Caso Orlandi, la Procura mette la parola fine: “Elementi probatori senza consistenza per un processo”

Caso Orlandi, la Procura mette la parola fine: “Elementi probatori senza consistenza per un processo”
“Gli accertamenti probatori acquisiti nel corso delle indagini preliminari sono, allo stato, non provvisti della consistenza, neppure indiziaria, necessaria a sostenere l’accusa in giudizio e a giustificare un vaglio dibattimentale, ne’ paiono utilmente esperibili ulteriori indagini con la finalità di valorizzare quegli elementi dotati di una più significativa, ancorchè incongruente, pregnanza investigativa”. Così il gip Giovanni Giorgianni nelle 63 pagine del provvedimento con cui è finita in archivio l’inchiesta sulle scomparse di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori. Nell’atto il giudice ricostruisce rapidamente 32 anni di indagini, convalidando in sostanza le conclusioni cui giunse la procura nel formulare la richiesta di archiviazione. Nell’archiviare il giudice riconosce “l’enorme sforzo investigativo degli organi inquirenti” che ha fatto confluire “all’interno del procedimento materiale imponente che si è stratificato nel tempo e che, tuttavia, pur incrementandosi, non ha mai acquisito una sufficiente grado di coerenza, di precisione e di concordanza. Dette lacune, allo stato delle evenienze in atti, non paiono colmabili con ulteriori approfondimenti, poichè la nuova escussione delle stesse fonti non potrebbe eliminare le plurime incongruenze e i vari profili di inattendibilità evidenziati. Inoltre, non è dato apprezzare, al momento, altro fronte investigativo, sinora inesplorato, da cui potrebbero provenire elementi idonei a supportare l’ipotesi accusatoria”.
Tutti gli elementi emersi in favore dell’ipotesi di un coinvolgimento della banda della Magliana nella scomparsa della Orlandi, “ di intensità e grado diversi nei confronti degli odierni indagati e di coloro che sono deceduti (tra gli indagati, infatti, vi era anche colui che da chi indaga è ritenuto il boss dei testaccini Renatino De Pedis, ndr.) non possiedono senz’altro – scrive il gip per nessuno degli indagati iscritti quella consistenza tale da imporre l’esercizio dell’azione penale e giustificare, dunque, il vaglio dibattimentale”.
Durante i 32 anni passati dalla scomparsa delle allora 15enne sono giunte tante segnalazioni, “tutte, anche quelle fondate su meri sospetti, sono state accuratamente verificate. E molte di esse – scrive il giudice – si sono rivelate il tentativo da parte di chi ha cercato di trarre un vantaggio dall’interesse sulla vicenda”. Tra i soggetti che hanno effettuato segnalazioni agli inquirenti figura il fotografo indagato, Marco Fassoni Accetti: “La sua personalità – scrive il gip – è correttamente tratteggiata come caratterizzata da smania di protagonismo e di pubblicizzazione della propria immagine, con una spasmodica ricerca di accesso ai media e della loro costante attenzione. Nell’ambito di talòe personalità vanno inquadrate e spiegate” le sue dichiarazioni, ma è da ritenersi “non attendibile e portato a inventarsi storie e situazioni”, come conferma “chi lo conosce meglio di ogni altro, ossia i familiari”. Analoghe perplessità suscita nel giudice il ruolo rivestito dalla supertestimone Sabrina Minardi, specie in relazione “alla ricerca dei luoghi dalla stessa indicati come di disfacimento del cadavere”: “Gli approfondimenti investigativi sul punto – evidenzia il gip Giorgianni – sono stati tempestivi, attenti e scrupolosi ma l’esito negativo, al di la’ delle ulteriori versioni offerte dalla teste circa le modalità con le quali i rapitori si erano disfatti del cadavere, è dipeso dall’incapacità della Minardi di fornire informazioni precise ai fini dell’individuazione del luogo in cui il riferito disfacimento del cadavere fosse avvenuto”. Per quanto riguarda la scomparsa della Gregori non è “emerso alcun elemento nelle indagini svolte nel presente procedimento alcun elemento significativo avente attinenza” con la sua sparizione.
Emanuela Orlandi, cittadina vaticana figlia di un commesso della Prefettura della Casa Pontificia, ha 15 anni quando il 22 giugno del 1983 sparisce in circostanze ancora misteriose. Il 3 luglio successivo, con un appello ai responsabili, Papa Giovanni Paolo II durante l’Angelus ipotizza il sequestro. Diversi magistrati, negli anni, lavorano al caso senza raccogliere risultati utili. Nel 2005 alla redazione del programma televisivo “Chi l’ha visto?” telefona un anonimo che invita a vedere chi è sepolto nella basilica di Sant’Apollinare. Qui si trova Enrico De Pedis, detto Renatino, per gli investigatori uno dei boss della Banda della Magliana con cui nell’estate del 2008 Sabrina Minardi ebbe una relazione. La donna, parlando con i magistrati, riferì di un legame tra la banda che ha infiammato la capitale negli anni Ottanta e la scomparsa della cittadina vaticana, aggiungendo che era stata uccisa e il suo corpo, rinchiuso in un sacco, gettato in una betoniera a Torvaianica. Secondo la testimone, la 15enne sarebbe stata tenuta prigioniera in un’abitazione vicino a piazza San Giovanni di Dio. Sulla base di queste affermazioni chi indaga cerca elementi e riscontri. Poi l’apertura della tomba di De Pedis, il 14 maggio 2012, accanto un ossario che viene esaminato da un gruppo di esperti, concludendosi con esito negativo. Successivamente fornisce dichiarazioni anche Fassoni Accetti che fa ritrovare a “Chi l’ha visto?” un flauto traverso che, a suo dire, sarebbe appartenuto alla Orlandi. Le indagini sul dna però non portano a nulla.
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