Nasce “Sinistra Italiana”. Riusciranno i nostri eroi….?

Nasce “Sinistra Italiana”. Riusciranno i nostri eroi….?

“Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa?”. Era il titolo di un bel film di Ettore Scola degli anni ‘60. Potrebbe attagliarsi bene all’impresa che a sinistra stanno cercando di avviare le forze sparse della sinistra antagonista, Sel, Rif. Com., Altra Europa per Tsipras, insieme a un primo gruppo di deputati, dirigenti e personalità di profilo riformista del PD: Fassina, Cofferati, D’Attorre, Galli, Folino, Monica Gregori. Più defilato e in riflessione un po’ accigliata Civati che però, in seguito, dovrebbe unirsi alla carovana. Non gli piacciono, a sentir lui, le iniziative di vertice come quella della formazione del nuovo gruppo parlamentare “Sinistra Italiana”. Ma questo problema, qualcuno ha rilevato, evidentemente non se l’è posto quando quest’estate ha promosso gli otto ultimi referendum, partendo da solo e pretendendo che gli altri, come l’intendenza militare, seguissero a ruota.

Chi dovrebbero ritrovare, i “nostri amici”, non in Africa ma in Italia? Il popolo di sinistra che ha cessato di militare e anche di votare o che, per mancanza di alternative credibili, si è riversato sul M5s.

Insomma, stando agli intenti dichiarati in scritti discorsi e interviste, si vuole ricostituire un soggetto politico di sinistra in grado di ridare voce politica e rappresentanza innanzitutto al mondo del lavoro dipendente e autonomo. Un partito alternativo al pensiero e alle politiche neoliberiste in tutte le loro sfaccettature: più o meno moderate, più o meno populiste. Un partito popolare, nel senso che lo si vuole di popolo, e, ovviamente, di governo, che guardi all’Europa. Proteso a un collegamento su scala europea con la sinistra che tenta di fuoriuscire dalle tragiche esperienze blairiane della “terza via”, segnate dalla guerra in Iraq accanto a Bush, e dai compromessi nazionalistici e subalterni della Spd tedesca. Una sinistra che si ricostruisca su scala europea nel segno di un socialismo moderno e non più subalterno al neoliberismo e alle sue politiche merkeliane. Obiettivi chiari, ottime intenzioni.

Sabato scorso, al teatro Quirino, i “nostri eroi” hanno fatto un primo passo in questa direzione, dando vita al nuovo gruppo parlamentare di “Sinistra Italiana”. La folla c’era, dentro e fuori la sala. Il pubblico, un po’ attempato, in gran parte reduce dagli anni ormai lontani della militanza nel PCI, nel PSI e nella sinistra in genere, si sentiva e si vedeva che era animato da una forte speranza di rinascita, mista a un certo scettico timore per tutte quelle volte in cui gli annunci e i proponimenti di resurrezione si sono rivelati fallaci e fallimentari.

