E adesso, povero Orfini, come te la cavi nella guerra contro Marino? Che gli racconti a Renzi?

E adesso, povero Orfini, come te la cavi nella guerra contro Marino? Che gli racconti a Renzi?

“E adesso povero Orfini?”, riprendendo il titolo di uno splendido libro di Hans Fallada pubblicato nel 1932, “E adesso pover’uomo”,  che narra la storia di un impiegato che perde il posto di lavoro, con lo spettro della disoccupazione. Il luogo è la Germania, crollo della repubblica di Weimar, imminente l’arrivo di Hitler, l’abisso del nazismo. Ci viene a mente questo titolo pensando a Matteo, l’Orfini, e di conseguenza  a quell’altro, il Renzi. Ovviamente il personaggio, il luogo, il nazismo, la disoccupazione non c’entrano niente, ma la domanda sì. Già, che si prepara a fare un Orfini, che le cronache definiscono furioso, dopo aver intravisto le immagini di piazza del Campidoglio? Non me le fate vedere, si racconta abbia detto ai suoi collaboratori, che cercavano di alleviargli il dolore, la ferita bruciante. E poi che gli racconto a Matteo, il Renzi, mica si può giocare con il computer per far sbollire la rabbia. Quello sta lontano mentre la banda Marino impazza, proprio come il sindaco se ne stava in vacanza in America mentre i Casamonica trasformavano un funerale di un congiunto in una grade manifestazione. Lui, il Renzi, vuole la resa senza condizioni, che gli porti la testa del sindaco su un piatto d’argento.

La guerra di cifre. I numeri danno ragione ai manifestanti: erano più di tremila

Non le aveva rincuorato neppure la solita velina che dava ordini alle redazioni dei giornali, parlate di alcune centinaia a proposito dei presenti alla manifestazione. I primi titoli obbedivano agli ordini superiori. Poi non potevano reggere alle immagini. O si tolgono foto e riprese tv della piazza oppure diventa difficile nascondere la verità. Ma lui, imperterrito, ad un cronista di Repubbica che lo intervista dice che “dalla tv era chiaro che in Campidoglio c’erano mille persone al massino, in una città di due milioni e mezzo di abitanti”. Le immagini dicono altre cose. Noi c’eravamo, la piazza era davvero gremita, persone anche sotto i loggiati, sulla scalinata del Vignola. Gli organizzatori parlano di più di tremila persone. La solita guerra di cifre? Allora facciamo due conti: la piazza, esclusi loggiati e scalinata, misura circa tremila metri quadri.  Un metro quadro, quando si tratta di manifestazioni, può ospitare, comode, quattro, cinque persone. Verrebbe da dire a Orfini che se quelle migliaia di persone, e poi le settantamila firme sottoscritte in due appelli a sostegno del sindaco, raccolte in uno striscione bianco lungo centinaia di metri e a Marino consegnate, non rappresentano la città, che rappresentano i tremila, o meno magari, di iscritti al Pd? Una parte di costoro fra l’altro erano presenti in piazza.

“Unica soluzione possibile. La ghigliottina”. Non vogliamo credere che queste parole siano state dette

Ma non vogliamo infierire. Non vogliamo credere, vista la sua storia, che nell’intervista a Repubblica abbia affermato: “Non mi sembra che Marino sia vissuto dalla città come un martire”. E che ne sa lui della città, chiuso nel bunker di commissario dei pochi iscritti nei circoli romani? Che non lo hanno neppure simpatico. Scrive il giornalista: “Con Matteo Orfini è inutile insistere, al punto in cui si è arrivati c’è un’unica conclusione possibile: la ghigliottina”. Torna la domanda, “e adesso pover’uomo?”. Orfini  continua a dire, o si dimette o lo sfiduciamo. Questo per le cronache. Ma sa bene che non può essere così. Se Marino, come ha detto in piazza “io vado avanti”, “non vi deluderò”, ci par di capire che le dimissioni si siano allontanate. O perlomeno, perché questa è la questione, il Consiglio sia chiamato a discutere il “caso” Marino, si dia al sindaco l’opportunità di rivolgersi ai consiglieri non attraverso i cronisti ma nella sede della democrazia, l’Aula di Palazzo Senatorio.

