Il Giappone esegue due condanne a morte per impiccagione. Prassi crudele, brutale e incivile. Moratoria subito

Il Giappone esegue due condanne a morte per impiccagione. Prassi crudele, brutale e incivile. Moratoria subito

All’alba del 18 dicembre, due giapponesi, Sumitoshi Tsuda e Kazuyuki Wakabayashi sono stati giustiziati per impiccagione, su disposizione del ministro della Giustizia Mitsuhide Iwaki (nella foto). Il primo era stato riconosciuto colpevole di aver ucciso tre persone nella periferia di Tokio; il secondo di aver ucciso due persone, tra le quali una donna, nel nord-est dell’arcipelago. Come accade sempre, l’informazione è stata resa pubblica dalle autorità nipponiche dopo l’avvenuta esecuzione. Per segnalarne la profonda inciviltà, la Federazione internazionale della lega dei diritti dell’uomo ha pubblicato un post col quale si descrive la scena, drammatica, dell’impiccagione: “prima di condurre il detenuto sul luogo dell’esecuzione situato a pianterreno, gli si bendano gli occhi e lo si ammanetta. Quando l’ora arriva, tre guardie carcerarie azionano il dispositivo per l’impiccagione nello stesso tempo. L’esecuzione dura un’ora e mezza. Cinque minuti dopo l’impiccagione, il corpo del detenuto viene adagiato per terra, per permettere l’esame medico e l’accertamento del procuratore. Il medico verifica il ritmo cardiaco del detenuto e firma il certificato di morte, menzionando l’insufficienza cardiaca come causa del decesso. A quel punto, viene sfilata la corda dalla gola del detenuto”. Come si vede, la descrizione definisce una prassi di assoluta inciviltà, di barbarie, di crudeltà. E pensare che si tratti del Giappone, una terra di grandi tradizioni di civiltà, anche religiose, mette ancora di più i brividi.

Eppure, l’impiccagione dei due detenuti il 18 dicembre porta a quattordici il numero complessivo dei condannati a morte giustiziati per impiccagione da quando la destra di Shinzo Abe è tornata al potere nel 2012. Tra l’altro, è anche frequente che queste esecuzioni abbiano luogo alla fine dell’anno, su richiesta dei dirigenti carcerari che tentano così di ridurre il numero dei detenuti nel braccio della morte, prima dell’inizio del nuovo anno. Il numero delle esecuzioni varia a seconda delle opinioni del ministro della Giustizia, la cui firma è necessaria per dare avvio alla “pratica” delle impiccagioni. Le esecuzioni del 18 dicembre sono le prime da quando è stato nominato, in ottobre, il nuovo ministro della Giustizia. Al contrati di quanto avevano fatto i ministri di centrosinistra, che avevano rifiutato di adottare la pratica delle esecuzioni capitali. E fino al 2011, in realtà, in Giappone non era stato giustiziato nessun detenuto. Poi, nel 2012, le esecuzioni, brutali e crudeli, sono riprese, con l’impiccagione di tre assassini.

Le esecuzioni del 18 dicembre sono, tra l’altro, le prime decretate da una giuria popolare formata da sei cittadini e tre magistrati di ruolo. La riforma del Codice penale nipponico è entrata in vigore nel 2009 e prevede la pena capitale in tredici casi, ma nella realtà viene applicata solo per gli omicidi, mentre in tutti gli altri casi si applica il carcere a vita. E in tutti i casi, è sempre una giuria mista, costituita da cittadini e giudici, che decide a maggioranza semplice.

Giappone e Stati Uniti sono rimasti i soli paesi industrializzati ad applicare la pena di morte, pratica da sempre denunciata da decine di associazioni internazionali per la difesa dei diritti dell’uomo, e tra queste la nostra Nessuno tocchi Caino, che proprio in questi giorni, col suo congresso, avanzerà, nuovamente all’Onu, la proposta di moratoria universale delle esecuzioni capitali. Purtroppo con le impiccagioni del 18 dicembre in Giappone, la soluzione della moratoria universale diventa ancora più urgente e concreta.

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