La squallida conferenza stampa di Renzi. Prende a schiaffi i giornalisti, incapaci di reagire. La Fnsi si limita a rivolgere domande al premier. L’Ordine si chiami fuori

La squallida conferenza stampa di Renzi. Prende a schiaffi i giornalisti, incapaci di reagire. La Fnsi si limita a rivolgere domande al premier. L’Ordine si chiami fuori

“ll 2016 sarà l’anno della libertà di informazione…”. Renzi dixit e, anche in questa occasione, non ci resta che sperare che alle parole seguano i fatti. Il segretario della Fnsi, Raffaele Lorusso e quello dei giornalisti Rai, Vittorio Di Trapani, hanno suggerito al presidente del Consiglio una possibile agenda. “Proviamo a riassumerla e ad integrarla ad uso e consumo dei lettori di Blitz”. Così inizia un articolo a firma di Beppe Giulietti che del sindacato dei giornalisti è il presidente. Non una parola sul “Renzi show”, durato più di due ore , uno spettacolo che neppure sui palcoscenici del vecchio varietà con ballerine con le  calze sdrucite e il comico che faceva piangere. Il premier e segretario del partito di maggioranza ha trasformato la conferenza stampa promossa dall’Ordine dei giornalisti, quindi era un ospite, in un comiziaccio durato più di due ore. Un soliloquio condito dalle solite slide, con immagini di “gufetti”.

Sentir parlare di “giornalisti schiavi” manda in bestia il premier

Non solo ha iniziato il comizio inveendo contro il presidente dell’Ordine dei giornalisti il quale aveva osato di fronte al sovrano parlare di giornalisti “schiavi”, un articolo pagato un euro, senza contributi. Se ti va così è, altrimenti trovo un altro. Questo sta accadendo nelle redazioni. Qualcosa più di una minaccia per la libertà dell’informazione che si compone di due elementi: il diritto del giornalista ad informare e il diritto dei cittadini ad essere informati. Uno slogan  coniato dal movimento dei giornalisti democratici molti anni fa  che è diventato il centro di tante battaglia combattute. Enzo Jacopino, giornalista parlamentare di lungo corso, non è certamente un pericoloso rivoluzionario, neppure uno dei “gufi”, pensiamo, che sono il tormento del Matteo. Ha detto al capo del governo una verità che negli ambienti del giornalismo è a tutti nota. Dice Jacopino commentando l’accaduto: “A volte si parla della vita delle persone con una superficialità imbarazzante. Sono molto amareggiato. A Matteo Renzi non raccontano la verità. Un uomo intelligente, quale io credo che sia, non può dire che un giornalista pagato 4920 euro lordi all’anno non è uno ‘schiavo’. Io ho posto un problema”. Il presidente dell’Ordine aveva parlato giustamente, a parer nostro, di “emergenza democratica”, parole che a Renzi fanno venire una straboccante orticaria. Aveva chiesto al premier di non dare soldi pubblici a gruppi editoriali che non pagano dignitosamente i giornalisti.  “Renzi – dice Jacopino – pensa che la risposta a questo problema  non sia una norma che impedisca agli editori la ‘schiavitù’ ma sia l’abolizione dell’Ordine. Invece l’Ordine dei giornalisti è l’unico organo che sta contrastando da anni la politica della Fieg (Federazione italiana editori giornali) ma il premier ignora completamente la realtà e il problema”.

Jacopino (Ordine dei giornalisti). A Renzi conviene andare d’accordo con gli editori più che con i cittadini. Si va verso la campagna  elettorale

Intervistato poco dopo la conferenza stampa, il presidente dell’Ordine afferma: “Intanto mi aspettavo che Renzi dicesse che lo sfruttamento dei giornalisti è una vergogna e che appunto si tratta di sfruttamento. E speravo il governo estendesse la norma del caporalato a tutti i lavori. Pensavo fosse una cosa di buonsenso invece, siccome andiamo verso la campagna elettorale, a Renzi conviene andare d’accordo con gli editori che con i cittadini”. Stop. La conferenza stampa è tutta qui. Il resto, le due ore di propaganda andate in onda in diretta su radio e televisioni, Rai in testa, sono  un concentrato del renzismo, dell’ uomo solo al comando, che non può essere contraddetto. Minaccia addirittura di andarsene se i cittadini bocciano il referendum  sulla riforma costituzionale, quasi fosse una cosa di sua proprietà. Un governo normale e in un paese normale prenderebbe atto, cambierebbe le norme bocciate. No, lui no. Sbatte la porta, un ricatto ai cittadini disobbedienti. Così nascono i regimi autoritari. Non contano i governi, non contano i cittadini, la volontà popolare messa sotto le scarpe. Lo stato sono io, “L’état c’est moi”, espressione  attribuita a Luigi XIV, il re francese famoso per aver instaurato una monarchia assoluta. Pare che il re non abbia mai pronunciato questa frase ma al giovanotto di Rignano piace senz’altro molto. Del resto, cosa c’era da aspettarsi da uno che considera i giornalisti una sorta di proprietà privata, ai suoi ordini, tutti intenti a leggere le veline che arrivano da Palazzo Chigi?

