La ripresa rallenta, lo dicono anche i dati Istat. In realtà confermano che non c’è mai stata

La ripresa rallenta, lo dicono anche i dati Istat. In realtà confermano che non c’è mai stata

Il ministro dell’Economia, Piercarlo Padoan, doveva avere annusato l’Istat quando dopo il massacro di Parigi, le minacce dell’Isis, l’insorgere del terrorismo, ha affermato che questi avvenimenti avrebbero potuto avere un riflesso negativo sulla crescita del nostro paese. Il governo ha infatti fondato la legge di stabilità su un aumento del prodotto interno lordo pari allo 0,9% , ma si tratta di un annuncio che non aveva alcun fondamento. Tanto che per la Commissione dell’Unione europea quando si tireranno le somme quel numerino che indica il Pil a fine anno diventa determinante. Non è un caso che già oggi si parla di una  possibile manovra  aggiuntiva. In realtà, sui dati di novembre gli avvenimenti francesi possono avere un effetto pressoché nullo ed il governo non può mettere le mani avanti, imbrogliano ancora una volta gli italiani. Noi, sembrano dire Renzi e Padoan, ci abbiamo provato, messo tutta la nostra buona volontà, la crescita, l’uscita dagli zero virgola era nelle nostre mani, prendetevela con i terroristi. La realtà è ben diversa. L’Istat nell’arco di qualche ora ha diffuso molti dati relativi allo stato dell’economia. Come al solito più numeri vengono resi noti e più è difficile orientarsi, dare valutazioni. Questa volta non ci sono dubbi. Perfino i media, quelli che fungono da angeli custodi per il governo, non riescono a nascondere la realtà. Parlano di “rallentamento della crescita”.

Salta la crescita del Pil dello 0,9% prevista dal governo. Occupazione in calo

Un bluff, comunque, perché una crescita che si muove alla velocità di un più 0,2% del prodotto interno lordo nel terzo trimestre rispetto a quello precedente e dello 0,8 rispetto al medesimo trimestre del 2014 non è una crescita degna di questi nome. Non solo, l’occupazione cala ancora, si ripete un -0,2% del settembre mentre ad agosto era aumentata dello 0,5%, dato segnato dai lavori stagionali. Nella stima preliminare  diffusa dall’Istat il 13 novembre si parlava di una crescita tendenziale del Pil pari allo 0,9%, guarda caso proprio il numero indicato dal governo. Da tener conto che il terzo trimestre del 2015 ha avuto quattro giornate lavorative in più del trimestre precedente e una giornata lavorativa in più rispetto al terzo trimestre del 2014. A un solo trimestre dalla chiusura dell’anno, la variazione acquisita per il 2015 (cioè quella che si verificherebbe se non ci fosse alcuna variazione del Pil tra ottobre e dicembre) è al +0,6%. A questo punto, il Pil dovrebbe accelerare fino al +0,8% nell’ultimo trimestre dell’anno, secondo gli economisti di Intesa Sanpaolo, per arrivare all’asticella fissata dal governo. Ma è più probabile che la crescita si limiti alla metà di quel dato. Un guaio di non poco conto che si inserisce in una situazione  economica  che segna dati negativi praticamente in tutti i comparti. Ripartiamo dai dati relativi all’occupazione  di cui abbiamo indicato quelli generali.  Dopo la crescita registrata tra giugno e agosto (+0,5%) e il calo di settembre (-0,2%), a ottobre 2015 la stima degli occupati diminuisce ancora dello 0,2% (-39 mila). Il calo è determinato dagli autonomi mentre i dipendenti restano sostanzialmente invariati. Il tasso di occupazione diminuisce di 0,1 punti percentuali, arrivando al 56,3%. Su base annua l’occupazione cresce dello 0,3% (+75 mila persone occupate) e il tasso di occupazione di 0,4 punti. La stima dei disoccupati a ottobre diminuisce dello 0,5% (-13 mila); il calo riguarda le donne e la popolazione di età superiore a 34 anni. Il tasso di disoccupazione, pari all’11,5%, resta sostanzialmente invariato dopo il calo dei tre mesi precedenti.

