Congresso radicale, la scommessa di Pannella: diritto umano alla conoscenza contro la ragione di Stato

Congresso radicale, la scommessa di Pannella: diritto umano alla conoscenza contro la ragione di Stato

A Chianciano, dal 29 ottobre al 1 novembre, come ogni anno, iscritti e simpatizzanti di Radicali Italiani si riuniscono a Congresso. Che fare, come farlo, con chi farlo, sono gli interrogativi, i “nodi” che si cercherà di affrontare e individuare strade, percorsi, strumenti per perseguire gli obiettivi che ci si pone. Una premessa, tuttavia: non ricordo congresso radicale (e sono più di quarant’anni che li frequento) che non abbia riservato qualche sorpresa. Un po’ come i conclavi: spesso si entra pontefici e si esce cardinali.

Per ora, in campo c’è una candidatura alla segreteria: quello del consigliere comunale di Roma Riccardo Magi. Un allibratore può, con ragionevole probabilità di vincere la posta, puntare su di lui. È una candidatura “saggia” (saggia; non necessariamente giusta). Ma non si può mai dire: il probabile non sempre è il possibile, quello che effettivamente si realizza. Non è, comunque, questione di nomi. Le cose spesso non sono come a prima vista appaiono, e in particolare tra i radicali.

Se qualcosa si vuole comprendere di quello che cercheranno di fare, perseguono, “offrono” al mondo progressista, liberale nel senso più ampio e autentico del termine (alla Stuart Mill, per capirci), è bene rifarci a due testi che cercherò di riassumere. Il primo è la lettera di convocazione del Congresso della segretaria di Radicali italiani Rita Bernardini; l’altro è una lettera di Marco Pannella, e del tesoriere del Partito Radicale Maurizio Turco al presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Cominciamo con Bernardini: si propone che “l’obiettivo del Congresso sia quello di sostenere all’Onu  la battaglia già incardinata per la transizione verso lo Stato di Diritto attraverso l’affermazione del diritto umano alla conoscenza, contro la ragion di Stato”. La richiesta, l’obiettivo che si vuole perseguire è che “l’Italia (che vogliamo divenga finalmente consapevole di sé, dei suoi limiti e delle ferite da decenni inferte alla democrazia e ai diritti umani) che noi intendiamo affidare la leadership della campagna alle Nazioni Unite, cosicché la sua candidatura, già avanzata, a membro del Consiglio di Sicurezza non sia la scontata occupazione di un posto di potere, ma abbia il respiro di una strategia politica per il futuro”.

Velleità, presunzione da poco o nulla legittimata? Può essere; ma attenzione: la storia dei radicali è infarcita di iniziative e obiettivi valutati inizialmente come velleitari, presuntuosi. Suggerirei cautela. Ad ogni modo, quello che si propone al dibattito congressuale è indurre (e convincere) la classe politica e di governo di questo paese che occorre conquistare un percorso (che presuppone una necessaria transizione) “verso lo Stato di Diritto attraverso l’affermazione del diritto umano alla conoscenza, contro la ragion di Stato”.

Una campagna politica che si traduca anche in una sorta di formale requisitoria “severa e circostanziata” contro “uno Stato che ha violato e viola sistematicamente i diritti umani nei settori vitali della giustizia con la sua ignobile appendice carceraria, dell’economia, dell’ambiente, delle libertà civili e politiche”.

Un qualcosa che finisce con il costituire la sintesi di sessant’anni di vita del Partito Radicale: “Solo se lo Stato italiano e i suoi massimi rappresentanti e istituzioni prenderanno coscienza di ciò che è accaduto e sta accadendo al nostro Paese sarà possibile quella transizione verso lo Stato di Diritto democratico federalista e laico che alcuni esponenti del mondo arabo hanno suggerito per loro stessi e per noi quando li abbiamo coinvolti nella campagna per il riconoscimento del diritto umano alla conoscenza in sede Onu”. Questo, secondo Bernardini, l’obiettivo da perseguire; il tema di confronto e possibile incontro con le altre forze politiche.