Un giornalismo incapace perfino di fare domande che possano “disturbare” il manovratore

Proprio la conferenza stampa ha messo in mostra un giornalismo incapace perfino di fare domande. O meglio vengono fatte domande cui si conosce già la risposta, che non disturbano il manovratore. E lui parla, parla, imbonisce il suo pubblico, racconta di una Italia che non c’è, annuncia un 2016 simile al paradiso terrestre, azzarda previsioni sui numeri dell’economia, Pil e cose varie che non stanno né in cielo né in terra. Riforme, riforme, riforme, uno slogan che cozza contro la realtà del nostro paese. C’è un segno di tutto questo nella risposta data dai dirigenti della Fnsi? No. Ci spiace dirlo. Preferiscono una tattica che in genere non dà frutti. Sfidano Renzi ad intervenire sui problemi che assillano il mondo dell’informazione, che limitano la libertà degli operatori, a partire dall’ormai mitico conflitto di interessi, la riforma dell’Ordine “che – scrivono – sino ad oggi, le resistenze corporative e le debolezze di una parte della politica, sono puntualmente riusciti a sabotare”. Se Renzi vuole dedicare il 2016 alla libertà dell’informazione potrebbe e dovrebbe impedire che l’annunciato intervento sulle intercettazioni si traduca in una stretta sul diritto di cronaca e sul diritto-dovere di pubblicare qualsiasi notizia abbia il requisito della “rilevanza sociale e della pubblica utilità”, come per altro recitano le stesse sentenze della Corte europea. Come sarebbe il caso di “fermare il provvedimento sulla diffamazione, fermo al Senato per la quarta lettura, da quel testo andrebbe stralciata ed approvata solo la parte relativa alla abrogazione del carcere, rinviando a tempi migliori le parti sulla rettifica e soprattutto la regolamentazione delle cosiddette ‘querele temerarie’, diventate il vero strumento di intimidazione nei confronti dei cronisti”. Ancora: “Se Renzi, lo diciamo senza ironia, vuole davvero dedicare il 2016 alla libertà di informazione, faccia introdurre il reato di molestie contro l’articolo 21 della Costituzione, preveda una sanzione a carico dei temerari, li costringa, in caso di sconfitta processuale, a lasciare la metà della somma richiesta, ponga fine ad un malcostume che penalizza chi indaga e scrive su mafie e malaffare, spesso si tratta di giornalisti sprovvisti anche delle più elementari garanzie contrattuali”. Infine, ricordano che “nel 2015 Renzi aveva promesso di liberare la Rai dalle interferenze di governi e partiti, purtroppo le cose sono andate in altro modo. Non ci resta che sperare che negli anni pari e, mai come in questa occasione, saremmo ben lieti di dargliene atto alla fine del 2016”.

Dal sindacato dei giornalisti richieste importanti al premier. Ma le risposte si conoscono già

Tutte richieste giuste, ci mancherebbe. Ma davvero credono, dopo quello che si è ascoltato, visto in conferenza, che Renzi possa essere un paladino della libertà dell’informazione? Ci saremmo aspettati intanto una sola cosa: che la conferenza stampa del presidente del Consiglio non venisse più convocata, promossa dall’Ordine dei giornalisti. “Non in mio nome” verrebbe voglia di dire. Il premier  è nel suo pieno diritto di convocare conferenze stampa. Ci mancherebbe. Come avviene in tutti gli altri paesi se le convochi. Riempia gli schermi televisivi di gufi e gufetti se ciò lo fa godere. Ma, verrebbe voglia di dire, “non in mio nome”.

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