Riforme. La sceneggiata dell’intesa nel Pd. La minoranza nega. Renzi la usa strumentalmente

Riforme. La sceneggiata dell’intesa nel Pd. La minoranza nega. Renzi la usa strumentalmente

A poche ore dalla Direzione nazionale, fissata per il tardo pomeriggio di lunedì 21 settembre al Nazareno, nel Partito democratico continuano sui media le discussioni sulla riforma del Senato: elezione diretta prevista in Costituzione o affidata a regole interne di ciascuna Regione? Sembra una vera e propria sceneggiata, recitata da chi sostiene che si sia trovato un accordo tra le diverse posizioni, e chi addirittura invece nega che una trattativa sia mai stata aperta, dopo la decisione della capogruppo Doris Lo Moro di lasciare il tavolo.

L’intervista di Bersani al Corriere: elezione diretta del nuovo Senato e mai sentito di intese

Con una lunga intervista concessa al Corriere della sera di domenica, è lo stesso Pierluigi Bersani a chiarire che non solo la posizione resta integralmente quella della elezione diretta dei senatori nel nuovo Senato, ma nega che siano in corso trattative, smentendo, nei fatti, Palazzo Chigi, la ministra Boschi, e la segreteria del Pd. Dice Bersani al Corriere: “Io non rompo. Ho solo detto una cosa che pensavo fosse chiara da tempo e cioè che devono essere i cittadini a eleggere i senatori. E da qui, ho aggiunto, non ci si scosta”.  E prosegue: “Per me, un`intesa che dica ‘decidono gli elettori’ può essere scritta in qualsiasi comma dell`articolo 2. Mi sta bene tutto. Purché lo si faccia senza ambiguità, senza seconde intenzioni o trucchi verbali. Io mi auguro che, se si trovasse un accordo sull`elettività dei senatori, in un clima nuovo si possa anche riflettere su altri necessari miglioramenti, a cominciare dalle funzioni del Senato”. Sulla eventualità di una scissione, Bersani insiste: “Io non ho mai rotto e non romperò questa volta. Ricordo però che ho una posizione, così chiara che la capisce anche un bambino. Ed è inutile che si faccia finta di non capire. Devo anche dire che sono un po` sorpreso, perché leggo di intese che si fanno e che si rompono, quando invece io non ho avuto nessun contatto diretto. Mi pareva di aver percepito la disponibilità a lavorare sul comma 5 dell`articolo 2 e che la questione si potesse risolvere lì. Se ho capito male, sarebbe interessante saperlo”. Bersani fa riferimento al cosiddetto “Lodo Finocchiaro”, ovvero una possibile mediazione con l’aggiunta al comma 5 dell’articolo 2 della legge di riforma della “indicazione degli elettori” di chi saranno i senatori, lasciando però alle Regioni l’interpretazione concreta del termine “indicazione”.

