La controriforma della Rai passa al Senato ed è legge. Palazzo Chigi si appropria del servizio pubblico. Protestano FNSI e USIGRAI

La controriforma della Rai passa al Senato ed è legge. Palazzo Chigi si appropria del servizio pubblico. Protestano FNSI e USIGRAI

L’aula del Senato ha approvato la riforma della Rai per alzata di mano, cioè senza la registrazione dei voti. Nessuno infatti ha chiesto di votare con procedimento elettronico.

Con l’approvazione definitiva, diventa legge la norma transitoria contenuta nel ddl che trasforma l’attuale direttore generale in amministratore delegato. Il cuore del provvedimento è rimasto inalterato, rispetto al testo approvato da Senato in prima, e dalla Camera in seconda lettura.

Alcuni dei punti salienti della nuova legge

Il consiglio di amministrazione – come stabilito dal testo del governo – passa da 9 a 7 membri che non saranno più nominati dalla commissione di Vigilanza e dal ministero dell’Economia, ma eletti, con voto singolo, dalla Camera (2), dal Senato (2), dal governo (2), designati dal Consiglio dei ministri su proposta del Mef, e uno designato dall’assemblea dei dipendenti (quest’ultimo deve essere titolare di un rapporto di lavoro subordinato da almeno 3 anni consecutivi). Cosa significa sul piano pratico e con l’applicazione della legge elettorale Italicum? Semplice, una qualunque maggioranza parlamentare, si mangia letteralmente il Cda della Rai, almeno 4 su sette, senza contare i due consiglieri eletti dal Senato delle Regioni, qualora passasse la riforma costituzionale. La nuova legge non prevede alcun vincolo per qualificare la maggioranza per l’elezione dei membri del Cda della Rai, una gran furbata. Paradossalmente, potrebbe darsi la situazione in cui l’unico membro di opposizione, o comunque non designato dalle forze di maggioranza è quello scelto dall’assemblea dei dipendenti. È la certificazione per legge, come giustamente sostiene Vincenzo Vita, dell’indebita appropriazione da parte di Palazzo Chigi dell’intera governante della Rai.

Gli immensi poteri dell’amministratore delegato, nominato da Palazzo Chigi e votato dal Cda

Il Cda infatti nomina la figura dell’amministratore delegato, che risponde al consiglio di amministrazioni in merito alla gestione aziendale e sovrintende alla organizzazione e al funzionamento dell’azienda nel quadro dei piani e delle direttive definite dallo stesso consiglio di amministrazione. Inoltre, l’ad ‘firma gli atti e i contratti aziendali attinenti alla gestione della società, fatto salvo l’obbligo (inserito durante l’iter alla Camera, Ndr) di sottoporre all’approvazione del consiglio di amministrazione gli atti ei contratti aziendali aventi carattere strategico, inclusi i piani annuali di trasmissione e di produzione e le variazioni rilevanti degli stessi, nonché gli atti e i contratti che, anche per effetto di una durata pluriennale,siano di importo superiore a 10 milioni di euro’, una enormità, se si pensa la valore medio degli appalti. Il direttore generale della Rai, poi, potrà partecipare senza diritto di voto alle riunioni del consiglio di amministrazione anche dopo la sua ‘trasformazione’ in ad con l’entrata in vigore della nuova legge. Ciò significa che l’attuale direttore generale, Antonio Campo Dall’Orto, designato da Palazzo Chigi, si trasformerà nel vero dominus indiscusso del servizio pubblico.

I contratti esclusi dalla disciplina del Codice dei contratti pubblici

Altra perla della nuova legge, che avrebbe dovuto contenere esclusivamente le nuove norme per la governance riguarda i contratti conclusi dalla Rai e dalle società interamente partecipate con oggetto l’acquisto, lo sviluppo, la produzione o la coproduzione e la commercializzazione di programmi radiotelevisivi e di opere audiovisive e le relative acquisizioni di tempo di trasmissione. Questi contratti saranno esclusi dall’applicazione della disciplina del codice dei contratti pubblici. Si è inoltre stabilito che i contratti sotto soglia comunitaria conclusi dalla Rai e dalle società interamente partecipate aventi ad oggetto lavori, servizi e forniture ‘collegati o connessi’ a contratti di acquisto, sviluppo, produzione o coproduzione e commercializzazione di programmi radiotelevisivi e di opere audiovisive non sono soggetti agli obblighi procedurali del Codice appalti.

Nella legge anche la delega al governo per il riassetto normativo. Tra i principi: riordino e semplificazione delle disposizioni vigenti anche ai fini dell’adeguamento dei compiti del servizio pubblico con riguardo alle diverse piattaforme tecnologiche e tenuto conto dei mutamenti intervenuti, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica; previsione di disposizioni volte a favorire la trasmissione di contenuti destinati specificamente ai minori, che tengano conto delle esigenze e della sensibilità della prima infanzia e dell’età evolutiva; diffusione delle trasmissioni televisive e radiofoniche di pubblico servizio su tutto il territorio nazionale.

Pessima legge, che conferma la tendenza ordoliberista di Matteo Renzi

L’ennesima pessima legge voluta da Renzi e scritta da Palazzo Chigi, dopo quelle sul lavoro, la scuola, la finanza pubblica, il pubblico impiego. Nella nuova tessera del Pd c’è scritto “Stiamo cambiando l’Italia”. È vero. Ma in peggio, molto peggio. Con l’approvazione di questa legge sulla Rai, e con il Canone ingiustamente introdotto nella bolletta elettrica, infatti, il limite alla libertà dell’informazione è dimostrato, certificato, legalizzato. Se questo è il segno del cambiamento, liberismo e centralità dell’impresa in economia, sottrazione di diritti del lavoro e nel lavoro, progressiva decostruzione della scuola e dell’università pubbliche, ed ora l’impossessamento da parte di una maggioranza parlamentare (minoranza nel Paese) dell’intero sistema radiotelevisivo, non abbiamo alcun timore a definirlo di destra, conservatore, e pericoloso.

La veemente protesta di FNSI e USIGRAI

Raffaele Lorusso e Giuseppe Giulietti, presidente e segretario della FNSI, Federazione nazionale della Stampa, e Vittorio Di Trapani, segretario della USIGRAI, il sindacato dei giornalisti Rai, protestano in modo veemente contro questa legge. In una nota essi scrivono: “Il Presidente del Consiglio aveva promesso di togliere la Rai ai partiti e restituirla ai cittadini. E invece l’ha messa alle dirette dipendenze del governo. Con un doppio colpo, Palazzo Chigi ha portato sotto il proprio diretto controllo i 2 pilastri dell’autonomia e dell’indipendenza dei Servizi Pubblici: fonti di nomina e finanziamenti”. Proseguono: “Da oggi la Rai sarà guidata da un amministratore delegato, quindi da un capo azienda con molti più poteri, scelto direttamente dal governo. Allo stesso tempo, con la Legge di Stabilità, il governo si prende il controllo anno per anno anche dei finanziamenti del Servizio Pubblico, uno degli strumenti più forti per condizionare la gestione e le scelte editoriali della Rai. L’Italia è già da troppo tempo in fondo alle classifiche mondiali per la libertà di informazione”. E così concludono: “Ora c’è il concreto rischio di scivolare ancora più in basso”.

 

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