Soccorso berlusconian-verdiniano al Pd per l’approvazione dell’art. 17 della riforma costituzionale, sulla dichiarazione di guerra. Vergognosa pagina nella storia del Senato

Soccorso berlusconian-verdiniano al Pd per l’approvazione dell’art. 17 della riforma costituzionale, sulla dichiarazione di guerra. Vergognosa pagina nella storia del Senato

Il Senato ha approvato definitivamente, in sede di riforma costituzionale, l’articolo 17 del disegno di legge Boschi. Esso però contiene una riscrittura importante dell’articolo 78 della Costituzione ancora vigente, che così recita: “Le Camere deliberano lo stato di guerra  e conferiscono al Governo i poteri necessari”. L’articolo 78 viene poi integrato dall’attuale articolo 87 che definisce i poteri del presidente della Repubblica, e tra questi: “dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere”. Ecco come cambia con la riforma votata mercoledì 7 ottobre (una data di portata storica per gli effetti futuri della norma): “Art. 78. – La Camera dei deputati delibera a maggioranza assoluta lo stato di guerra e conferisce al Governo i poteri necessari”. Come si vede, si è intervenuti su due punti. Il primo punto è relativo alla sola Camera dei deputati, e non si capisce proprio per quale ragione anche un Senato, sia pure territoriale, regionale, limitato a 100 tra consiglieri regionali e sindaci, non possa né debba intervenire su una questione di così rilevante importanza per i cittadini, tutti, come la dichiarazione dello stato di guerra. Il secondo punto è l’introduzione della modalità con cui la Camera dovrà esprimersi, ovvero “a maggioranza assoluta”. Cosa significa? Che basterà una qualsiasi maggioranza dei presenti in Aula per dichiarare lo stato di guerra, e poiché la Camera unica sarà eletta con meccanismo elettorale maggioritario, è possibile che una minoranza al governo, ma maggioranza in Parlamento, possa decretare lo stato di guerra. Ecco perché una parte della minoranza del Pd aveva presentato un emendamento che prevedeva la maggioranza qualificata dei componenti della Camera, perché la dichiarazione dello stato di guerra non è proprio una decisione da consegnare a una minoranza.

Il soccorso dei voti di Verdini, Romani, Gasparri e di un’altra quarantina di loro regge la maggioranza

Su una questione così grave, che appare perfino in contraddizione con l’articolo 11 della Costituzione, perché “l’Italia ripudia la guerra”, il Partito democratico non solo si è frantumato, ma ha subito l’onta del voto decisivo e contrario all’emendamento Dirindin della minoranza Pd, di Verdini e dei suoi, di Paolo Romani (capogruppo Forza Italia in Senato), di Maurizio Gasparri, di Maria Rosaria Rossi, la signora che compare sempre al fianco di Silvio Berlusconi, e di altri 25 senatori di Forza Italia, tra i quali il mitico Razzi e il noto Sciascia, ragioniere di Berlusconi. Dei senatori democratici solo 14 hanno avuto il coraggio di sostenere un emendamento ragionevole, e neppure ideologico, ma dettato dal principio di cautela, 11 non hanno neppure partecipato al voto. Così, è finita che l’emendamento è stato bocciato con 165 voti. Tuttavia, se a questi si sottraggono aritmeticamente gli 11 di Verdini e i 29 di Forza Italia, si giunge a quota 125, ai quali vanno aggiunti i 4 senatori della minoranza folgorati sulla via della Finocchiaro (tra questi, incredibilmente, il professor Mario Tronti). Si arriva a 121 senatori della maggioranza, su 322 senatori. È vero anche che a sostegno dell’emendamento vi sono stati solo 100 voti, ma il dato politico è incontrovertibile: sulla guerra da dichiarare a maggioranza assoluta, il Partito democratico ha scelto i voti di Verdini e di Romani, piuttosto che ripensarci e aderire ad un emendamento che sarebbe passato coi voti di SEL e dei senatori del Movimento 5 Stelle, e avrebbe unificato il Pd. È vero quel che dice Paolo Romani per rassicurare Renzi e i suoi che i voti di Forza Italia non sono stati determinanti? Affatto. Il soccorso azzurro c’è stato, come abbiamo dimostrato coi numeri.

