Senato. C’è anche un giallo. Pena lieve, sospesi per soli cinque giorni Barani e D’Anna, gesti osceni. Ma il Pd come ha votato? Un dibattito inconcludente

Senato. C’è anche un giallo. Pena lieve, sospesi per soli cinque giorni Barani e D’Anna, gesti osceni. Ma il Pd come ha votato? Un dibattito inconcludente

Il dibattito al Senato non si fa mancare niente. Doveva iniziare alle ore 15,30 con la comunicazione del presidente Grasso sulla decisione dell’Ufficio di Presidenza in merito al “caso Barani”, capogruppo di Ala, leggi Verdini con aggiunta anche del senatore D’Anna, portavoce di Ala, per il comportamento offensivo tenuto in aula nei confronti della senatrice Lezzi, Cinque stelle. Come noto si è trattato di gesti di natura sessuale. Ma alle 15,30 la decisione non c’era ancora. Si spostava l’inizio della seduta alle 16,30. Ma  poi si spostava ancora. Perché questo ritardo? Quanto tempo ci vuole per esaminare alcune immagini della seduta incriminata proiettate su largo schermo? Ed ecco che nasce il giallo. Grasso  comunica la decisione dell’Ufficio: cinque giorni di sospensione dalle sedute per il “duo Ala”. Ma già che c’era, l’Ufficio  di presidenza, occhio fino, individuava un atteggiamento offensivo anche in un senatore pentastellato, Alberto Airola e gli affibbiava un giorno di sospensione. Non solo, per pareggiare con il gruppo Ala c’era  una censura per il capogruppo dei grillini, Castaldi.

Ma la sospensione è prevista  dopo il voto sulla riforma? Indiscrezioni sui Dem. Poi l’annuncio: è immediata

Subito i primi commenti. Lo stesso presidente Grasso aveva definito l’episodio, l’imitazione di sesso orale, di eccezionale gravità. Allora perché non era stato deciso il massimo della pena, dieci giorni di sospensione?  La senatrice  Bonfrisco, già Forza Italia, capogruppo “conservatori e riformisti”, definiva la pena molto lieve. Non solo, non era chiaro se la attuazione del procedimento scattava immediatamente, come affermava sempre la Bonfrisco, oppure no. Una agenzia di stampa, LaPresse,  affermava che “la sospensione di 5 giorni per Vincenzo D’Anna e Lucio Barani, contrariamente a quanto dichiarato dalla senatrice Bonfrisco, dovrà essere calendarizzata da un altro ufficio di presidenza. Secondo quanto viene riferito, infatti, durante la riunione il Partito democratico avrebbe chiesto che la sanzione fosse attuata dopo il voto sulle riforme, fissato per il 13 ottobre prossimo”. Secondo l’agenzia Dire la proposta che era stata fatta da Grasso, tenendo conto del dibattito tra i gruppi, aveva bisogno di una nuova riunione dell’Ufficio di presidenza per  decidere il momento in cui la sospensione diventava effettiva. La cosa non era di poco conto, visto che  si trattava di capigruppo e portavoce di Ala, la creatura di Verdini, il portavoti in soccorso della maggioranza. Come punti dalla tarantola, dal Pd arrivava una nota di smentita. L’ufficio stampa del gruppo Dem del Senato precisava che “in merito ad alcuni lanci di agenzia, che nessun membro democratico del Consiglio di presidenza del Senato ha chiesto che le sanzioni comminate ai senatori Barani e D’Anna fossero attuate dopo il 13 ottobre”. Stop, bene, ci crediamo. Alla fine arrivava Grasso che faceva presente che la sospensione era  “immediata”.

Discussioni infinite di cui non si vede il senso. Accuse a Grasso: “Non è un arbitro”

Resta un problema. Dato che la decisione dell’Ufficio di Presidenza era stata presa a maggioranza, notizia ufficiale, sarebbe importante conoscere come hanno votato i senatori dell’Ufficio. Farebbe chiarezza, in una situazione che si fa sempre più nebulosa, incomprensibile per  gli stessi senatori che si trovano attorcigliati in discussioni di cui non si vede il senso, figuratevi i cittadini. Il presidente Grasso nel suo zelo anti emendamento, fra canguri, gamberi e ghigliottine, ha deciso che non si può trasformare un emendamento in ordine del giorno anche se è il presentatore a richiederlo. Cosa che avviene in tutte le pubbliche amministrazioni. Ma per Grasso si tratta di ostruzionismo. E arriva la pioggia degli interventi. Il clima si arroventa. Al presidente viene rimproverato di non essere un “arbitro”, lui si altera, il suo tono di voce sale, minaccia di togliere la parola a questo e a quello.

