Scalfari non scriverà più su Repubblica? Indigesta la nomina di Calabresi a direttore?

Scalfari non scriverà più su Repubblica? Indigesta la nomina di Calabresi a direttore?

L’indiscrezione è stata rilanciata venerdì 27 novembre dal quotidiano Il Foglio, diretto oggi da Claudio Cerasa, che ha preso il posto di Giuliano Ferrara: in un articolo a firma di Leopoldo Mattei si sostiene che il fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari, non abbia gradito la nomina a direttore di Mario Calabresi al posto di Ezio Mauro. Mattei fa dire a Scalfari parole di fuoco, che non sono state, ancora, smentite dall’interessato. Sembra che Scalfari abbia detto allo stesso Ezio Mauro e all’editore Carlo De Benedetti, che lo avevano informato del cambio, appunto: “dal 17 gennaio”, data in cui Calabresi firmerà Repubblica da direttore per la prima volta, “non scriverò più su Repubblica”. Quale sia il problema che Scalfari solleva con la nomina di Calabresi non è difficile da capire, e la stessa redazione del quotidiano romano sembra essersene resa conto, almeno stando a quanto rivela Il Foglio. “Non sarà più la stessa Repubblica”, pare che si sostenga in redazione, forse riecheggiando i pensieri reconditi e le riflessioni amare del fondatore Scalfari.

Ma quali sono le accuse contro Calabresi? Secondo Mattei del Foglio, gli si rimprovera una certa ambiguità, umana e professionale, nei confronti di Silvio Berlusconi, avversario storico di Repubblica e di De Benedetti, una inimicizia totale finita in tribunale per la controversia tra la Cir e la Mondadori, per la quale Berlusconi fu condannato a pagare più di 500 milioni di euro all’editore di Repubblica. Sembra che Calabresi e Berlusconi siano persino “amici”. Il Foglio parla di telefonate e incontri affettuosi tra i due. Ma il problema sarebbe davvero questo? Evidentemente no, e lo riconosce lo stesso articolista del Foglio, il quale però avanza questo sodalizio come premessa ad un cambiamento di fase, di cui De Benedetti parlò qualche tempo fa. De Benedetti partiva dalla fine del berlusconismo per disegnare nuovi scenari, per rimettere la palla al centro e ricominciare daccapo a raccontare un’altra Italia. Un’Italia senza più “quella sinistra”, antiberlusconiana, i cui elettori erano diventati anche lettori di Repubblica, ma con Matteo Renzi. E finalmente si giunge al punto: che tipo di informazione fare nella transizione dal berlusconismo al renzismo? Eugenio Scalfari ne aveva tracciato in qualche modo nei suoi editoriali una sorta di attenzione critica, avanzando seri e notevoli dubbi, non solo sul personaggio Renzi, ma sulla sua capacità di governare i processi economici, sulle riforme costituzionali e soprattutto sulla legge elettorale Italicum. È per questa ragione che Scalfari teme che con l’approdo nell’ufficio di direttore di Mario Calabresi non sia più possibile esprimere giudizi severi e critici su Renzi? E che, soprattutto, dopo quarant’anni, Repubblica non sarà più la stessa? L’analisi sull’assenza del popolo di sinistra, legato assieme dal ventennio berlusconiano, compiuta da De Benedetti non ci convince. C’è qualcosa che vale molto di più: la discesa delle vendite di Repubblica nelle edicole, con il dimezzamento sostanziale del numero delle copie. La vera sfida è quella. Quando c’era il berlusconismo – sembra pensare De Benedetti – si andava a gonfie vele, perché Repubblica ne era la corazzata Potemkin. Da quando è arrivato Renzi vi è l’obbligo di un ripensamento della linea editoriale e molto probabilmente un abbassamento delle voci critiche verso Palazzo Chigi. Con Calabresi sarà così? Per onestà intellettuale, occorre dire che nessuno può saperlo, e che ogni giudizio dato oggi sa di pre-giudizio, anche se egli proviene dal giornale la cui proprietà ha come amministratore delegato quel tale Sergio Marchionne che per primo ha spazzato via, uscendo da Confindustria, la conquista storica del contratto nazionale di lavoro, e che è il primo tifoso di Renzi e del renzismo, e delle sue riforme.

Fatto è che il cambio del direttore a Repubblica fa seguito alla designazione del nuovo Cda della Rai, e soprattutto del suo direttore generale, Antonio Campo Dall’Orto, persona molto vicina a Renzi, ed affezionato sostenitore delle numerose edizioni della Leopolda fiorentina. Con questo Cda, e con questo direttore generale, Renzi si è permesso il lusso, mai riuscito ad altri prima, di infilare il canone nella bolletta elettrica, un trucco ben congegnato per fornire più soldi alla Rai, avendone in cambio appoggio e sostegno, soprattutto in vista delle prossime campagne elettorali, e del più decisivo appuntamento del referendum confermativo sulle riforme costituzionali. Se Renzi avesse dalla sua parte l’intero servizio pubblico garantito dalla nuova Rai, la corazzata Potemkin di Repubblica, la sostanziale neutralità di Mediaset, come stabilito nel patto del Nazareno (ancora molto forte, come dimostra il via libera di Palazzo Chigi all’accordo Mondadori-Rizzoli), con l’aggiunta dell’uscita di De Bortoli dal Corriere della Sera, una fetta decisamente maggioritaria dell’informazione italiana sosterrebbe Renzi e il renzismo, in una mastodontica operazione di normalizzazione. A questa situazione va aggiunta anche l’attuale operazione di azzeramento di ogni voce autonoma e critica nell’informazione libera e cooperativa, condotta da Luca Lotti, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’editoria, e di riduzione a pochissime unità, tre, delle agenzie di stampa nazionali. La stretta sull’informazione pare cosa certa e realizzata. Il fondatore di Repubblica, Scalfari, sembra essersene accorto e lancia l’allarme “renzismo”. Il progetto della costruzione della “democratura” sembra giunto al suo passaggio decisivo: fare come in Turchia, asservire come possibile la gran parte dei media agli interessi del padrone della politica e del governo. Di questi temi e delle strategie connesse sarebbe urgente parlare, nella nuova sinistra e nella sinistra che ancora vivacchia nel Partito democratico.

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