In 24 ore il ministro Poletti ha suscitato molte polemiche. Sembrano gaffe, ma sono il frutto di un’ideologia guidata da Palazzo Chigi

In 24 ore il ministro Poletti ha suscitato molte polemiche. Sembrano gaffe, ma sono il frutto di un’ideologia guidata da Palazzo Chigi

Da tempo il ministro del Lavoro Giuliano Poletti sembrava sparito dai radar mediatici. Tranne qualche comunicato istituzionale a commento dei dati Istat, con il farlocco leit motiv del “quanto siamo bravi a creare occupazione grazie al Jobs act”, forse su input degli strateghi della comunicazione di Palazzo Chigi, grossi problemi al premier non ne aveva più dati, con esternazioni più o meno naif. Nel giro di 24 ore, invece, tra il 26 e il 27 novembre, ne ha dette di corbellerie che hanno fatto arrabbiare quasi tutti.

Una battuta apparentemente innocente, alla Catalano: “meglio un laureato a 21 anni con 97 che un 110 a 28”

Ha dato fuoco alle polveri di un’inutile polemica sul rapporto tra studenti universitari e lavoro nel corso della sua partecipazione a Verona della manifestazione sull’orientamento professionale, e poi, non ancora contento, ha cercato di rimediare con una toppa peggiore del buco. Poche ore dopo, intervenendo ad un convegno sulla riforma del lavoro alla Luiss, l’Università privata di Confindustria, si è lasciato andare a considerazioni, banali e irritanti, sulla misura salariale del valore lavoro contabilizzato sull’ora. Insomma, prima ha fatto arrabbiare studenti e famiglie sul valore della conoscenza e del sapere, poi ha scatenato le giuste e legittime ire di tutti i sindacati e, crediamo, di tutti coloro che svolgono un lavoro dipendente, una decina di milioni di persone.

Andiamo con ordine e cerchiamo il filo logico che sottende una serie incredibile di battute del ministro, che tuttavia potrebbero far parte di un’offensiva mediatica e ideologica, da non sottovalutare. Intanto, il ministro, davanti a una platea di giovani, si è spinto fino a dire che studiare bene e a fondo, prepararsi attraverso studi universitari seri, non “serve” perché è meglio “una laurea con 97 a 21 anni che un 110 a 28 anni”. Per il ministro, i giovani perdono tempo. Invece, occorre subito mettersi a disposizione delle aziende, come se queste ultime non aspettino altro che ventunenni con laurea triennale, presa con una media bassa, purché presa. Nell’analisi del ministro non vi è traccia di rispetto nei confronti di quei tanti giovani che l’università la frequentano per scelta culturale, in facoltà difficili e apparentemente prive di sbocchi occupazionali immediati.

Poletti offensivo e diseducativo verso una generazione che già paga la crisi pesantemente

Egli ha compiuto due errori con una sola dichiarazione, o con un solo convincimento: ridurre l’università a sostanziale istituto tecnico superiore, che sforna operai qualificati, manuali e intellettuali, per le imprese, e offendere una generazione di giovani la cui gran parte, più della metà, vive con angoscia gli studi universitari. Quest’anno, gli immatricolati nelle università italiane sono circa 248.000, poco meno della metà di coloro che hanno affrontato la maturità. Poletti dovrebbe saperlo, e se non lo sa è opportuno che qualcuno glielo dica, che in Italia l’università è diventata molto selettiva. Altro che laurea a 21 anni: per più della metà dei ragazzi che si diplomano, l’università è un sogno negato, una promessa mancata, un peso le cui famiglie non possono sostenere. È la povertà che genera le diseguaglianze in questa generazione, è sulla ricostruzione di una università di massa e aperta a tutti che occorre intervenire, non certo sulle fandonie sull’età in cui ci si laurea, come se questi ragazzi approfittassero di un posto da scaldare, nell’attesa che qualcosa vada meglio nella loro vita. Da uomo con solide tradizioni di sinistra, come si definisce, Poletti dovrebbe guardare a come evitare le forme in cui si manifesta il privilegio, per garantire la massima libertà e la massima uguaglianza possibile tra i giovani, piuttosto che lanciare messaggi ambigui sui bisogni occupazionali delle imprese. Il punto di fondo dell’ideologia che sottende il ragionamento di Giuliano Poletti è invece quello della competizione, applicata ai giovani laureati. Se a loro vien detto di laurearsi subito a prescindere dalla qualità degli studi, è banalmente per un calcolo competitivo, arrivi prima e prima ti sistemi (ammesso che poi quel posto di lavoro sia coerente col corso di studi effettuato). Invece di scaraventare addosso ai giovani di una generazione già segnata dalla crisi l’ideologia del “si salvi chi può” e il prima possibile, Poletti farebbe bene a gettare sul tavolo del governo qualcosa di veramente di sinistra: l’uguaglianza delle opportunità, che però parte dall’inizio, dalla possibilità offerta a tutti di frequentare l’università. Ma di tutto ciò non vi è traccia neppure nella replica di Poletti alle polemiche roventi che ha suscitato. Anzi, ha perfino confermato in modo rozzo e maldestro quella ideologia selettiva e decisamente reazionaria.

