Scattone getta la spugna, “non sono sereno”. Subisce il linciaggio dei media che ne calpestano i diritti

Scattone getta la spugna, “non sono sereno”. Subisce il linciaggio dei media che ne calpestano i diritti

Un gesto di grande dignità quello di Giovanni Scattone che ha rinunciato alla cattedra di Psicologia all’Istituto professionale di Roma, come era suo diritto, avendo vinto un regolare concorso nel 2012, dopo anni di precariato. Noi  la pensiamo così ed aggiungiamo dignità, che è mancata al mondo del giornalismo protagonista di un vero e proprio linciaggio nei confronti di una persona che ha pagato per un delitto, omicidio colposo di  Marta Russo che lui ha sempre negato di aver commesso. Ha scontato la pena di 5 anni e quattro mesi di carcere. La sentenza non prevedeva  come pena aggiuntiva il fatto che il giovane assistente universitario non potesse più esercitare la professione di insegnante. Lui si è sempre dichiarato innocente e per questo non ha mai chiesto il perdono. Cosa che gli rimprovera la madre di Marta. Comprendiamo l’amarezza della signora Aureliana.

L’amarezza della madre di Marta Russo sfruttata dai media  in cerca di sensazioni forti

Ma la sua amarezza non può trasformarsi in un linciaggio, perché di questo si è trattato da parte dei professionisti della comunicazione, che devono, dovrebbero, rispondere ad un preciso codice deontologico in cui i fatti, le notizie, sono l’oggetto principale. E non la ricerca di sensazioni forti. Leggiamo la cronaca di un grande quotidiano dove si dice che ha scontato la pena  per l’omicidio (colposo), dove quel “colposo” fra parentesi è tutto un programma. Sempre sui media troviamo giuste campagne  che riguardano i diritti dei carcerati, lì espiazione della pena come recupero da parte della società, la “redenzione” si scrive talora usando una parola antica. Lo stesso Giorgio Napolitano da Presidente della Repubblica, inviò un messaggio alle Camere, parlò di amnistia, oggi è papa Francesco che ne parla in vista del Giubileo. Per non parlare di Marco Pannella, delle campagne dei radicali.

Il significato della pena, il recupero del carcerato che rientra nella società civile

Ma il significato della pena, il recupero  del carcerato che rientra nella società sono all’ordine del giorno nelle cronache. Allora perché  a Scattone, di fatto, si è impedito di tornare ad esercitare la sua professione?  Dice il professore: “Se la coscienza  mi dice di poter insegnare, la mancanza di serenità mi induce a rinunciare all’incarico”. Una decisione che significa la rinuncia a quell’incarico fisso cui aspirano decine di migliaia di insegnanti. Se vorrà provarci ancora dovrà ripartire da zero. Sapendo che troverà sempre sulla strada un ostacolo insormontabile perché ci sarà sempre qualcuno che aprirà una sorta di caccia alle streghe. In passato dovette dimettersi lasciando  una supplenza nel liceo scientifico romano Cavour dove aveva studiato Marta Russo. La polemica cessò presto e lui ottenne altre supplenze, altri incarichi temporanei. Nessuno ebbe più a dire qualcosa. I media tacquero e Scattone uscì dalle pagine di cronaca. In fondo un supplente, un precario non faceva notizia. Gli italiani, durante il processo si erano divisi in parti quasi uguali fra innocentisti e colpevolisti.

Non c’era la notizia che ha dato vita alla campagna mediatica

Cose passate. In fondo era un suo diritto quello di insegnare. Allora perché proprio ora si scatena la  bufera? In effetti, la notizia che ha dato il via alle polemiche non  c’era. In effetti la notizia era la riapertura delle polemiche, usando, ci scusi la madre di Marta Russo, proprio le sue parole. Nel momento in cui Scattone vinse il concorso, nessuno ebbe niente da ridire. I media sapevano che aveva vinto ma non faceva notizia. Al momento in cui diventa ufficialmente un dipendente pubblico il suo nome torna in primo piano. Non è un caso che la signora Russo ora affermi: “Da Scattone una prova di buonsenso: è stata fatta giustizia. Sono soddisfatta e contenta per gli studenti che non avranno come insegnante una persona così inadatta ad essere educatore. Evidentemente si è sentito pressato. Ormai lui una vita se l’è rifatta, Marta non ha avuto questa possibilità. La nostra piccola battaglia ha vinto, ha dato i suoi frutti”. Dice  Scattone: “Con grande dolore ed amarezza ho preso atto delle polemiche che hanno accompagnato la mia stabilizzazione nella scuola con conseguente insegnamento nell’oramai imminente anno scolastico. Il dolore e l’amarezza risiedono nel constatare che, di fatto, mi si vuole impedire di avere una vita da cittadino ‘normale'”. È “stabilizzazione” la parola chiave del linciaggio mediatico dell’insegnante.

Una condanna che si trasforma in un ergastolo senza speranza

L’essere diventato un dipendente pubblico lo rende vulnerabile. In realtà è il ritorno ufficiale al lavoro che sollecita gli istinti peggiori, pruriginosi. Ma seguendo questa logica nessun carcerato può avere la speranza, scontata la pena, di essere ammesso nella società civile. Di fatto, un ergastolo, una condanna a vita. Una società, se così dovesse essere, incivile, odiosa. Dice ancora Scattone: “La mia innocenza, sempre gridata è pari al rispetto nei confronti del dolore della famiglia Russo. Ho rispettato, pur non condividendola, la sentenza di condanna. Quella stessa sentenza mi consentiva, tuttavia, di insegnare. Ed allora sarebbe stato da Paese civile rispettare la sentenza nella sua interezza”. Invece no, i dieci anni di insegnamento come supplente non contano niente, era un precario, nascosto dallo Stato, non faceva notizia.

Le  porte  del nostro giornale sono sempre aperte

Conclude Scattone: “Se la coscienza mi dice, come mi ha sempre detto, di poter insegnare, la mancanza di serenità mi induce a rinunciare all’incarico per rispetto degli alunni che mi sono stati affidati”. Usa  una parola che sembra uscita dai vocabolari: “Rispetto”. Poi l’amarezza. “Così questo Paese mi toglie anche il fondamentale diritto al lavoro. Dopo la tragedia che mi ha colpito, solo la speranza mi ha dato la forza di andare avanti. Anche oggi – conclude – vivrò con la speranza che un giorno la parte sana di questo Paese, che pure c’è ed è nei miei tanti ex alunni che in questi giorni mi sono stati vicini e nella gente comune che mi ha manifestato tanta solidarietà, possa divenire maggioranza”. Lo speriamo anche noi e se vuole darci una mano le porte del nostro giornale sono sempre aperte.

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