Papa Bergoglio in Toscana. La risposta ai veleni e alla gerarchia corrotta è nella sua nuova Chiesa

Papa Bergoglio in Toscana. La risposta ai veleni e alla gerarchia corrotta è nella sua nuova Chiesa

Si attendeva da tempo questo discorso fiorentino di papa Francesco, in occasione della Conferenza dei vescovi italiani sul “nuovo Umanesimo”, quinto convegno ecclesiale nazionale in quarant’anni. Ed è arrivato, preciso, provocatorio, elevato, articolato ma semplice, come è da sempre nello stile di questo pontefice, scomodo e al tempo stesso profondo, innovatore e al tempo stesso attento alla tradizione del pensiero e delle opera della sua Chiesa. Questo discorso, o meglio questa presenza toscana, giunge nel momento cruciale nell’opera di cambiamento e di trasformazione, non solo dottrinale, non solo teologica, ma soprattutto ecclesiologica. Non è un caso infatti che egli abbia scelto Prato per dare inizio alla visita in Toscana. Prato non è come la Loreto di Giovanni Paolo Secondo, cittadina tutta votata ai pellegrinaggi alla Basilica della Madonna. Prato è la cittadina che nel corso di questi anni ha visto cambiare pelle sul piano del lavoro, per effetto del trasferimento di migliaia di cinesi, trattati quasi come schiavi. Anche in questo caso, il cambio di paradigma dettato da papa Francesco è stato del tutto evidente per chiunque, credenti e non credenti. Anche per questa ragione, papa Francesco ha voluto dettare, dalla Toscana un cambiamento netto rispetto a quella prassi della gerarchia vaticana italiana introdotta dall’allora presidente della Cei Camillo Ruini, concentrata sull’azione forte di convincimento, e talvolta di ricatto, sul potere politico di matrice democristiana.

Ecco perché nel duomo di Firenze papa Francesco ha fatto risuonare queste parole molto forti e nette: “Che Dio protegga la Chiesa Italiana da ogni surrogato di potere, d’immagine, di denaro. La povertà evangelica è creativa, accoglie, sostiene ed è ricca di speranza”. Ed ha proseguito: “Non dobbiamo essere ossessionati dal potere, anche quando questo prende il volto di un potere utile e funzionale all’immagine sociale della Chiesa. Se la Chiesa non assume i sentimenti di Gesù, si disorienta, perde il senso”. Ed ecco la teorizzazione del nuovo corso ecclesiologico: “davanti ai mali o ai problemi della Chiesa è inutile cercare soluzioni in conservatorismi e fondamentalismi, nella restaurazione di condotte e forme superate che neppure culturalmente hanno capacità di essere significative”. E poi, dopo il bagno di folla allo Stadio Franchi, nell’omelia pronunciata davanti a 50 mila fiorentini che gremivano gli spalti ed anche il campo da gioco, ha aggiunto: “I discepoli di Gesù non devono mai dimenticare da dove sono stati scelti, tra la gente, e non devono mai cadere nella tentazione di assumere atteggiamenti distaccati, come se ciò che la gente pensa e vive non li riguardasse e non fosse per loro importante”. Il cambiamento culturale è evidente ed epocale, che ha avuto risvolti anche in alcune decisioni importanti in queste ultime settimane con la designazione a vescovi di importanti città italiane, come Bologna e Palermo, proprio di due cosiddetti “preti di strada”.

E infine, ecco il monito di Bergoglio alla nuova Chiesa: “La vita di ogni comunità esige che si combattano fino in fondo il cancro della corruzione, il cancro dello sfruttamento e il veleno dell’illegalità”. La Chiesa, come comunità di credenti e di fedeli, e non come insieme dei capi della gerarchia vaticana, saprà rispondere a questi moniti di Francesco? Il Giubileo che comincerà tra meno di un mese, dirà a tutti noi, credenti e non credenti, come i cambiamenti adottati dal pontefice saranno assunti dai cattolici di tutto il mondo.

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