Poletti e l’ora lavorata come misura del salario non più innovativa

A poche ore di distanza da questa rovente polemica, Poletti si è lanciato in una filippica contro la cosiddetta “ora lavorata” come misura fondamentale del contratto di lavoro dipendente. Ecco le sue parole: “La misurazione per ore di lavoro è un attrezzo vecchio, un freno rispetto a elementi di innovazione”. Ed ecco dimostrata la seconda ideologia che muove Poletti e l’intero governo: la dialettica vecchio-nuovo, con una distorsione del concetto di innovazione. Ed ha proseguito, senza il minimo segno di vergogna: “immaginare un contratto che non abbia come unico riferimento l’ora-lavoro, ma la misurazione dell’apporto dell’opera”. Si tratta, ha aggiunto, di “un tema di cultura su cui lavorare”. Dunque, secondo il Poletti pensiero la misura del valore lavoro sarebbe “l’apporto all’opera”.

La dura reazione dei sindacati: la Cgil con Camusso e Martini

Cosa ciò voglia dire lo hanno capito benissimo i sindacati che hanno reagito con molta e legittima durezza. Dopo la rabbia di Susanna Camusso che ricorda a Poletti che su questi temi non si può scherzare, è Franco Martini, segretario confederale che detta una nota altrettanto efficace: “il ministro del lavoro ha deciso di rottamare il contratto nazionale, proprio nel momento in cui il confronto tra Cgil, Cisl e Uil sembra essere partito col piede giusto. Viene da pensare che il problema non sia tanto la contrattazione quanto il sindacato, il cui ruolo, evidentemente, continua ad essere sgradito negli ambienti governativi”. Per il dirigente sindacale “ad essere vecchio non è il contratto nazionale, ma l’idea che senza sindacato le cose possano andare meglio in questo Paese”. Sul merito, aggiunge Martini, “non sappiamo da quanto tempo il ministro non si occupi di contrattazione. Sono anni che il salario di chi lavora viene determinato anche in funzione dei fattori di qualità. L’equazione ora-lavoro è semplicemente una semplificazione, questa sì molto antiquata. Se, poi, vi fosse un retro-pensiero, che punta al superamento dei minimi salariali definiti dai contratti, per giustificare l’introduzione del salario minimo legale, sappia il ministro che il sindacato si opporrà a questa idea”, conclude Martini.

La Uil con Barbagallo

Il segretario della Uil, Carmelo Barbagallo, scrive in un comunicato: “”Ho la sensazione che si vogliano far passare per idee di modernità concetti da liberismo sfrenato. Ad ogni buon conto, un ministro del Lavoro non può pensare di affrontare temi del genere con annunci spot ad uso giornalistico. Se vuole affrontare questi problemi, noi siamo disponibili a sederci a un tavolo, ma cominciamo dal tema della partecipazione e poi, eventualmente, vediamo se per alcuni specifici lavori si possa ragionare secondo differenti logiche”.

La Cisl con Petteni

Infine, la Cisl: “è molto meglio che il ministro del Lavoro si concentri sulle politiche attive o sull’abuso che si sta facendo dei voucher, piuttosto che dare indicazioni sul modello contrattuale – tuona il segretario confederale Gigi Petteni – il ministro lasci lavorare i contrattualisti del sindacato e le altre parti sociali sulla riforma dei contratti e sulle forme di partecipazione dei lavoratori alla vita dell`impresa. Ciascuno faccia il proprio mestiere”.

Insomma, tanta, troppa carne ideologica a cuocere nel minestrone di un governo i cui ministri non solo spesso non sanno cosa fanno, ma neppure ciò che dicono. A meno che, non si tratti di una precisa strategia mirata a verificare la risposta pubblica a certe decisioni che sono in corso di elaborazione a Palazzo Chigi. Le esternazioni di Poletti, in conclusione, potrebbero essere “pilotate” dagli strateghi della comunicazione per orientare l’opinione pubblica verso l’ideologia dello scontro tra vecchio (e dunque cattivo, da rigettare) e nuovo (di per sé buono). E se ciò significa approfondire il solco delle grandi diseguaglianze, tra giovani, dipendenti, lavoratori, beh, non importa, sarà più facile governare, come oggi è più semplice licenziare, e tenere centinaia di migliaia di giovani lontani dalle università.

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