Storie sospese: speculazioni ad alta quota

Storie sospese: speculazioni ad alta quota

Dopo anni di gavetta teatrale, e dopo  peripezie per disegnare una strada nel fitto sottobosco del cinema italiano che conta, Marco Giallini vede finalmente la luce. Era il lontano inverno del 2008, e l’attore romano classe ’63 si presentava al pubblico della serie Tv evento Romanzo Criminale, vestendo i panni del Terribile. In breve tempo riuscì a far breccia nei cuori degli spettatori, nonostante il suo personaggio fosse il più acerrimo nemico della Banda della Magliana. E così, abbandonata quella stradina impervia così a lungo percorsa, Giallini viaggiava a folle velocità verso il successo: Io, Loro e Lara (2009), ACAB- All Cops Are Bastards (2012), Tutta Colpa di Freud (2014). Questi, e moltissimi altri titoli, a testimonianza di una presenza costante sul grande schermo, ma soprattutto di una caratura artistica multiforme e variegata. Iniziare la recensione di Storie Sospese elogiando il protagonista del film diventa quindi un atto doveroso, sia perché Giallini, con questa pellicola, aggiunge un’altra buona performance al suo cursus honorum, sia perché, di fatto, il lungometraggio di Stefano Chiantini ha poco altro da regalarci. Probabilmente ispirato dalle sue origini abruzzesi, il regista di Isole (2012) mette in scena il dramma della speculazione edilizia in un paesino della provincia di Chieti. Thomas è un rocciatore che, in seguito alla morte di un collega, è costretto ad abbandonare il suo lavoro ed inizia a collaborare alla realizzazione di un viadotto che taglia in due una montagna, minando seriamente la sicurezza del paese sottostante. Quello che doveva essere un film di denuncia, incoraggiato da un prologo molto ben costruito, diventa invece un’ insipida contrapposizione di idee tra chi è in favore e chi è contrario alla costruzione dell’opera. La serialità di inquadrature troppo simili tra loro, che continuamente vengono proposte per dare giustizia all’affascinante paesaggio montano, sembrano piuttosto voler tappare quelle crepe che, idealmente, lacerano la sceneggiatura del film ancor più che le abitazioni in cui la storia stessa è girata. In un simile contesto, dunque, l’unico vero collante in grado di tenere insieme i cocci è proprio Marco Giallini, affiancato sul set da Antonio Gerardi nei panni di un costruttore senza scrupoli. Gerardi che, proprio grazie (o a causa di) Romanzo Criminale, non riesce più a scrollarsi di dosso lo stereotipo del meridionale corrotto e colluso con la Camorra.

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