Il solito trucco degli inattivi non considerati fra i disoccupati

Il “Campo delle Idee”, un sito specializzato in economia e lavoro, scopre il trucco. Riguarda come al solito gli inattivi. Dopo la crescita di settembre (+0,5%), la stima degli inattivi tra i 15 e i 64 anni aumenta ancora nell’ultimo mese dello 0,2% (+32 mila persone inattive).  Diminuisce il numero di inattivi maschi e di età inferiore a 50 anni. Il tasso di inattività è pari al 36,2%, in aumento di 0,1 punti percentuali. Su base annua l’inattività aumenta dell’1,4% (+196 mila persone inattive) e il tasso di inattività di 0,6 punti percentuali. Inattivi significa gente che non lavora, che neppure lo cerca. Sono persone che non possono essere tenute fuori dalla conta dei disoccupati e degli occupati. Così come non si può fare calcoli senza tener conto del fatto che con la legge Fornero anno per anno accresce l’età pensionabile e aumentano gli over 50, donne specialmente. Sempre secondo l’Istat, si osserva una ripresa degli occupati 15-34enni che a ottobre 2015 tornano ai livelli di metà 2014. Jobs act e altre misure  di decontribuzione sono alla base di questo “fenomeno”. Si tratta quasi sempre di assunzioni di giovani con forme di contrattazione precarie o giù di lì. Si risparmia sui contributi e si possono licenziare senza problemi. Cosa che sta avvenendo. Gli occupati 35-49enni diminuiscono lungo l’intero triennio, registrando un calo del 4,4% (circa -450 mila).

Cala ancora l’inflazione. Minima crescita dei consumi, flessione degli investimenti

Andiamo avanti nel tratteggiare la crescita che non c’è più. Perché non c’è mai stata, le politiche del governo non sono entrate in quei pochi spiragli che hanno fatto gridare “siamo i più bravi” alla coppia Renzi-Padoan, la crescita solo una illusione pompata dai media. Passiamo all’inflazione, molto importante per valutare lo stato dell’economia. Nel mese di novembre 2015, secondo le stime preliminari dell’Istat, l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, diminuisce dello 0,4% rispetto al mese precedente e aumenta dello 0,1% nei confronti di novembre 2014, con una riduzione di due decimi di punto percentuale rispetto al valore registrato a ottobre (+0,3%). Significano questi dati che per reggere i consumi si devono diminuire i prezzi e che comunque le capacità di acquisto sono molto basse. Sui consumi invece il governo puntava molto. Consumi e fiducia dei cittadini, due ingredienti sui quali l’Istat ci ha inondati di numeri. E Renzi nelle comparsate televisive ad ogni ora del giorno e anche della notte vantava la bontà delle mance elargite, vedete la crescita dei consumi, la gente ha fiducia in noi. Alla resa dei conti la crescita dei consumi finali nazionali risulta dello 0,4%. A far riflettere una flessione sempre dello 0,4%  per gli investimenti fissi lordi. Ancora dati negativi vengono  dalle importazioni che crescono dello 0,5% mentre le esportazioni sono diminuite dello 0,8%.

Il premier e Padoan fanno finta di niente: siamo tranquilli, in famiglie e imprese torna la fiducia

Fanno riflettere questi dati il nostro Padoan? Non diciamo una autocritica ma una qualche considerazione degna di un economista? Niente, procede imperterrito, così come il responsabile dell’economia del Pd, un certo Taddei, inquilino fisso di Palazzo Chigi. Questo il commento del ministro in linea, ci mancherebbe, con il premier: “La fiducia in Italia era crollata come in altri Paesi come conseguenza di una crisi finanziaria terrificante che ci ha fatto perdere 10 punti di Pil. Ora la fiducia delle imprese e delle famiglie sta tornando a galla. Poi c’è la sfiducia legata alla paura – ha riconosciuto -, che probabilmente fa più effetto, ma è temporaneo e limitato. Il fatto che la fiducia delle famiglie e delle imprese stia tornando mi fa stare relativamente tranquillo, ma è vero che l’economia mondiale sta andando meno bene quanto pensavano sei mesi fa per causa del rallentamento delle economie emergenti”. Ora si aspetta la legge di stabilità in discussione alla Camera. Ma non c’è molto da attendere. Non c’è alcun elemento che possa  far parlare di una legge espansiva, volta alla crescita. Come ai tempi della vecchia Dc, un po’ di mance, piccole somme da destinare ai  clienti locali di questa o quella corrente, tagli lineari, fisco libero per gli evasori. Il lavoro non è neppure dietro l’angolo. Ci pensa Poletti, che non sapendo dove sbattere la testa, se la prende con l’orario di lavoro, “vecchio arnese”. Forse però Poletti, e gli Ichino e i Sacconi, teorici della rottamazione dei diritti dei lavoratori hanno ragione. Che se ne fanno dell’orario di un lavoro che non c’è. Rimangano disoccupati. Un esercito.

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