Abbiamo fatto poi cenno a una lettera di Pannella e Turco al presidente Mattarella. Comincia con una “notizia” che avrebbe meritato titoli cubitali: la Relazione annuale 2014 sull’attuazione delle sentenze della Corte Europea dei diritti dell’uomo certifica che l’80 per cento  dei casi di sentenze non eseguite riguarda solo nove paesi. Al primo posto c’è l’Italia: 2.622 casi; segue la Turchia: 1.500; la Federazione Russa: 1.474; l’Ucraina: 1.009; la Romania: 639; la Grecia: 558; la Polonia: 503; l’Ungheria: 331; la Bulgaria: 325.

Ancora una volta l’Italia è al primo posto tra i sette Stati membri che totalizzano il maggior numero di “domande ripetitive” pendenti davanti alla Corte con più di 8.000 domande relative alla durata delle procedure giudiziarie. Inoltre, la durata eccessiva delle procedure giudiziarie viene definita  “particolarmente endemica in Italia”.  Affermazioni che si riscontrano nei dati relativi alle sentenze emesse dal 1959 al 2014: l’Italia è il paese che subisce più condanne dopo la Turchia, e il 51 per cento delle sentenze contro l’Italia riguardano proprio la durata eccessiva delle procedure giudiziarie.

Tra le varie, gravi, considerazioni, il Comitato coglie l’occasione per ribadire ancora una volta “che i ritardi eccessivi nell’amministrazione della giustizia costituiscono un pericolo grave per il rispetto dello Stato di diritto, portando ad una negazione dei diritti sanciti dalla Convenzione”.  “Signor Presidente”, scrivono Pannella e Turco, “non c’è da sorprendersi, questo è un particolare che racchiude il problema generale, perché la costante violazione della legalità costituzionale e degli obblighi internazionali, oltre che dei diritti umani, è rilevata anche nelle relazioni del Comitato Prevenzione Tortura e dei Commissari ai diritti umani del Consiglio d’Europa e dell’ONU. Come pure costante è anche la violazione del diritto comunitario, nonché del recepimento delle direttive dell’Unione europea, con la conseguente mole di sanzioni che costituisce non più solo un “danno” ma una vera e propria “ipoteca” che grava sull’Italia”.

Obiettivo, dunque, interrompere (e superare) questa situazione che “caratterizza oggi l’Italia contro la Democrazia e lo Stato di Diritto formalmente vigente”; per questo, aggiungono, “riteniamo che la risposta di Governo e di Riforma, oltre che necessaria e urgente per il nostro Paese, debba essere più ambiziosa e volta a una transizione, a livello mondiale, verso lo Stato di Diritto contro la Ragion di Stato attraverso l’affermazione del Diritto alla Conoscenza, che è innanzitutto conoscenza di quel che il Potere fa per conto dei cittadini in nome dei quali governa”.

Anche in questo documento si ribadisce la convinzione che “lo Stato italiano debba fare proprio questo obiettivo, abbinandolo a quello della sua elezione al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, per la quale si voterà il prossimo anno, ma il cui esito positivo si può prefigurare già a partire dalla sessione in corso dell’Assemblea Generale, se l’Italia decide di esserne protagonista con un’azione volta a creare le condizioni politiche per una transizione verso la piena attuazione dello Stato di Diritto e dei Diritti Umani che veda attori attivi di questo processo Paesi rappresentativi delle diverse aree geopolitiche”.