Questa è la sintesi, scoraggiante, della terza seduta in cui si discutono gli emendamenti. Forse questo è quello che vuole la maggioranza con l’aggregato Verdini che non perde occasione per affermare che senza di lui il Pd non va da nessuna parte: mascherare la gravità di una legge che cambia gli assetti costituzionali del nostro Paese. Il fatto che il Senato non voti più la fiducia non richiedeva che si mettessero in discussione gli equilibri istituzionali, si tendessero tranelli  da basso impero per vanificare l’emendamento della “concordia” .

Resta aperto il nodo della elezione diretta dei senatori. Norma transitoria e nuova legge

Vannino Chiti, nel valorizzare l’accordo che dovrebbe portare alla elezione da parte dei cittadini dei senatori-consiglieri regionali, parla “di alcuni aspetti critici che riguardano le competenze delle Regioni, l’elezione del presidente della Repubblica e le norme transitorie per la composizione del Senato. Infine, in questa legislatura bisognerà varare una legge di rango costituzionale per riformare l’immunità”. Dove, come, quando, perché, se non cambia la norma transitoria prevista nell’articolo 39, emendamenti non ammissibili ha già annunciato il presidente Grasso, salta l’elezione diretta da parte dei cittadini? Lo ha detto in termini molto chiari il senatore Fornaro, uno dei presentatori degli emendamenti insieme a Chiti, nella dichiarazione di voto. “Cosa vieta che l’elettore si trovi due schede, una per l’elezione del consigliere regionale e una per il senatore. Tanti modelli sono possibili, uno non è praticabile: il listino bloccato. Ma ci possono essere le preferenze o i collegi uninominali tanti quanti sono i senatori da eleggere”. “Dunque – afferma – è necessario che questo accordo (quello all’interno del Pd) trovi spazio nelle norme transitorie, si introduca nel nuovo testo una modifica fondamentale. Il governo” lavori su una modifica “chiara e inequivocabile, che fughi ogni dubbio, evitando inerzie o peggio furbizie”. Non ci pare di poter dire che, alla fine del tunnel si vede la luce. Tutt’altro. La commedia verdiniana, perché questo segnala il caotico dibattito del Senato, fa strame della politica.

Bersani: sembra che valori, ideali,programmi di centrosinistra si sviliscono in trasformismi

Scrive Bersani: “Non  mi preoccupo di Verdini e compagnia. Mi preoccupo del Pd e delle politiche di governo. Sembra che valori, ideali e programmi di centrosinistra si sviliscano in trasformismi, giochi di potere e canzoncine”. “Sembra, e non da oggi, che ci sia una circolazione extracorporea rispetto al Pd e alla maggioranza di governo – afferma l’ex segretario del Pd -,  tanta nostra gente pensa che sia ora di rendere più chiaro dove si stia andando, senza cortine fumogene, giochi di parole e battute assolutorie. Anch’io la penso così”.  Se possibile, un suggerimento. Si preoccupi di Verdini, per quello che rappresenta politicamente, senza lasciar perdere i cinque rinvii a giudizio come dicono alcuni dei renziadi. Dia una occhiata a quanto sta avvenendo nell’aula di Palazzo Madama. Non poteva mancare l’intervento della vicsegretaria Pd Serracchiani, la voce di Renzi che se la prende con Bersani. Sembra  che a lei sia stato affidato il compito di tallonare Bersani. A Lotti invece quello di non perdere di vista Verdini, non si sa mai.  Serracchiani rimprovera  Bersani e lo invita ad attenersi ( sic) “a un certo senso del limite: trasformismo e giochi di potere sono parole pesanti, che vanno pronunciate con molta ponderazione”. Le sue parole sono la prova che  il senso del limite non esiste.

Alle ore 20 si discute se è prevalente l’ordine del giorno, l’emendamento, o qualche altro marchingegno, se  un senatore chiede chiarimenti sul regolamento, un problema tecnico, il presidente toglie la parola, minaccia l’intervento dei questori,  si attende se cade la ghigliottina o se salta un canguro. Domani forse Calderoli farà strisciare il gambero.  All’indietro. Non è un belvedere.

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