come quasi sempre, le ragioni del conflitto vanno cercate nella ricchezza del sottosuolo: diamanti, oro, coltan.

Burundi: paese preda di una feroce guerra civile. La storia del Burundi è puntellata da guerre etniche e massacre; nell’aprile 2015 la situazione è precipitate: il presidente Nkurunziza annuncia infatti di volersi candidare per un terzo mandato violando così la Costituzione. L’opposizione formata da Hutu e da Tutsi,  si solleva, le proteste sono represse nel sangue. Le elezioni farsa “legittimano” Nkurunziza. L’opposizione si arma, inizia la guerriglia. La  propaganda di Nkurunziza enfatizza e fomenta l’odio etnico; ci sono fondati timori che si ripetano i massacri come quelli avvenuti in Ruanda nel 1994.

Andiamo ora al di là dell’Atlantico. Il Messico: da oltre dieci anni si combatte una feroce guerra tra lo Stato e i cartelli della droga: fosse comuni, studenti scomparsi, giornalisti uccisi. Si parla di almeno 80mila morti e 16mila desaparecidos. Solo dal 2012 agli inizi 2015 20mila vittime, 10 mila sparizioni.

Europa. Nagorno Karabakh: è una guerra davvero dimenticata, quella tra Armenia e Azerbaijan per la regione contesa del Nagorno Karabah. Un conflitto che affonda le sue radici Stalin ridisegna i confini dell’URSS senza tener conto  delle etnie e le differenze religiose. Nel 1991 gli armeni del Nagorno Karabakh votano l’indipendenza dall’Azerbaijan; subito dopo la dichiarazione d’indipendenza iniziano gli scontri tra armeni e azeri. Un’altalena di tregue e cessate il fuoco regolarmente disattesi; nel 2014 gli scontri si acuiscono e da allora si continua a combattere.

Asia. Nella lontana Birmania (o se si preferisce il Myanmar), si deve fare un bel salto indietro nel tempo: al 1949, quando il presidente Aung San, dopo l’indipendenza, firma il ”Trattato di Planglong”, che consente a ogni etnia di scegliere il proprio avvenire politico e sociale. Il golpe del generale Ne Win fa saltare ogni accordo, la minoranza etnica dei Karen viene perseguitata. Comincia così il conflitto che a fasi alterne dura ancora oggi.

Sicuramente qualche altro “locale” conflitto ce lo siamo dimenticato, ma possono bastare quelli citati. Sullo sfondo (e non stanno a guardare), in ordine alfabetico e a pari responsabilità e colpa: Cina, Francia, Regno Unito, Russia, Stati Uniti. Poi, i paesi più “defilati”, quelli che si “limitano” a produrre, vendere e “piazzare” armi. In quella classifica, l’Italia fa la sua porca figura.

 

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