Roma. La domenica di Ignazio Marino. A migliaia di sostenitori dice: “siamo realisti e vogliamo l’impossibile”. Come Che Guevara

Roma. La domenica di Ignazio Marino. A migliaia di sostenitori dice: “siamo realisti e vogliamo l’impossibile”. Come Che Guevara

A piazza del Campidoglio si è consumato il nuovo Marino-day. Gli organizzatori parlano di non meno di tremila presenze a sostegno della permanenza del sindaco Marino a Palazzo Senatorio, dove ha sede il Comune. Il tam tam mediatico e social ha dunque avuto successo. Da questa nuova manifestazione può dipendere il futuro di Roma per le prossime due settimane. L’interrogativo sulle dimissioni del sindaco può diventare finalmente oggetto di un dibattito istituzionale, in Consiglio comunale, dove è giusto che si consumino le sue dimissioni, oppure si assuma la decisione politica di proseguire nella sua esperienza di sindaco, come consiglia qualche esponente del Pd romano.

L’intervento di Marino alla folla in piazza del Campidoglio

La folla lo attendeva dunque, nella straordinaria piazza del Campidoglio disegnata da Michelangelo, proprio sotto la statua di Marc’Aurelio. E Ignazio Marino ha alzato, questa volta, il tono politico del suo intervento, trasformando quello che poteva essere un comizio, in una sfida vera e propria. “Ringrazio le bandiere del Pd che sono qui, il confronto deve avvenire col Partito democratico, con gli eletti di Sel, con la Lista Civica”. Il confronto, pertanto, sembra di capire, deve rientrare dalle strette stanze del Nazareno, nell’ambito più corretto sul piano istituzionale, nell’Aula del Consiglio. E non solo. Marino cita le tre formazioni politiche che hanno sostenuto la maggioranza. Sostanzialmente, una richiesta di riapertura di credito, in seguito al dibattito istituzionale. Non è un caso che Marino abbia poi voluto citare Che Guevara: “Noi non inseguiamo sogni, noi sogniamo il futuro della nostra città che è la capitale d’Italia. Noi siamo realisti e vogliamo l’impossibile”.

“Abbiamo fatto errori, e me ne assumo la responsabilità”

Poi Marino ha ricordato il grande merito della sua amministrazione, quello di aver sfidato poteri nascosti ed emersi: “In queste scale si sono presentati con il saluto romano. Noi abbiamo portato le decisioni dai salotti cosiddetti buoni all’aria aperta, scelte in base al merito, non più gli amici degli amici o sulla base delle tessere di partito. Certamente abbiamo fatto anche degli errori e me ne assumo la responsabilità. Nessuno ha il dono dell’infallibilità. Il 5 novembre inizierà un processo storico, che dimostrerà che chi ci ha preceduto si era servito dei poveri, mentre noi abbiamo servito i poveri e gli ultimi”. In quel processo, “noi, voi, la città, saremo parte civile”. È un’interpretazione della vicenda giudiziaria di Mafia Capitale, che ha coinvolto in modo trasversale segmenti di gruppi dirigenti della destra di Alemanno e del Partito democratico. Ed ha proseguito, sfidando in modo politicamente sostanziale il Pd romano e nazionale: “Qualcuno vorrebbe fermare questo percorso proprio adesso che questa città può ripartire. Sogniamo il futuro per la nostra Capitale, nonostante i tanti nemici che ci siamo fatti”.

Domenica 25 ottobre data chiave per la politica romana. La sfida è lanciata. Se Marino resta, qualcuno nel Pd ha fallito

La manifestazione di domenica 25 ottobre, tenuta a pochi giorni dalla scadenza dei venti giorni entro i quali Ignazio Marino dovrebbe confermare le sue dimissioni, sembra dunque presagire una svolta politica. Intanto, è una sfida aperta al Pd romano e nazionale a riportare in ambito istituzionale il dibattito sulle dimissioni, facendolo uscire da quelle stanze riservate a pochi in cui la democrazia si abbatte, e non si esalta. In secondo luogo, è una sfida nei confronti di Renzi e di Matteo Orfini, dominus del partito romano, che prima ha sostenuto il sindaco, concludendo con lui un patto di governo con il rimpasto della giunta, poi lo ha letteralmente abbandonato al suo destino, dopo le vicende degli scontrini e con un ingiurioso tweet nei confronti del sindaco, nel quale il commissario romano scriveva che il destino di Marino si era fermato dinanzi ai cancelli dell’Auditorium, a proposito delle nomine del nuovo Consiglio di amministrazione di Musica per Roma. In terzo luogo, a questo punto, pare chiaro che il tentativo di Marino non resta che far emergere lo stato comatoso del Pd romano, ormai privo di iscritto e di credibilità dei suoi gruppi dirigenti, centrali e periferici. Un pezzo del Pd romano era già con Marino in piazza del Campidoglio, un altro pezzo ha ormai deciso di non partecipare nemmeno più al voto, e un terzo pezzo è preso dalla delusione e dallo sconforto. Il rischio è notevole per il Pd romano se dovesse perseverare a chiedere le dimissioni di Marino e portare Roma alle elezioni in primavera. I sondaggi cominciano a fotografare impietosamente una situazione di sbando e di emorragia di voti, a tutto vantaggio del candidato grillino e di Alfio Marchini, che nel corso di un’intervista alle Iene, su Italia1, già si sentiva candidato sindaco e forse pure sindaco. Insomma, la situazione politica si è incancrenita per la pervicace volontà di un pezzo di gruppo dirigente del Pd, romano e nazionale, di far pagare a Marino responsabilità che non sono sue, e di affidare ad un commissario prefettizio la gestione di centinaia di milioni di investimenti previsti per il Giubileo. Roma davvero merita tutto questo? Evidentemente no. Perché se Marino dovesse vincere la sua battaglia e restare in carica, inevitabilmente alcuni personaggi del Pd romano dovrebbero dimettersi, a cominciare da Orfini, e dal capogruppo in Comune, Panecaldo.

Share

Leave a Reply