Il caso De Luca diventa finalmente politico. E fa irritare Renzi, che fugge da Malta ed evita la stampa

Il caso De Luca diventa finalmente politico. E fa irritare Renzi, che fugge da Malta ed evita la stampa

Nel Pd tensione alle stelle sul caso De Luca, la cui vicenda giudiziaria sta acquisendo un relativo valore politico. E però la cautela pare d’obbligo. Il grado di imbarazzo dei Democratici era stato già evidente con la nota ‘ufficiosa’ partita dai vertici del Nazareno, in modo anonimo, senza che nessuno mettesse la faccia sulla vicenda. Il clima, se possibile, si è fatto ancora peggiore col passare delle ore, e con l’assenza di Renzi da Palazzo Chigi. Il fatto è che negli ambienti parlamentari che contano, si vocifera di possibili nuovi sviluppi dell’inchiesta che coinvolge il governatore della Campania. E Matteo Renzi continua a tacere.

Intanto, terminato il vertice UE a Malta, il premier ha deciso nella serata di giovedì di evitare qualunque confronto coi giornalisti e di tornare direttamente a Roma. Venerdì, il premier dovrebbe presiedere un Consiglio dei ministri che tocca anche la Campania. È stato annunciato, nei giorni scorsi, l’ok al decreto Giubileo che contiene, tra l’altro, i fondi per la Terra dei Fuochi e Bagnoli. Un’occasione per insistere sulla linea già accennata nella nota di ieri del Nazareno. “L’indagine della magistratura faccia il suo corso, la regione Campania lavori sulle emergenze e sulle priorità a partire da Terra dei Fuochi e Bagnoli”. Il presidente del Consiglio, dunque, tira dritto su quelle che lui stesso definisce ‘cose concrete’. La verità è che il nuovo caso De Luca evidenzia ulteriormente la fragilità del Pd renziano sui territori. Il caso Marino a Roma, quello Crocetta in Sicilia e ora il nuovo pasticcio in Campania. Vicenda, quest’ultima, in cui il Pd finisce coinvolto direttamente come partito: Nello Mastursi, infatti, non era solo il capo di gabinetto di De Luca ma anche il responsabile organizzazione del Pd campano. Incarico che ha lasciato nelle scorse ore.

“Diciamoci la verità – dice un dirigente molto vicino al premier – noi abbiamo una classe dirigente nostra in Toscana, in parte in Emilia, a macchia di leopardo in Piemonte. Sul resto abbiamo ereditato roba che viene dal passato, gente che è passata con noi e il Sud è in mano ai vicerè…”. Insomma, per questi renziani anonimi della prima ora, appare più facile rottamare D’Alema e gli altri che certi apparati sul territorio. Del resto, lo stesso De Luca è stato esplicito: ha promesso “olio bollente” a chi tenterà di mandarlo via. “Le amministrative – prosegue il dirigente che chiede di restare anonimo – vengono vissute come fossero politiche. E se quei viceré li metti da parte, promuovi una classe dirigente nuova non è detto che le elezioni le vinci. Anzi”. Discorso che vale anche per la tornata elettorale della prossima primavera. “Eppure dovremmo iniziare a ricordare che le amministrative non sono elezioni politiche. Berlusconi le ha sempre perse, poi alle politiche vinceva…”.

La vicenda De Luca apre quindi il capitolo sulla condizione del Pd in generale. Uno spunto colto da Andrea Orlando che ‘scarica’ De Luca: “Io non lo avrei scelto” e continua: il Pd, dice, “ha bisogno di una profonda revisione. Stiamo cambiando profondamente il Paese ma abbiamo bisogno di spiegare alcune cose, comprenderne altre, quindi dobbiamo cambiare profondamente anche il partito: non so se attraverso la strutturazione degli apparati, ma anche rivedendo alcune formule della vecchia organizzazione”. Come le primarie che, dice il Guardasigilli, tracciano “‘identità di un partito” ma “se rimanessero l’unico strumento, rischi di selezionare un ceto politico bravissimo a catalizzare il consenso ma non ad immaginare il futuro”. Esplicita Silvia Velo, sottosegretario, ‘giovane turca’ come Orlando: “La distanza tra l’efficacia dell’azione del governo e le difficoltà che emergono dai territori rende evidente la necessità di costruire un Pd solido”. Per Matteo Orfini, presidente del Pd, sollecitato dal Fatto Quotidiano, le vicende Marino e De Luca “sono due casi completamente diversi. La vicenda degli scontrini non era la ragione per cui chiedevano le dimissioni di Marino, era l’ultimo di una serie interminabile di errori”. Ed ecco il mantra condiviso dal vertice del Pd: “Quella di De Luca è una vicenda su cui sta indagando la magistratura, dai tratti ancora oscuri e aspettiamo di capire con fiducia quello che uscirà dalle carte e valuteremo”, ha aggiunto.

Dal fronte della minoranza cominciano poi a sollevarsi, finalmente, i primi attacchi. “Ci sono stati degli errori molto gravi commessi dal Pd e da Renzi che ci hanno portato a questa situazione, molto difficile sul piano politico. Ma chi è causa del suo mal, pianga se stesso”, dice Miguel Gotor. Gianni Cuperlo riprende il tema già sollevato ieri da Stefano Esposito (una mossa, si maligna, animata da Matteo Orfini) che ha associato il caso De Luca a quello Marino, facendo irritare i vertici dem. “Su De Luca e Marino è chiaro che si sono usati due pesi e due misure”, ha detto Cuperlo.

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