Una necessaria riflessione critica

Non bisogna nascondersi, infatti, che a sinistra, in quest’ultimo quarto di secolo, oltre alla crisi e al declino della componente cosiddetta riformista nelle sue incarnazioni di Pds, DS, PD, ci sono stati pure quelli della cosiddetta sinistra antagonista: Rifondazione comunista, P.d.C.I., Lista Arcobaleno, Sinistra e libertà, Sel ecc. Per partire bene, dunque, bisognerà pur fare una riflessione critica e autocritica del perché e del per come, per esempio, ad uno slittamento della sinistra riformista verso lidi sempre più moderati, autoreferenziali e politicisti non abbia corrisposto il rafforzarsi della sinistra antagonista. Anzi, i mali per così dire esistenziali della sinistra maggioritaria hanno pervaso anche quella minoritaria, squassata da scissioni, divisioni, personalismi, leaderismi, correntismi e anche trasformismi simili a quelli dei cugini più grandi. Se si guarda all’indietro, ci si accorge sempre più che la deriva e il declino della sinistra, pur nella diversità dei comportamenti e dei travagli delle varie componenti, è stato un unicum segnato dall’incapacità a comprendere i cambiamenti reali che avvenivano nella società, innanzitutto a livello del mondo del lavoro dipendente e autonomo. Trasformazioni profonde innescate dalle politiche neoliberiste e dalla rivoluzione tecnologica che ha dismesso il lavoro fordista nelle grandi fabbriche e, insieme, i grandi agglomerati operai e impiegatizi. Incomprensione non nel senso che non si vedesse da parte della sinistra antagonista il male che quelle politiche producevano, che anzi veniva fortemente denunciato, ma nel senso che non si è stati capaci di uscire dalla pura denuncia per collegarsi concretamente a quei lavoratori, per lo più giovani, che venivano precarizzati per organizzarli socialmente, politicamente e culturalmente. E insieme a loro a organizzare tutte quelle fasce popolari e lavorative che subivano, anche a livello ideale e culturale, la frammentazione sociale, l’arretramento dei diritti e l’allargarsi delle disuguaglianze. In questo anche il Sindacato ha avuto le sue responsabilità, segnate da incapacità e limiti tuttora persistenti.

Fino alla situazione di oggi dove bisogna registrare che la scissione più o meno silenziosa del popolo della sinistra, la sua fuoriuscita dal PD, non è andata a rafforzare l’area antagonista ma, più semplicemente, ha preso la via del M5s o dell’astensione. Senza una riflessione sulle cause di tutto ciò, l’impresa di ritrovare l’”amico misteriosamente scomparso” invece di produrre qualcosa di nuovo potrebbe riprodurre un film già visto – non quello esilarante di Scola ovviamente – con scarso successo di critica e di pubblico.

Le prove da dare

La consapevolezza di questo pericolo di un dejà vu, per la verità, sembra presente ai promotori della “carovana dell’alternativa”. Anche se la memoria dovrebbe suggerire di rifuggire questo termine, carovana, già adottato da Occhetto nel 1994 e che, come è noto, insieme alla precedente “gioiosa macchina da guerra” non portò bene. Il documento che ha convocato la manifestazione al cinema Quirino è semplice, impegnativo, ricco di promesse e di buone intenzioni. Ma siccome le buone intenzioni e le promesse non costano nulla e sono diventate il pane quotidiano di una politica e di politici che poi non le rispettano; e siccome anche in passato quando si dette vita a sinistra a nuovi soggetti unitari, si pensi alla lista “Arcobaleno” del 2008, alla nascita di Sel o, ultimamente a quella della lista Tsipras, su per giù vennero declamate le stesse cose senza che avessero minimamente seguito, allora bisogna andare un po’ più a fondo. Ai promotori dell’impresa non dovrebbe sfuggire che c’è una parte di popolo della sinistra che, memore delle delusioni passate, lontane e recenti, guarda con un certo scetticismo a questa nuova promessa di una “sinistra che cambia”. Più che le parole aspetta fatti e comportamenti concreti per convincersi che non è di fronte ad un’altra “fregatura”. Perciò tocca innanzitutto ai gruppi iniziatori e dirigenti del movimento dimostrare rapidamente che s’intende percorrere una strada diversa da quelle del passato.

Nuovo soggetto politico come una forza del socialismo

La prima prova sta nel pensare al nuovo soggetto politico come a una forza del socialismo. Un socialismo moderno ben piantato sull’intreccio fra le nuove contraddizioni di classe e quella ambientale i cui valori e princìpi siano quelli della Costituzione repubblicana. Né più, né meno.

La seconda sta nello scioglimento del ceto politico delle organizzazioni che confluiscono. Per creare un nuovo amalgama bisogna sciogliersi, altrimenti ci si ritrova subito a spartirsi posti in ragione del peso parlamentare o altro che ognuno porta in dote. Da qui il passo a diventare correnti e cordate asfittiche è breve. Bisognerà vedere se “i nostri eroi”, soprattutto quelli di più antica data politica, consumati dalle non brillanti prove di questi ultimi lustri, siano disposti con generosità a fare un passo di lato, mettendosi al servizio della costruzione militante del partito. Soprattutto promuovendo forze giovani da mettere innanzi da subito.

