G-20 ad Antalya. Dopo la strage di Parigi, si apre il vertice più tragico della sua storia, tra divisioni e polemiche. Annunciato documento unitario

G-20 ad Antalya. Dopo la strage di Parigi, si apre il vertice più tragico della sua storia, tra divisioni e polemiche. Annunciato documento unitario

Ad Antalya, Turchia, si è aperto domenica uno dei più drammatici e tristi vertici del G-20 mai celebrati prima d’ora, a chiusura di un anno, il 2015, particolarmente colpito dalle aggressioni terroristiche dello Stato islamico. La stessa Turchia è stata colpita nella sua capitale, Ankara, quando un paio di kamikaze islamisti si sono fatti saltare durante una manifestazione pacifista, provocando anche là decine di morti, soprattutto giovani. E poi l’aereo russo partito da Sharm el Sheik molto probabilmente fatto esplodere in volo sull’altopiano del Sinai. E ancora, le stragi in Tunisia e gli attacchi dei “cani sciolti” un po’ ovunque in Medio Oriente e in Africa. E infine, gli assalti sanguinosi di venerdì 13 a Parigi, che hanno provocato 129 morti e centinaia di feriti, tra i quali molti ancora versano tra la vita e la morte.

L’agenda politica del G-20 dirottata dai temi dell’economia a quelli della sicurezza

È in questo contesto di sfida mortale che si è aperto dunque il G-20 di novembre. L’agenda politica dei grandi del mondo è stata inevitabilmente condizionata dagli sviluppi criminali delle ultime settimane, e dai riflessi sulla sicurezza interna ed esterna a ciascuno stato. Il messaggio dei terroristi è sempre stato chiaro: nessuno, ad Occidente come in Africa come in Medio Oriente, è più sicuro. Lo Stato islamico ha capacità di fuoco notevolissime e può colpire ovunque e in ogni momento. Inoltre, la strategia terrorista è sostanzialmente cambiata dopo Parigi: dall’assalto alla redazione di Charlie Hebdo, nel gennaio del 2105, ai 25 minuti più tragici della storia contemporanea della Francia e dell’Europa, il segno degli attentati è ormai quello di colpire chiunque, persino i mussulmani stessi. Una deriva più volte stigmatizzata dagli stessi capi fondamentalisti, i quali impongono nelle loro direttive di colpire i simboli dell’Occidente “infedele” piuttosto che correre il rischio, appunto, di “colpire nel mucchio”. È sostanzialmente un ritorno alla strategia delle Torri Gemelle del 2001. Ed è su questo mutamento strategico che i capi di Stato e di governo dei 20 Paesi più industrializzati del mondo stanno confrontandosi nelle giornate di domenica e lunedì. L’unico assente, giustificato, è Francoise Hollande, il presidente della Repubblica francese, che ha preferito evitare l’appuntamento di Antalya per continuare a dirigere le operazioni di sicurezza in Francia.

Qualche Stato confonde migrazione e terrorismo (e anche qualche leader). Sbagliato, dice Juncker

Il G-20 discuterà dunque della minaccia dello Stato islamico e dei membri che molto probabilmente si infiltrano tra le migliaia di profughi che attraversano il Mediterraneo e i Paesi balcanici per raggiungere le grandi capitali del nord Europa. Appena giunto ad Antalya, infatti, il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker ha voluto subito chiarire la posizione, distinguere con nettezza il tema dei migranti da quello del terrorismo: “non dobbiamo mischiare categorie diverse di persone che entrano in Europa. L’unico responsabile degli attacchi di Parigi è un criminale e non un rifugiato o un richiedente asilo. Mi rivolgo a coloro che in Europa tentano di cambiare l’agenda europea delle migrazioni che abbiamo adottato – vorrei ricordare loro di essere seri a proposito di queste reazioni di base che non mi piacciono. Vedo le difficoltà, ma non vedo alcun bisogno di cambiare il nostro approccio generale”.

Il tema delle migrazioni è parte di una discussione più ampia sulla soluzione della questione siriana, già oggetto di opinioni molto discordanti nel recente vertice di Vienna. La UE ha già avvertito il mondo intero che per il prossimo anno si attendono più di 3 milioni di rifugiati sulle coste del Mediterraneo se non si mette fine alla guerra civile in Siria. E non solo. La Turchia, che ne ospita circa due milioni, ha già fatto sapere alla UE di aver bisogno di molti soldi per trattenere i rifugiati siriani nei campi di accoglienza. E qualche Paese del G-20 ha invitato la Turchia a chiudere le frontiere con la Siria. Insomma, si prevede un G-20 in difficoltà, per le divisioni strategiche, per il cumulo di interessi di cui ciascuno è portatore, per l’assenza di una visione unitaria del destino del mondo.

La questione Assad che divide i leader mondiali

E infine, domina la questione della presenza ingombrante del presidente Assad in Siria, sostenuto dai russi di Putin e Lavrov. Va ricordato che più di 250.000 persone sono state uccise in Siria per mano del dittatore Assad, undici milioni sono gli sfollati siriani che hanno cercato riparo altrove, dando origine alla più grande migrazione di massa di un popolo in epoca contemporanea. Insomma, nonostante i fatti di Parigi invitino alla saggezza e alla ponderazione, il G-20 che si apre ad Antalya, Turchia, non promette nulla di buono.

Si ritiene che i leader del G-20 annunceranno più rigidi controlli alle frontiere e più controlli di sicurezza negli aeroporti, sull’onda degli attacchi di Parigi. Secondo quanto scrive l’agenzia Reuters, una bozza di documento unitario sugli attacchi terroristici dovrebbe includere un impegno unitario alla lotta contro terrorismo e l’innalzamento dei livelli di sicurezza alle frontiere. Tutti i leader al vertice del G-20 sanno che ogni azione contro l’Isis condurrà prevedibilmente ad atti di ritorsione: la Francia è stata colpita proprio per il suo ruolo militare contro l’Isis, e la Russia ha visto l’abbattimento di un aereo civile. E i leader sono anche consapevoli che l’Isis è anche una rete gigantesca di migliaia di fondamentalisti “dormienti” che vivono e lavorano in Europa, in Egitto, in Tunisia, e attendono solo un segnale per agire, come abbiamo visto a Parigi.

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