La Francia rende omaggio alle vittime del 13 novembre. Tre famiglie si dissociano pubblicamente

La Francia rende omaggio alle vittime del 13 novembre. Tre famiglie si dissociano pubblicamente

Il cortile d’onore degli Invalides a Parigi è il luogo dove la Francia celebra i momenti più importanti e significativi della sua storia, sul piano dell’ufficialità protocollare, per eventi che richiedono un omaggio particolare dell’intera nazione francese. Il lutto nazionale del 27 novembre, in memoria delle 130 vittime degli attentati terroristici del 13 novembre scorso, celebrato in questa cornice ha dunque il senso di unificare la Francia attorno ad alcune parole d’ordine precise, e a lanciare un messaggio al mondo intero. Lo ha scelto direttamente il presidente francese Hollande, contro la volontà del governo di celebrare il giorno della memoria e del lutto nella Scuola Militare di Parigi. Il governo ha poi voluto accettare la scelta del presidente Hollande con le parole del ministro della Difesa, Le Drian: “il presidente ha voluto questa cerimonia agli Invalides per il carattere estremamente solenne di questo cortile e per ciò che esso rappresenta nella memoria collettiva dei francesi”.

La cerimonia della memoria e del lutto è durata circa un’ora. L’inno nazionale, la Marsigliese, è stato suonato dalla Banda musicale della Guardia Repubblicana, sia all’apertura che alla chiusura della celebrazione. La cerimonia ha toccato il punto emotivamente più elevato quando Camelia Jordana, Yael Naim e Nolwenn Leroy hanno intonato una splendida canzone di Jacques Brel, Quand on n’a que l’amour, mentre scorrevano le foto delle 130 vittime del 13 novembre. Riportiamo le parole finali della canzone di Jacques Brel, che racchiudono il senso della scelta: “Quand on a que l’amour Pour parler aux canons  Et rien qu’une chanson Pour convaincre un tambour Alors sans avoir rien Que la force d’aimer Nous aurons dans nos mains Amis le monde entier”.

Il presidente Hollande ha poi reso omaggio alle vittime con parole forti: “Questi uomini, queste donne, incarnano la bontà del vivere. È per questo che si trovavano là dove sono stati uccisi. Queste uomini, queste donne erano la gioventù della Francia, la gioventù di un popolo libero che ha scelto la cultura. L’attacco del 13 novembre resterà nella memoria della gioventù di oggi come una terribile iniziazione alla durezza del mondo, ma anche come un invito ad affrontarla. La Francia metterà a disposizione tutto il possibile per distruggere l’esercito dei fanatici che hanno commesso questi crimini odiosi, ma la Francia resterà sempre la stessa, come noi, e come le vittime, l’abbiamo amata”.

Va aggiunto, tuttavia, che tre delle famiglie delle vittime hanno fatto sapere pubblicamente che non avrebbero preso parte alla cerimonia del ricordo e del lutto. Emmanuelle Prevost, sorella di Francois-Xavier, ucciso al Bataclan, ha scritto ad Hollande: “signor presidente, signori politici, la vostra mano tesa, il vostro omaggio non li vogliamo. Siete responsabili del loro arrivo, dell’arrivo dei terroristi. In Francia”, prosegue il messaggio della signora Prevost, “gli attentati compiuti il 7 e il 9 gennaio hanno fatto 17 vittime. Da allora, nulla è stato fatto. Se sono state votate leggi, nessun decreto operativo è stato pubblicato. Dieci mesi dopo, gli stessi uomini dicono oggi che si ricomincia. Non è facile capire come sia possibile essere collegati con una rete terroristica in Francia, di viaggiare in Siria e tornare qui liberamente”. È un messaggio dal contenuto politicamente legittimo e irreprensibile, al quale le autorità francesi farebbero bene a rispondere, anche perché contiene gli interrogativi che ogni francese oggi si pone. All’assenza della famiglia Prevost, si è associata quella delle famiglie di Aurelie Peretti e di Lola Ouzounian, entrambe uccise al Bataclan. Il padre di quest’ultima, 17 anni, amica di tanti studenti liceali di Roma, ha accusato sull’Huffington Post: “la politica disastrosa della Francia verso il Medio Oriente da molti anni” e il fatto che “da decenni la Repubblica ha lasciato che si sviluppassero delle zone di disperazione, quartieri sensibili, città dormitorio, trattate dalla politica con indifferenza”.

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