La terza sta nello stabilire una distinzione fra incarichi di direzione politica a tutti i livelli e quelli di rappresentanza nelle Istituzioni che debbono tornare ad essere i terminali di un’azione politica che si costruisce nel corpo sociale.

La quarta sta nel creare organizzazioni di base aperte alla società civile progressista, di tipo federativo, protese non solo a fare propaganda ma a fare politica nel proprio ambito territoriale o aziendale, responsabili dei risultati che in quegli ambiti si ottengono o meno. Le sedi territoriali del “partito nuovo” devono tornare a essere non circoli chiusi ma “case del popolo”, luoghi in cui la società civile progressista organizzata nell’associazionismo partecipativo di varia natura s’incontra con l’organizzazione politica. I nuovi strumenti di comunicazione, web e simili, possono potentemente aiutare ma non essere sostitutivi dell’incontro e della discussione collettiva viso a viso per valutare e decidere le cose da fare, le posizioni da prendere, le battaglie da organizzare e condurre.

La quinta sta nello stabilire non solo la parità di genere negli organismi dirigenti a tutti i livelli, ma anche quote di rappresentanza sociale di lavoratori dipendenti in produzione. Gli organismi dirigenti a tutti i livelli debbono essere eletti dagli aderenti singoli o collettivi al partito e non dai passanti. Nella fase di avvio occorrerà dotarsi di “filtri” a tutti i livelli per evitare la salita sui carri della carovana di persone in cerca, nell’attuale temperie dominata dal trasformismo, di riciclaggi politici. Soprattutto per quel che riguarda le candidature elettorali.

La sesta e ultima prova, che poi per importanza sarebbe la prima, sta nell’assumere da parte dei dirigenti, a tutti i livelli, uno stile di vita sobrio, consono con coloro, lavoratori e masse popolari in genere, che si vogliono rappresentare. L’etica deve tornare a essere un tratto distintivo di tutto il nuovo soggetto politico della sinistra, a cominciare dai gruppi dirigenti e istituzionali.

Serietà e capacità politica a tutto campo

Un pericolo politico che bisogna evitare è l’”ansia da prestazione”. Ovvero un’azione politica dominata dalla ricerca spasmodica di grandi risultati immediati. Il dissesto politico, sociale e culturale da cui “i nostri amici” ripartono è toppo grande e profondo, le rovine troppo numerose e ingombranti perché possano essere tolte di mezzo celermente e al loro posto riedificati grandi e solidi edifici in breve tempo. Si tratta, infatti, di ricostruire un blocco sociale devastato e una rappresentanza politica adeguata, cioè un grande partito di popolo e nazionale che cambi i rapporti di forza nel profondo della società. Più di una forza che sia subito grande, occorre curarsi che sia subito seria. Per poi, con il lavoro e una lotta di lunga lena nel corpo sociale, farla divenire consistente. Una forza di governo, nel senso che mentre esercita e incide sulle politiche di governo con l’iniziativa e con la lotta anche stando all’opposizione, aspira a conquistare pienamente la direzione del paese costruendo le necessarie alleanze sociali e politiche.

Questo implica da subito la capacità di fare politica a tutto campo. Non solo verso il PD ma in tutte le direzioni, compreso il M5s. Con audacia e spregiudicatezza, senza settarismi, stando in campo da subito anche nelle prossime scadenze elettorali amministrative nelle grandi città. Con programmi semplici, chiari, comprensibili e con candidature che siano civiche e nuove, in grado di rappresentare da subito la novità della “nuova sinistra” in via di formazione, aperta al protagonismo della società civile progressista. Con l’obiettivo strategico di non lasciare le città nelle mani delle forze economiche e degli interessi speculativi e finanziari. Comunque si presentino politicamente; e dietro chiunque si nascondano o camuffino.

Sono le prove da dare subito perché l’”amico misteriosamente scomparso” torni a essere “l’amico ritrovato”.

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