Riflettori sull’agricoltura pugliese, tra ghetti e lavoro nero

Riflettori sull’agricoltura pugliese, tra ghetti e lavoro nero

La condizione dei braccianti in Puglia è diventata oggetto di cronaca e di racconto giornalistico quasi quotidiano. Ma per conoscere una così complessa condizione lavorativa e di vita occorre andare oltre la retorica politica e il sensazionalismo spicciolo. Perché lo sfruttamento, il sottosalario, la quasi riduzione in schiavitù dei e delle braccianti, “sono fatti né nuovi né ignoti. Andrebbero contrastati con azioni preventive efficaci, sostenibili, inclusive. Ma per far questo è necessario inquadrare il fenomeno dentro una cornice di dati di quantità e di qualità. Analizzarlo come fatto sociale che attraversa non soltanto la Puglia, ma tutto il Paese”. È nelle conclusioni del curatore Leo Palmisano il senso del report sulle condizioni dei lavoratori in agricoltura che la Flai regionale propone per il terzo anno. Questa mattina a Bari la presentazione dei dati nel corso di un’iniziativa che sarà conclusa dal segretario generale della Cgil, Susanna Camusso.

“Proseguiamo la nostra azione per evitare che passata l’estate, una delle più drammatiche per il mondo del lavoro agricolo in Puglia, la ridotta attenzione mediatica determini un venir meno delle istituzioni e della politica rispetto agli impegni e ai provvedimenti promessi” spiega Giuseppe Deleonardis, segretario generale della Flai pugliese. “Il tentativo è quello di partire da un quadro generale della nostra agricoltura per accendere un focus sui più deboli tra i deboli”. Tra questi in primis migranti e in particolar modo le donne, “la cui condizione occupazionale e previdenziale è qualitativamente inferiore a quella maschile”, si legge nel report. Le giornate registrate sono inferiori, i salari sono più bassi (ancor più bassi quelli delle immigrate), sono costrette a spostarsi quotidianamente, trasportate da caporali, dunque a pagamento , spesso per centinaia di chilometri. Come Paola Clemente, la bracciante di San Giorgio Ionico morta a luglio nelle campagne di Andria, sveglia di notte e 250 chilometri al giorno tra andata e ritorno per poche decine di euro. “È evidente quanto il sistema produttivo – scrive Palmisano – riesca a trovare nella manodopera femminile capacità a basso costo, imponendo regimi di lavoro che travalicano il confine della legalità, con salari inferiori del venti o trenta per cento di quelli maschili”.

I braccianti in Puglia sono oltre 180mila, un quinto dell’intero paese. Ma se si analizza il rapporto dei soli braccianti stranieri sul totale – 40mila gli assunti registrati nella regione dall’Inps – la percentuale è del 29, contro una media Italia del 35,2. “Dato che può trovare una spiegazione nella più forte vocazione al lavoro agricolo italiano ma di sicuro anche nel ricorso al nero degli stranieri”. Non torna ad esempio il dato relativo alle provenienze geografiche: dei 40mila oltre 19mila sono rumeni, altri novemila sono albanesi e bulgari, eppure basta attraversare le nostre campagne durante il periodo della raccolta del pomodoro “perché ci si renda conto della grande presenza di lavoratori ‘neri’ sfuggita alle registrazioni Inps”.

Non tornano nemmeno i numeri delle giornate lavorate dagli stranieri: nel 2014 i cosiddetti “non aventi diritto”, ovvero quei braccianti che non superando le 50 giornate non accedono all’indennità di disoccupazione, sono 23mila, con punte del 65 per cento in provincia di Foggia, dove è registrata la metà dei 40mila braccianti stranieri assunti in Puglia. “Dato che segnala due fenomeni congiunti ormai strutturali nel mercato del lavoro regionale: il ricorso importante a forme di lavoro nero o grigio, con giornate solo parzialmente registrate”, e risulta davvero poco credibile che migliaia di uomini e donne si spostino in Puglia nella stagione delle grandi raccolte per lavorare solo dieci giorni. Elusioni riguardano anche la qualità dei contratti con i quali vengono assunti: “L’agricoltura pugliese non è all’anno zero, necessità di lavorazioni particolati, manodopera specializzata, ma prevale una contrattualizzazione al ribasso”.

Oltre all’analisi di una importante base dati il report della Flai Puglia dedica un approfondimento anche al sistema di accoglienza dei lavoratori stranieri e in particolar modo al fenomeno dei “ghetti”, veri e propri villaggi di fortuna auto costruiti, quasi sempre senza servizi fondamentali come acqua potabile o energia elettrica. Impossibile per un bracciante straniero che guadagna 15-20 euro al giorno poter prendere una casa in affitto. Ma non è l’unica spiegazione, “e non basta la denuncia, perché il sistema non entra in crisi e pare essere invisibile perfino agli occhi delle amministrazioni locali”. I “ghetti” ci sono prevalentemente perché “ideati da mediatori e caporali, in quanto vi è l’interesse del sistema produttivo agricolo a stipare manodopera ricattabile in grandi quantità e in pochi luoghi, lontani dagli occhi delle comunità e indifferenti anche alle forze dell’ordine”.

Il “ghetto” come strumento nella mani del sistema produttivo e criminale che specula sulla quota di affitto per un posto letto richiesta agli stagionali e sul trasporto per condurre i braccianti nelle campagne. “Uno spazio dove ciascuno ha il suo ruolo: chi lavora, chi paga,m chi sfrutta, chi lucra”. Una ferita inferta all’intera società, afferma la Flai, “il ghetto come specchio dell’incapacità nazionale, regionale, municipale, datoriale, di costruire una rete di risposte alle esigenze di vita dei braccianti, un’assenza di welfare che logora fisicamente i lavoratori e le lavoratrici”. Una manodopera – denunciano i rapporto redatti da Emergency e Medici per i Diritti Umani – che presenta sempre più diverse patologie muscolari e articolari in quanto “sfruttata, stanca, usurata, sottoposta a regimi di lavoro paurosi”.

Lello Saracino (Rassegna.it)

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