Istat: L’Italia e il lavoro. Si riduce il divario con il resto dell’Europa ma sono ancora i giovani i grandi esclusi

Istat: L’Italia e il lavoro. Si riduce il divario con il resto dell’Europa ma sono ancora i giovani i grandi esclusi

L’Italia è ancora in ritardo su istruzione e formazione rispetto alla media dei Paesi europei, ma nell’ultimo anno l’incremento di diplomati e laureati e la significativa riduzione del tasso di abbandono precoce degli studi, hanno ridotto il divario che ci separa dal resto dell’Europa. È quanto scrive il Rapporto Benessere Equo e Sostenibile in Italia, sezione Istruzione e Formazione, che offre tutti gli anni un quadro integrato dei principali fenomeni sociali, economici e ambientali del nostro Paese. Piccolo segnale positivo è anche la quota di “Neet”  (i giovani tra i 15 e i 29 anni che non lavorano e non studiano) che, dopo anni di crescita, si mantiene stabile rispetto all’anno precedente (26%).  Parallelamente, diminuisce di circa 3 punti la quota  di inattivi che non cercano e non sono disponibili a lavorare mentre resta stabile la quota di inattivi che cercano o sono disponibili a lavorare.

Nonostante questo miglioramento, i tassi d’incremento restano ancora più bassi di quelli europei e l’Italia continua a caratterizzarsi in Europa per la forte esclusione dei giovani dal mercato del lavoro. Sebbene l’allungamento dei percorsi formativi ritardi l’ingresso nel mondo del lavoro, la diminuzione del tasso di occupazione per i giovani dipende soprattutto dalla difficoltà a trovare un impiego, specie se continuativo nel tempo; una condizione che si aggrava a causa anche di una peggiore qualità del lavoro e da una maggiore paura di perderlo.

Aumenta lo svantaggio del Mezzogiorno, l’unica area territoriale dove l’occupazione diminuisce anche nel 2014 (tasso di occupazione al 45,3%) e dove è più bassa la qualità del lavoro. Si caratterizza il Sud anche per le quote più basse di laureati e diplomati; si tratta di differenze territoriali strutturali in parte dovute all’offerta di scuola pubblica di qualità, consolidata ormai da molti anni, in particolare nei comuni del centro e del nord Italia. Queste riguardano anche il tasso di uscita precoce dagli studi che si attesta al 12% nel Centro-Nord e al 19,3% nel Mezzogiorno, con punte superiori al 23% in Sicilia e Sardegna. Le differenze territoriali sono però aumentate nel 2014: infatti mentre cresce la percentuale dei diplomati nel Centro-Nord non migliora il dato del Mezzogiorno così come l’aumento dei laureati di 30-34 anni nel Sud (dal 17,9% del 2013 al 23,3% del 2014) non è tale da ridurre il divario con altre zone del Paese. Inoltre, è rimasto pressoché costante il divario tra il Mezzogiorno e il Centro rispetto al tasso di uscita precoce dal sistema di istruzione.

Inoltre, ovunque nel Paese la classe sociale di provenienza continua a condizionare pesantemente la riuscita dei percorsi scolastici e formativi. I figli di genitori con titoli di studio elevati o professioni qualificate abbandonano molto meno gli studi, hanno minori probabilità di diventare Neet, presentano livelli di competenza informatica maggiori e partecipano ad attività culturali molto più frequentemente dei figli di genitori poco istruiti o con bassi profili professionali. Del resto, a dispetto del luogo comune sull’inopportunità di proseguire gli studi – sempre più diffuso soprattutto in questi anni di congiuntura economica sfavorevole -, il titolo di studio conseguito continua a rivestire un ruolo cruciale per la partecipazione al mercato del lavoro e la laurea ha difeso di più dagli effetti negativi della crisi.

In crescita, tuttavia, dopo un trend negativo durante tutto il periodo di crisi, la partecipazione culturale, specialmente per l’aumento di visitatori a musei, mostre e siti archeologici. Diminuisce, invece, la lettura dei quotidiani.

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