La mostruosità politica del dibattito in Senato sulla guerra

Quel che appare anche più mostruoso, politicamente, è il tipo di dibattito che si è innescato sulla dichiarazione di stato di guerra (nulla a che vedere col dibattito che tra marzo e ottobre 1947 fu innescato nell’Assemblea costituente. O tempora, o mores!). La presidente della Commissione affari costituzionale del Senato, Anna Finocchiaro, ha spiegato in questi termini la scelta di dire no all’emendamento Dirindin: “Se la definizione di ‘maggioranza assoluta’, che potete riscontrare in qualunque volume di diritto parlamentare o costituzionale, corrisponde al voto della metà più uno degli aventi diritto, componenti di un organo, in questo caso a me pare che il contenuto dell’emendamento al nostro esame non abbia portata modificativa”. Dunque, secondo Finocchiaro, si dovrebbe usare la terminologia “maggioranza assoluta” solo facendo riferimento agli aventi diritto, ovvero ad almeno 316 voti. In realtà, non è così, perché esiste una maggioranza assoluta di coloro che sono presenti e in numero legale in Aula al momento del voto. Se ad esempio, i presenti in Aula al momento del voto fossero 400, la “maggioranza assoluta” sarebbe di 201 deputati. Infatti, la nostra stessa Costituzione, esempio di chiarezza giuridica, concettuale e regolamentare, all’articolo 64 dispone: “Ciascuna Camera adotta il proprio regolamento a maggioranza assoluta dei suoi componenti”. Se i padri costituenti avessero dato per scontato ciò che scontato non è, come fa la Finocchiaro, non avrebbero avuto alcuna ragione per aggiungere “dei suoi componenti”, togliendo così ogni equivoco su un tema altrettanto delicato quale il Regolamento. E quanto ai manuali e ai trattati di Diritto parlamentare, tutti sottolineano che la questione della maggioranza assoluta diventa rischiosa quando si cambiano le regole del gioco elettorale, passando da un sistema proporzionale ad un sistema ipermaggioritario. E consigliano di utilizzare sempre la formula della maggioranza dei due terzi, per evitare che “le grandi maggioranze di governo potrebbero essere tentate ad identificare il proprio legittimo indirizzo politico con l’assetto delle garanzie di dialettica interne delle assemblee parlamentari. Una maggioranza dei due terzi potrebbe essere considerata in regime maggioritario equivalente nella sostanza alla maggioranza in regime proporzionale” (Martines, Silvestri, De caro, Diritto Parlamentare, Giuffrè 2011, pp. 46-47).

Già Carlo Galli alla Camera aveva illustrato i rischi di quella riscrittura dell’articolo 78

E che la questione stia proprio in questi termini sostanziali lo dimostra il dibattito feroce che si è innescato sullo stesso articolo in Commissione difesa della Camera, quando Carlo Galli, docente di Dottrine Politiche a Bologna, e deputato della minoranza del Pd, ne aveva fatto oggetto di una legittima battaglia politica, e di sostanza giuridica. Purtroppo, così come accaduto alla Camera, anche al Senato hanno prevalso ragioni diverse rispetto alla sostanza politica e al merito della discussione sulla dichiarazione dello stato di guerra. Il senatore Romani, capogruppo di Forza Italia, ad esempio, ha motivato con parole che rasentano il ridicolo il suo appoggio alla maggioranza del Pd: “Parliamo dello Stato di guerra che è un atto di difesa dello Stato nei confronti di un aggressore esterno. Vi potete immaginare in una guerra termonucleare di andare a cercare i deputati e costringerli ad una maggioranza assoluta?”. È l’esatto opposto di quanto ha spiegato in aula la senatrice Finocchiaro, dal punto di vista dell’interpretazione di “maggioranza assoluta”, ma è davvero la dimostrazione che questi “nuovi padri costituenti” non sanno proprio di cosa stiano parlando.

La posizione di Sel appare ragionevole e convincente

Diversa e ragionevole la posizione di Sel, che con il senatore Uras ha spiegato perché converrebbe la regola della maggioranza qualificata e anche il voto del nuovo Senato delle Regioni: “nei nostri emendamenti abbiamo proposto anche maggioranze qualificate superiori alla maggioranza assoluta dei componenti della Camera. Per Sinistra Ecologia Libertà questa è una delle questioni su cui dovrebbe necessariamente intervenire anche il Senato delle regioni e delle autonomie, perché la vita delle persone da difendere, ma anche la vita delle persone che purtroppo si offendono negli anni di guerra, devono avere un valore assoluto sul quale – ha concluso – tutti quanti noi, in coscienza, dobbiamo essere chiamati ad esprimerci”.

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