Fassina sulle dimissioni di Marino: costruiamo una forza alternativa al Pd, che abbia un progetto di città. Se non ora, quando?

Fassina sulle dimissioni di Marino: costruiamo una forza alternativa al Pd, che abbia un progetto di città. Se non ora, quando?

Stefano Fassina, leader di Futuro a sinistra, la nuova formazione politica nata al teatro Palladium di Roma il 4 luglio scorso e ormai estesa su tutto il territorio nazionale, attraverso comitati costituenti, ha scelto di intervenire sul suo blog sull’Huffington Post per offrire a compagni e amici il suo punto di vista, le sue riflessioni, sulla questione “romana” che si è aperta con il linciaggio e le dimissioni di Marino. L’analisi di Fassina appare impietosa nei confronti soprattutto del Partito democratico, nazionale e romano, dalla cui volontà politica sono nate le decisioni relative alla sorte politica di Ignazio Marino.

Il peccato originale del Pd, secondo Stefano Fassina, è di un “ partito arrivato all’appuntamento elettorale senza un progetto per la città, dominato da un ceto politico attento soltanto al ‘successo’ personale e preoccupato dell’incontrollabile sindaco. Un partito ostile, in larga parte del Consiglio Comunale, all’offensiva della giunta contro le rendite consolidate e amiche. Un partito, dopo il terremoto provocato dalla magistratura, chiuso da un commissario autoreferenziale, indisponibile a coinvolgere nella ricostruzione le tante energie positive presenti nei circoli e nei Municipi per accreditarsi, insieme ai suoi, come salvatore della Patria”. Come si vede, una requisitoria durissima di un deputato romano che pure è riuscito a sbancare nei consensi delle primarie dei parlamentari nel gennaio del 2012, risultando il primo degli eletti. E la requisitoria di Stefano Fassina punta l’indice direttamente contro Matteo Orfini, il presidente dell’Assemblea nazionale del Pd e commissario della federazione romana, che avrebbe dovuto mettere finalmente ordine in un Pd metropolitano inquinato da tessere false, da personalità coinvolte con i loschi personaggi di Mafia Capitale, da una selva di interessi privati che hanno costretto molti circoli a trasformarsi in comitati elettorali, piuttosto che mantenere una fisiologica funzione democratica, di dibattito e di partecipazione. L’accusa che Fassina rivolge direttamente a Orfini manifesta il fallimento di quest’ultimo nel fare la pulizia di casa che invece aveva promesso.

Dunque, scrive Fassina, occorre guardare la questione di fondo: “La ‘questione romana’ oggi è, sostanzialmente, assenza di vocazione economica della Capitale. La cosiddetta crisi del 2008, per Roma, è stata in realtà la chiusura definitiva di una lunghissima stagione, estesa almeno quanto lo Stato unitario, al suo massimo splendore dopo la seconda guerra mondiale, poi in ritiro dalla fine degli anni ’80. Roma capitale si è sempre alimentata attraverso tre principali fonti: la rendita immobiliare e l’attività edilizia; le pubbliche amministrazioni centrali; le sedi di comando delle grandi aziende pubbliche (dall’IRI, alle banche). Fonti principali, non esaustive. Insieme a esse, ma spesso in una relazione di dipendenza, il turismo laico e religioso e i centri di produzione di saperi (dalle università ai policlinici alle imprese della ‘Tiburtina Valley’)”. Ora, nell’analisi impietosa e realistica di Fassina, queste tre fonti della ricchezza economica, ma anche del potere, a Roma sono entrate in drammatica crisi, e strutturalmente non sanno più essere il volano di una fase di sviluppo per Roma. Anzi, proprio sulla città di Roma hanno pesato le scelte di austerità e di chiusura degli investimenti pubblici.

Cosa fare di Roma, quando diventa “questione nazionale”? Secondo Fassina si tratta di “una sfida impossibile per qualunque super-uomo o donna, per quanto assistito da geniali operatori del marketing della comunicazione politica e per quanto aiutato dai migliori esperti su piazza. Anche nel caso di una posizione meno ostile o finanche collaborativa di Palazzo Chigi. Una sfida che Marino e la sua giunta non potevano vincere. Non per i limiti soggettivi di Ignazio Marino o di una squadra complessivamente debole. Ma per il vuoto di progetto di città. Un vuoto dovuto all’assenza, da almeno un decennio, di un partito come attore culturale e sociale, epicentro di elaborazione programmatica, palestra di formazione e selezione di classe dirigente. Un vuoto allargato dalla decadenza, morale innanzitutto, di altri segmenti decisivi della classe dirigenti Roma”. Questa dunque l’analisi. La prospettiva? “È ora di girare pagina” scrive Stefano Fassina. E prosegue “la pochezza della nostra discussione pubblica porta alla spasmodica insistenza sul candidato. Vincere le elezioni è condizione necessaria, ma almeno in queste ore dovrebbe essere chiaro, non sufficiente a governare. L’alternativa non può essere tra restaurazione e discontinuità improvvisata, senza progetto. La stagione Marino si è chiusa. In modo ingiusto, ma si è chiusa. È necessario aprire, qui ed ora, in alternativa al Pd, una stagione di discontinuità progettuale da affidare a una classe dirigente adeguata. Al lavoro, insieme, per Roma”.

Ecco il punto politico sollevato da Fassina: in una competizione elettorale complicatissima, è urgente che il nuovo partito della sinistra sia “alternativo al Pd”, e non suo alleato, in una eventuale coalizione. Siamo d’accordo, sull’analisi e sulla prospettiva. Tuttavia, osserviamo sommessamente che Roma è ancora dominata da poteri forti e occulti (il dibattito sulla massoneria segreta che avrebbe imposto le dimissioni di Marino); che il ruolo del Vaticano, soprattutto nell’anno del Giubileo straordinario sarà quello di moltiplicare gli sforzi, tra parrocchie, associazioni e comunità per votare e far votare il più prossimo ai suoi interessi, perché una vittoria “laica o socialista” avrebbe riverberi mediatici in tutto il mondo; che a Roma gran parte del potere mediatico fa la spola tra il sostegno a Renzi e l’appoggio ai poteri della destra storica e della nuova destra. Sarà complicatissimo per una formazione di sinistra plurale affermare le sue ragioni, a Roma, come ovunque in Italia. È urgente lavorare insieme per la costituente di sinistra, o per il partito della sinistra, o per quel soggetto politico unitario, democratico, pluralista, e soprattutto slegato dai condizionamenti del potere, ecclesiastico ed economico. Saremo in grado? Ecco perché non vi è più tempo da perdere e mettersi a lavorare per il progetto di ricostruzione unitaria della sinistra, a Roma e in Italia.

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