La Leopolda va alla guerra. È la fine della politica

La Leopolda va alla guerra. È la fine della politica

Alcuni ministri e dirigenti del Pd si sono alternati sul palco della Leopolda, nella seconda giornata dell’evento renziano, che più mediatico non si può, in attesa della prevista conclusione della ministra delle Riforme Maria Elena Boschi, al centro delle polemiche suscitate da un intervento di Roberto Saviano sul coinvolgimento diretto suo e di suo padre e di suo fratello nel tragico affaire della Banca Etruria. Saviano ne aveva chiesto le dimissioni per un evidente conflitto d’interessi. Alla Leopolda, amici e ministri e parlamentari renziani hanno fatto invece quadrato attorno al Boschi, giudicando farneticazioni le parole di Saviano. Uno di loro, tale deputato Carbone si è spinto a scrivere su twitter che Saviano sarebbe in cerca di visibilità. Intanto, sul palco si sono alternati importanti ministri: Delrio, titolare delle infrastrutture, Gentiloni, titolare degli esteri, Pinotti, titolare della Difesa, Poletti, titolare del Lavoro, Giannini, titolare della Istruzione, Franceschini, titolare della Cultura, in attesa appunto di Padoan e della Boschi. Otto ministri alla Leopolda, sottoposti a un finto question time, che non è il dibattito pubblico, ma un’altra cosa, insieme con il loro premier hanno di fatto celebrato la fine della politica, della sua autonomia, della sua capacità di rappresentazione della società. Perché il question time era una finzione? Perché mancava il sale della cultura politica autentica: la capacità di sottoporsi al pensiero critico, neutralizzato, vilipeso, inesistente alla Leopolda. Alcuni ministri e dirigenti del Pd hanno fatto affermazioni molto impegnative, ma nessuno avrebbe potuto replicare, perché “lo spirito della Leopolda” è questa vergognosa educazione (molto vicina all’ideologia dello scoutismo) del capo che non si discute. Mai.

Roberto Saviano: i leopoldini? “Vecchi arnesi affamati”

Per questo ha ragione, ancora una volta, Roberto Saviano quando sulla sua pagina Facebook commenta la Leopolda con parole durissime, proprio a partire dal caso Boschi. Saviano cita l’articolo di Alberto Statera su Repubblica e spiega: “Descrive bene come sia maturato il buco di bilancio di Banca Etruria, che dovranno ripianare anche i tanti obbligazionisti come Luigino D’Angelo (il pensionato che si è tolto la vita) che, molto probabilmente, non erano stati informati dei rischi cui andavano incontro. Se il ministro Boschi dovesse rifiutare spiegazioni, restando al suo posto nonostante il pesante coinvolgimento della sua famiglia in questa gravissima vicenda che avrà probabilmente sviluppi giudiziari (come potrebbe non averne?), vorrà dire che nulla è cambiato, la Leopolda è una riunione di vecchi arnesi affamati, resi più accettabili dalla giovane età e dall’essere venuti dopo Berlusconi, e il Pd un’accolita che difende i malversatori a scapito dei piccoli risparmiatori”. I “vecchi arnesi affamati” di cui parla Saviano, aggiungiamo, dovevano uccidere la politica per affermarsi, trasformarsi in casse di risonanza ed echi del capo, perché usare il pensiero critico, la politica, li avrebbe messi fuori dal giro. Le frasi evocative (tra l’altro già sentite e usate da 30 anni nei meeting di Comunione e Liberazione a Rimini), gli oggetti vintage sul palco, i titoli rubati a un film, Ieri, oggi e domani, e a un grande scrittore, Saint-Exupery (che, speriamo, i leopoldini abbiano letto, ma non ci giuriamo) non hanno nulla di politico. Ma si sa, la politica è antica, novecentesca, loro, i leopoldini, sono al passo coi tempi, magari semplicemente perché sanno lanciare un hashtag o usare una app. La differenza tra la politica autentica e loro è proprio in quel giudizio, durissimo, ma realistico di Saviano: “vecchi arnesi affamati”, nonostante la loro giovane età.

La ministra della Difesa Pinotti: “opzione militare per Siria e Libia”. L’ipocrisia al governo