Senza aver ancora ascoltato il “loro” sindaco i consiglieri del Pd hanno sottoscritto un documento, non si capisce bene se vi sia stata una riunione e o se si tratti di una semplice firma apposta ad un testo che non dice niente e richiama a posizioni precedenti, di fatto dimetta il sindaco. Sembra che la proposta del deputato Pd, Miccoli, già segretario della Federazione romana del Pd, per confermare sindaco e Giunta con l’appoggio esterno del Pd, “delibera per delibera” per sei mesi, affrontando così il periodo caldo del Giubileo, non sia stata neppure presa in considerazione.

Il caso di Sesto Fiorentino. Espulsi dal Pd i consiglieri che avevano sfiduciato il sindaco Pd

 Ma forse dimenticano che Marino non è stato eletto dal Consiglio ma dai cittadini. C’è fra l’altro un episodio curioso, si fa per dire, avvenuto a Sesto Fiorentino. Sono stati espulsi gli otto consiglieri del Pd che  a luglio hanno prima proposto e poi votato la mozione di sfiducia con la quale il sindaco Pd Sara Biagiotti è stata costretta a lasciare l’incarico. A decidere le espulsioni è stata la commissione di garanzia del Pd metropolitano di Firenze, con tre voti favorevoli e due contrari. La decisione, viene spiegato dal partito, è dovuta alla “gravità del comportamento dei consiglieri” che hanno creato “un danno all’immagine del Pd”. Curioso , ma è avvenuto. Un danno all’immagine del Pd a Roma, che non è certo buona, non lo sta creando Marino ma i consiglieri. È un fatto.

Pressioni per far dimettere  gli assessori. Ma il sindaco può nominarne altri

Fra le ipotesi che circolano sta prendendo piede quella delle dimissioni degli assessori. Tre, Causi che è anche vicesindaco, Sabella ed Esposito, l’avevano già annunciato però hanno continuato a partecipare alle riunioni di Giunta che risultano essere state molto importanti. Non si sono avute divergenze sulle delibere adottate. Allora come motivare le dimissioni? Perché lo ordina Renzi? Non vogliamo neppure pensarlo. Ammettiamo che tutti gli assessori si dimettano. Crocetta a Palermo ha “rinnovato” la Giunta regionale numerose volte. Si può fare anche a Roma. Marino forma un’altra Giunta. Se si dimettono tutti i consiglieri del Pd? Non per questo si scioglie il Consiglio. Sono 19 e per chiudere i battenti del Consiglio ci vuole la maggiorana assoluta, 25 su 60. Niente da fare. Si scorre nella lista delle elezioni e si copre il posto dei dimissionari. Altra ipotesi: il gruppo del Pd presenta la mozione di sfiducia. Ci vogliono sempre 25 consiglieri favorevoli. Non ci sono, Sel fra l’altro ha fatto sapere che nel caso non sfiducerà Marino. Le opposizioni presentano una loro mozione di sfiducia, Marchini e soci, ma non hanno i voti per farla passare. Due sfiducie sprecate. Potevano tenerle nei cassetti.

Un rebus? La soluzione si deve e si può trovare  solo in Consiglio comunale

Allora sembra sempre più un rebus di difficile soluzione. L’unica strada possibile è portare il dibattito, il confronto in Consiglio comunale, cosa che il Pd vuole evitare quasi fosse la peste. Ma non è come scrive il Messaggero, sempre contro Renzi, che ormai non conviene neppure prendere in considerazione, “un regolamento di conti sulla pelle della Capitale”, perlomeno da parte del sindaco, come titola il giornale dei palazzinari, responsabile il sindaco, poi il marziano con i supporter travestiti da marziano per farlo contento, le macerie di Roma come agglomerato di politicismo dell’Ego (di Marino, ndr) ma soprattutto di dilettantismo che richiama il sindaco ed altri “apprezzamenti”. Inutile insistere che si tratta di una battaglia di democrazia, non pro o contro Marino, ma sul ruolo, l’autonomia dell’Ente locale, del Comune. Se prevale l’autoritarismo di un partito che dimette il sindaco si dà un colpo mortale alla Politica, quella con la P maiuscola. Poi ci si strappa le vesti quando alle urne si presenta a malapena il cinquanta per cento degli aventi diritto. E poi un consiglio al nostro collega del Messaggero: lasci stare Allende e il suo martirio.

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