Tensioni al Senato dopo la decisione di portare la riforma in Aula. Gotor: “forzatura”, drammatica e sbagliata

Tensioni al Senato dopo la decisione di portare la riforma in Aula. Gotor: “forzatura”, drammatica e sbagliata

Al termine di una giornata politicamente convulsa e istituzionalmente accidentata, la Conferenza dei capigruppo del Senato ha deciso di portare il testo di riforma costituzionale targato Boschi-Renzi direttamente in Aula a partire da domani, quando avrà inizio la discussione generale. Il termine per la presentazione degli emendamenti è stato fissato per il prossimo mercoledì 23 settembre. Grasso ha precisato che saranno “sedute uniche” senza interruzioni quindi, se non quelle decise dalla presidenza.

La Conferenza dei capigruppo sancisce la decisione di Palazzo Chigi

La Conferenza dei capigruppo è stata sostanzialmente imposta dal Partito democratico proprio per portare direttamente in Aula l’importante provvedimento, senza passare attraverso l’esame della Commissione Affari Costituzionali. Eppure, nel corso della giornata, da parte delle opposizioni vi erano stati tentativi di costruire una mediazione che riportasse il testo in Commissione. Roberto Calderoli, il presentatore di oltre 500.000 emendamenti aveva dichiarato di volerne presentare solo 10, cancellando quella montagna, qualora vi fosse stato l’impegno della maggioranza e del ministro a ripassare attraverso il dibattito in Commissione. “Manovre politiche prima, manovre politiche adesso”, ha fatto sapere Luigi Zanda, il capogruppo al Senato del Pd, respingendo la richiesta di Calderoli. Ora, al di là della legittimità delle opposizioni di fare manovre politiche, qualunque siano, è evidente che lo spostamento diretto in Aula segnala il timore del Pd di non avere la maggioranza numerica in Commissione, e che sulla questione centrale della emendabilità dell’articolo 2 sarebbe andata sotto.

Il PD esce comunque sconfitto

Chi esce davvero devastato da questo lungo braccio di ferro istituzionale che ha sostanzialmente immobilizzato il dibattito politico per settimane è proprio il partito del premier, quel Partito democratico la cui minoranza interna è stata invitata al tavolo di una mediazione inutile, perché nel frattempo i massimi dirigenti istituzionali e politici avevano già annunciato la decisione alla stampa della sostanziale intoccabilità dell’articolo 2. A quel punto, la senatrice Doris Lo Moro, capogruppo in Commissione ed esponente della minoranza, ha capito che ogni tentativo di dialogo era stato ormai bloccato, si era naufragato dinanzi alle esternazioni di Renzi e di tanti suoi epigoni. La frattura tra minoranza e maggioranza del Pd si è così approfondita, al punto che lo stesso Renzi ha messo in agenda per lunedì prossimo la Direzione nazionale del partito. La minoranza andrà o non andrà? E per dire cosa? Dopo lo strappo istituzionale, e lo schiaffo all’autonomia del Parlamento, non sembrano esserci ulteriori spazi alla discussione.

Il vicesegretario Guerini si arrampica sugli specchi, ma conferma la linea

Il vicesegretario del Pd, Lorenzo Guerini, fa sapere dalla Calabria che “siamo dentro un percorso di confronto tra di noi e vi possono essere posizioni diverse su alcuni aspetti del disegno di legge sulla riforma costituzionale. Però quello che conta è arrivare in fondo a questo lavoro, farlo portando dentro tutto il Partito democratico. Se ciascuno guarda il percorso che abbiamo compiuto fino a oggi e le posizioni che il partito ha avuto negli anni passati su questo tema trovo tutte le ragioni per poter votare questa riforma”. Tuttavia, a questa apparente apertura fa seguire un vero e proprio diktat: “Noi intendiamo andare avanti perché la riforma di cui il paese ha bisogno è iniziata più di un anno fa, riprendendo un dibattito ormai trentennale. Abbiamo l’occasione di realizzare istituzioni più efficienti, di modernizzarle, ci sono le condizioni per poterlo fare e il Pd nella direzione nazionale di lunedì penso che dopo il dibattito confermerà la volontà di andare con determinazione avanti in questa direzione”.

Miguel Gotor a Jobsnews: “Il Pd commette una forzatura sullo spostamento in Aula del testo”

Il senatore Miguel Gotor, esponente importante della minoranza dei bersaniani, ha detto a Jobsnews, con tono apparentemente ottimistico, ma drammaticamente realistico a proposito della Direzione: “non esistono fratture insanabili, fino all’ultimo si può trovare una soluzione. Finalmente, dopo tante chiacchiere estive, si andrà in aula e si caleranno le carte”. Fin qui sembra una posizione, dopo tutto, ancora conciliante. Ma ecco che Gotor diventa durissimo a proposito della decisione Dem di portare il provvedimento in Aula: “Il Pd commette una forzatura”, ci confessa Gotor, “Calderoli aveva levato dal tavolo gli emendamenti e quindi la Commissione era agibile e sarebbe stato bene utilizzarla”. E poiché si tratta di una questione centrale sul piano istituzionale, il giudizio di Gotor che si sia trattato di una forzatura pone anche una sorta di questione democratica e di legittimità della maggioranza a disporre delle istituzioni a seconda delle proprie convenienze. Per questo, il confronto in Direzione, se vi sarà, avrà toni “drammatici”, perché l’asticella dello scontro è ormai alzata fin verso il giudizio di antidemocraticità della maggioranza e dell’esecutivo nell’imporre agenda e calendario al Parlamento.

SEL tenta di cambiare l’agenda del Senato

Non è un caso, dunque, che SEL abbia fatto una proposta provocatoria attraverso la capogruppo Loredana De Petris. Il dibattito sulla riforma costituzionale terrà impegnato il Senato per un mese, sostiene la capogruppo di SEL, durante il quale saranno immobilizzati progetti di legge importanti e decisivi per il Paese. La senatrice De Petris propone dunque di abbandonare il progetto di riforma costituzionale del Senato per dibattere e approvare leggi di civiltà, come le unioni civili, e contro la povertà.

 

 

 

 

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