Mafia Capitale. Odevaine racconta le sue verità ai Pm su genesi e sviluppi. Particolari inquietanti

Mafia Capitale. Odevaine racconta le sue verità ai Pm su genesi e sviluppi. Particolari inquietanti

Il processo alla cosiddetta Mafia Capitale si arricchisce di un nuovo capitolo, tutto da intestare con nome e cognome a Luca Odevaine (nella foto), l’ex capo delle guardie provinciali di Roma, oltre che, nel passato vicecapo dello staff del sindaco Walter Veltroni. Odevaine, che ha iniziato la sua collaborazione con la magistratura, ha detto molte cose nell’interrogatorio dello scorso 15 ottobre nel carcere di Terni, parole che sollevano nuovi interrogativi sulla gestione della cosa pubblica nella Capitale. Odevaine, va detto, era anche ai vertici nazionali del sistema della gestione dei flussi migratori. Ma vediamole le parole di questo alto funzionario dello Stato che ha deciso, dopo essere stato pizzicato dalle telecamere dei Carabinieri, con mazzette di banconote, per i servigi resi al malaffare.

L’Amministrazione Alemanno individuò nel sistema Buzzi il riferimento sociale nell’aggiudicazione dei lavori

Odevaine traccia un primo quadro e chiama in causa l’amministrazione delle destre che ha preceduto quella di Ignazio Marino: “L’amministrazione Alemanno, nel giro di qualche anno, individuò nel sistema Buzzi il riferimento nel sociale nell’aggiudicazione dei lavori”. L’ex componente del tavolo nazionale sull’immigrazione, rispondendo alle domande del pm ha spiegato come, dopo l’insediamento a nuovo sindaco di Gianni Alemanno vi era la necessità di “sostituire i referenti che la sinistra aveva nel sociale (cooperative di sinistra) con referenti della destra”. La scelta sarebbe ricaduta su Buzzi. Decisivo, in tale scelta, spiega lo stesso Odevaine, sarebbe stato “il rapporto di conoscenza che vi era tra Alemanno, Buzzi, Mancini, Carminati e Pisu, nato in carcere tempo prima”. Odevaine, nel corso dello stesso interrogatorio, raccontando ancora del rapporto tra l’amministrazione Alemanno e le cooperative di Buzzi, ha affermato: “Il nuovo sindaco (Alemanno ndr.) mi chiese di rimanere fino a luglio… Io accettai e in tale periodo egli mi presentò Riccardo Mancini e l’Onorevole Pisu, indicandoli come interlocutori per suo conto per tutte le questioni di mio interesse”. Ancora, dice Odevaine, “nella gestione del comune, Mancini e Pisu mi dissero di voler inserire nei ruoli apicali e dirigenziali persone che, a prescindere dalla loro competenza e dalla competenza di chi in precedenza rivestiva quei ruoli, fossero di loro fiducia”.

Su 500 licenze rilasciate, 430 erano intestate a membri della famiglia Tredicine-Falasca

Poi sulla gestione del sistema delle concessioni pubbliche nella Capitale: “Preciso che di 500 licenze rilasciate, 430 circa erano tutte intestate a membri della famiglia Tredicine-Falasca, che, fino all’avvento di Giordano Tredicine al consiglio comunale, finanziavano tutta la politica romana. Durante il periodo di Veltroni, avevo individuato seri problemi nell’assegnazione delle concessioni ai camion bar – spiega Odevaine al pm. Si trattava di licenze che erano state rilasciate con il carattere della temporaneità e in relazione ad ambiti molto ristretti. Molte di esse erano state rilasciate da Gianmario Nardi, che via via si erano espanse illegittimamente quanto al contenuto e quanto ai tempi. Altre criticità – spiega Odevaine – le individuai nel dirigente Gianmario Nardi, che era stato prima dirigente del primo municipio, poi direttore del Gabinetto del sindaco Rutelli. Nel passaggio da Rutelli a Veltroni, Nardi rimase per un anno e con lui intervennero molti contrasti, al punto che venne allontanato al XVII municipio. Con l’avvento di Alemanno lui torna a fare il vicecapo gabinetto, gestendo insieme a Lucarelli tutti gli affari più rilevanti, e con lui riprendono i contrasti, culminati nella nomina del dirigente al decoro, che lui fece senza interpellarmi, di Mirko Giannotta che, come primo atto, distrusse tutto il mio archivio di verbali del comitato sicurezza”.

Lo stesso Odevaine, proseguendo nella sua esposizione sulla questione camion-bar, ha poi detto: “Ne parlai con il sindaco ed egli mi disse di inviare il rapporto ai dirigenti comunali, cosa che feci. Non credo che gli atti siano poi stati trasmessi in procura”.

Ecco la verità di Odevaine sulle presunte tangenti per il Palazzo della Provincia di Roma e sul Car di Mineo

Poi su Buzzi e le dichiarazioni rese dal ras delle coop sulle presunte tangenti date per l’acquisto del nuovo palazzo della provincia di Roma all’Eur: “Le dichiarazioni di Buzzi sul Palazzo della Provincia, in relazione alla tangente su Cionci, Zingaretti, Venafro, Calicchia, sono false. Io non conosco Cionci. Non so perché lui mi metta in mezzo”. In merito a quanto affermato da Buzzi in un precedente interrogatorio, lo stesso Odevaine ha aggiunto: “Non è vero che io gli abbia detto di parlare con la senatrice Finocchiaro per la gara di Mineo. Poi io so che al riguardo lui andò a parlare con Gianni Letta, come da mia indicazione, fu lui stesso a dirmelo, così come mi disse di essere andato a parlare con la senatrice Finocchiaro. Così come parlò con Letta per il Cara di Castelnuovo di Porto che occorreva costruire. Letta lo mandò dal prefetto Pecoraro. Non so se abbia raggiunto un accordo con il sindaco di Castelnuovo di Porto. Talvolta – insiste Odevaine, riferendosi a Buzzi – egli millanta rapporti che non ha”.

Tirato in ballo anche il capitano della Roma Francesco Totti: “Pagava in nero dei vigili urbani per far controllare i figli”

 Ed a ruota libera, Odevaine, chiama in causa anche il capitano della Roma Francesco Totti. Secondo l’ex capo della segreteria di Veltroni alcuni vigili sarebbero stati pagati in nero da Francesco Totti per sorvegliare i suoi figli. “È vero che dei vigili urbani facevano vigilanza ai figli del calciatore Francesco Totti – ha affermato Odevaine – ma lo facevano fuori dall’orario di lavoro e venivano pagati in nero dallo stesso Totti. L’esigenza – ha precisato poi Odevaine, rispondendo alle domande del pm Paolo Ielo – era nata dal fatto che era giunta una voce di un progetto di rapimento del figlio di Totti. Ne parlai con il colonnello Luongo dei carabinieri, il quale, tenuto conto della genesi e della natura della notizia, convenne con me che non era il caso di investire il comitato per la sicurezza ma che si poteva trovare un modo per provvedere”.

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