Alla Leopolda, la ministra della Difesa, Roberta Pinotti, colei che dopo i fatti di Parigi del 13 novembre si era lanciata nella definizione di “guerra” per giudicare gli attentati, per poi essere richiamata all’ordine dal premier, alla Leopolda, senza arrossire, né fornire alcuna legittimazione giuridica o istituzionale, è tornata a rilanciare la “guerra”. Questa volta l’ha chiamata “opzione militare”, un modo ipocrita per parlare di guerra vera. Ma nessuno le ha replicato, alla Leopolda. Eppure, nei question time della Camera le repliche sono previste. Nessuno scandalo quando la signora Pinotti ha detto, parlando dell’Isis in Siria e in Libia: “Non credo che sia molto importante definire semanticamente se siamo in guerra o non siamo in guerra. L’importante è capire che tipo di minaccia è e come rispondere”. Non è importante definire “semanticamente” la guerra? Intanto, signora ministra, si rilegga la Costituzione, magari all’articolo 11, oppure quegli articoli in cui si impone il dibattito parlamentare. Perché alla ministra non è stato chiesto cosa si sa della nostra iniziativa tra in peshmerga? Perché alla nostra ministra non è stato chiesto come mai a Hollande, Putin, Obama, Cameron (come si vede, la “guerra” è semanticamente trasversale) non è stato risposto che l’Italia ha una interpretazione “semanticamente” diversa di guerra? Non si può, perché la guerra del XXI secolo è come quella del XX, e del XIX, e del XVIII: soldati mandati da chi esercita la sovranità ad occupare o a difendere un territorio. Cambiano gli armamenti, ma “semanticamente” la guerra è quella cosa. Ma candidamente, alla Leopolda, la signora Pinotti, ministra della Difesa, sostiene che “non è importante definire semanticamente la guerra”. Perciò, se saremo in guerra oppure no, ce lo diranno non i generali, ma gli esperti in Linguistica generale o i semiologi.

Il ministro degli esteri Gentiloni: “Forse in Libia si fa l’accordo”, ma non ci crede. Opzione militare…

Da parte sua, il ministro degli esteri Gentiloni, è stato più sfumato e cauto, ma in fondo ha ribadito, sotterraneamente, le parole della Pinotti, a proposito della missione in Libia. Le potenze occidentali, sotto l’egida dell’Onu, stanno conducendo il pressing sulle diverse fazioni libiche per giungere ad un risultato istituzionalmente rilevante, un Parlamento e un governo condivisi e autorevoli. E se domani non dovessero farcela? Ecco rispuntare “l’opzione militare” anche in Libia. Certo, evitando gli errori del 2011, quando coi raid aglo-francesi si acuirono i problemi invece che risolverli. Le decisioni che si assumeranno sulla Libia nel 2015 sapranno essere diverse da quelle del 2011? Il ministro non l’ha detto, semplicemente perché nessuno l’ha chiesto.

La guerra contro il sindacato e i diritti sul lavoro rivendicata da Filippo Taddei

Alla Leopolda, prima della conclusione con il question time della Boschi, è intervenuto anche il responsabile economico del Partito democratico, Filippo Taddei. E pure lui ha parlato di guerra, di guerra ai diritti nel lavoro, perché il Jobs act non è stato l’effetto “dell’epoca della costrizione, ma dell’epoca della convinzione. La riforma del lavoro l’avevamo promessa e l’abbiamo fatta”. Grazie a Filippo Taddei per aver detto la verità, che vale per tutti, anche per il ministro Poletti: la cancellazione dell’articolo 18, la negazione dei diritti, la precarizzazione, con il Jobs act, sono frutto di una strategia ideologica, di una guerra ai sindacati studiata a tavolino. Noi lo sapevamo che questa guerra si era aperta due anni fa. Ma i “leopoldini” non se n’erano accorti, e andavano istruiti.

La guerra contro la Costituzione del 1948 elaborata e rivendicata dalla Boschi, che chiama i leopoldini alle armi nel 2016

A chiudere la seconda serata è dunque stata Maria Elena Boschi, che intanto, accolta da un fragoroso applauso, ha giustificato l’assenza della prima serata con gli impegni istituzionali dettati dalla legge di Stabilità. Anche Maria Elena Boschi ha parlato di una guerra: della guerra dei “leopoldini” contro la Costituzione del 1948. Dopo aver tessuto gli elogi della nuova legge elettorale, l’Italicum, un vero e proprio assist, in realtà, la ministra Boschi è entrata in guerra, muovendo le truppe leopoldine sul terreno di scontro del referendum confermativo del 2016. Ecco come Maria Elena Boschi ha presentato la guerra ai suoi discepoli: “L’anno prossimo ci aspetta una bella campagna per il referendum e tutti noi saremo mobilitati per comitati per il sì, per cercare di convincere più persone a scegliere insieme a noi queste riforme, nate alla Leopolda. Perché alcune idee e proposte nate negli anni scorsi oggi sono a un passo dalla realizzazione prima del grande appuntamento del referendum”. Dunque, come per il lavoro, anche per la riforma costituzionale la Leopolda rivendica il suo ruolo decisivo. È la dimostrazione che il renzismo è nato fuori dalla politica, per mettere fine alla politica. È la manifestazione dichiarata di cosa è davvero il fenomeno Leopolda, una sorta di ripetizione dei campi scout, dove la gerarchia non si discute, e il dibattito pubblico non esiste per principio e per metodo. Con la Leopolda muore la politica, e con essa anche il Partito democratico, con buona pace di chi ancora ci crede.

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