È obiettivo ambizioso, di grande respiro, così grande da apparire velleitario e alla fine “distante” e distaccato dai concreti bisogni e necessità delle persone che siamo? Chissà. È di questi giorni la clamorosa “ammissione” dell’ex leader laburista Tony Blair. Intervistato dalla CNN ammette di aver sbagliato, con George W.Bush ad aver scatenato la seconda guerra in Irak; di non aver saputo prevedere le conseguenze di quella guerra. Lo fa dopo la rivelazione che Blair aveva garantito a Bush il suo appoggio un anno prima che la guerra venisse dichiarata; e siamo alla vigilia della pubblicazione del rapporto Chillicot, che potrebbe riservare non poche sorprese su quegli eventi apparentemente lontani. Quello che Blair ha omesso di dire è che le false prove circa gli strumenti di distruzione di massa che Saddam non aveva, sono state anche fabbricate dai “servizi” italiani; non certo per loro iniziativa. L’input è arrivato probabilmente da oltre-Oceano; cosicché il cerchio di chiude: dagli Stati Uniti arriva un “go” agli italiani, che forniscono le “prove” agli inglesi, che a loro volta le “girano” agli americani. Un bel gioco ai quattro cantoni, vero? E ci si può chiedere il perché di questo war-game. “No blood for oil”, come dicevano i pacifisti? Ma no, gli affari si fanno meglio con i dittatori. La pista da seguire è quella del complesso militare-industriale. Fate i conti di quanto costano guerre come quella in Irak, e avrete un’idea dell’enorme giro di interessi che ruota attorno a quel “complesso”.

Quanto al diritto alla conoscenza, basti dire che in Italia non esiste neanche una legislazione che assomigli a quella che nei paesi anglosassoni regola il “segreto di Stato”; e che non sappiamo neppure quanti segreti di Stato sono stati apposti dall’inizio della Repubblica, e su quali materie. Alle interrogazioni presentate sull’argomento nessuna risposta; cambiano i governi, il silenzio è sempre lo stesso.

 Chiudo ricordando (tra qualche giorno saranno quarant’anni che l’hanno ammazzato) Pier Paolo Pasolini. Avrebbe dovuto partecipare al congresso radicale del 1975. Il giorno prima lo massacrano all’Idroscalo di Ostia; aveva predisposto un testo, che avrebbe voluto leggere. È una sorta di “testamento”. Vale per i radicali, vale per tutti. È un lungo testo, reperibile in internet. Qui basta la parte finale:

“…Io vi prospetto – in un momento di giusta euforia delle sinistre – quello che per me è il maggiore e peggiore pericolo che attende specialmente noi intellettuali nel prossimo futuro. Una nuova “trahison des clercs”: una nuova accettazione; una nuova adesione; un nuovo cedimento al fatto compiuto; un nuovo regime sia pure ancora soltanto come nuova cultura e nuova qualità di vita…Ora, la massa degli intellettuali che ha mutuato da voi, attraverso una marxizzazione pragmatica di estremisti, la lotta per i diritti civili rendendola così nel proprio codice progressista, o conformismo di sinistra, altro non fa che il gioco del potere: tanto più un intellettuale progressista è fanaticamente convinto delle bontà del proprio contributo alla realizzazione dei diritti civili, tanto più, in sostanza, egli accetta la funzione socialdemocratica che il potere gli impone abrogando, attraverso la realizzazione falsificata e totalizzante dei diritti civili, ogni reale alterità. Dunque tale potere si accinge di fatto ad assumere gli intellettuali progressisti come propri chierici. Ed essi hanno già dato a tale invisibile potere una invisibile adesione intascando una invisibile tessera. Contro tutto questo voi non dovete far altro (io credo) che continuare semplicemente a essere voi stessi: il che significa essere continuamente irriconoscibili. Dimenticare subito i grandi successi: e continuare imperterriti, ostinati, eternamente contrari, a pretendere, a volere, a identificarvi col diverso; a scandalizzare; a bestemmiare”.

Ecco: direi che questo è il contributo che i radicali possono dare alla sinistra, ai riformatori, ai liberali, ai libertari. La scommessa (lo vedremo nei prossimi giorni) è se i radicali stessi sapranno e vorranno essere corrispondenti alla sfida che dicono di voler lanciare. Molti segni fanno pensare che non ce la faranno, non ci riusciranno. Ma una piccola, non residuale, pattuglia, forse sì. Ed è questa che consente di far ben sperare.

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