I chiarimenti di Gotor: si fanno filtrare false notizie su intese nel Pd

Occorre aggiungere che alle parole di Bersani fanno eco gli ulteriori chiarimenti di Miguel Gotor nel corso di un’intervista al Gr1. Il senatore Pd di area bersaniana dice senza equivoci che l’obiettivo della minoranza è di pervenire al “riconoscimento di un principio semplice, e cioè quello della elettività dei prossimi senatori, da scrivere in Costituzione”. E mentre Bersani sostiene al Corriere di aver “percepito” la possibilità di lavorare sul comma 5 dell’articolo 2, Gotor chiarisce ulteriormente che non basta che nell’articolo 2 i cittadini semplicemente indichino i consiglieri senatori: “Una cosa è indicare – spiega Gotor – un’altra cosa invece è votare ed eleggere mettendo un nome di una persona che poi ti rappresenterà al nuovo Senato”. Gotor coglie esattamente il punto più delicato della questione istituzionale, e pone un problema istituzionale rilevante, ovvero come si elegge un organismo di secondo livello, con elezione diretta. Hic rodus hic salta, si direbbe. E infatti, Gotor aggiunge: “Noi stiamo parlando di elettività diretta, cioè che ci sia una indicazione popolare diretta dei cittadini. Poi i Consigli Regionali possono ratificare, prendere atto con un voto, come Consigli Regionali, della volontà popolare. Se invece si continua a far filtrare false notizie, o indiscrezioni sui giornali che poi si danno come accordo condiviso quando così non è, questo è un problema che non riguarda noi”. E anche Gotor, come Bersani, accusa qualcuno di “far filtrare” notizie false. A chi si riferisce? A Palazzo Chigi e alle sue veline, evidentemente. Renzi ha tutto l’interesse a sostenere l’ipotesi dell’accordo, in modo da tenere basse le richieste ricattatorie di eventuali senatori della destra. Con il chiarimento di Bersani e di Gotor sappiamo con certezza che quando la ministra Boschi e Palazzo Chigi sostengono, urbi et orbi, che ci sono i numeri, lo fanno semplicemente per evitare che si inneschi una sorta di asta tra senatori disponibili a votare la riforma. Se la minoranza tiene il punto, invece, facendo venire meno i numeri necessari per la maggioranza, allora Renzi sarebbe costretto a giocare la carta degli incarichi ministeriali e istituzionali ai senatori “disponibili”.

La posizione di Chiti: la riforma non si fa col pallottoliere. La Costituzione appartiene agli italiani

”L’intesa sull’elettività del nuovo Senato è a portata di mano, se si vuole trovare una mediazione degna della Costituzione. Il Senato sarà composto da un sindaco per Regione e da 74 consiglieri regionali. Nell’articolo 2, comma 5 della legge bisogna stabilire con chiarezza che i senatori saranno eletti dai cittadini e che i consigli regionali dovranno prendere atto con una ratifica. C’è un precedente: nel 1995 i presidenti di Regione vennero eletti con una presa d’atto dei consigli rispetto alla scelta dei cittadini”. Lo ha detto il senatore del Pd Vannino Chiti ai microfoni di Rainews 24 e del Tg3. ”L’elettività del Senato – ha aggiunto Chiti – non è l’unico aspetto da modificare: 25 senatori del Pd lo scorso 2 luglio hanno presentato un documento con proposte di modifica sulle competenze, le funzioni di garanzia e controllo del Senato, sulla riduzione del numero dei deputati e sul Titolo V. Non si tratta di un ‘prendere o lasciare’ o di un gioco al rialzo. Vogliamo confrontarci nel merito e raggiungere un’intesa ampia nel Pd, nella maggioranza di governo e con le opposizioni disponibili. La riforma non si fa con il pallottoliere ma con il dialogo e con la politica. La Costituzione non è dei parlamentari del momento o dei governi: è dei cittadini italiani”.

Le rivelazioni di Calderoli sul mercato dei senatori

Non è un caso, infatti, che sia stato Calderoli, in queste ore, in un’intervista a Maria Latella per Sky, a far emergere le falsità contenute nella strategia della ministra e di Palazzo Chigi. Calderoli ha detto: “Ho fatto una verifica con la minoranza del PD e mi confermano, come ha dichiarato Bersani, che non c’è alcuna trattativa in corso. Forza Italia di trattative, che io sappia, non ne ha, se non sul discorso di riaprire sulla legge elettorale. Il problema è che la legge elettorale in un testo costituzionale non può essere trattata, e quindi bisognerebbe aspettare e credere a una promessa”. L’ultima parte di questo intervento ha suscitato le ire di Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera, che vi ha letto una subdola accusa di accordi sottobanco con Renzi, soprattutto dopo il passaggio di Verdini e dei suoi sulla sponda renziana.

La ministra Boschi costretta sulla difensiva cambia strategia e accusa i veti della minoranza

Come ha reagito la maggioranza del Pd? Intanto c’è da registrare un cambio di strategia da parte della ministra Boschi, che ha rinunciato, almeno nelle dichiarazioni domenicali, a parlare di “numeri che ci sono e di approvazione certa”. Questa volta, la ministra pare più cauta e addirittura evoca paure e timori più volte ripresi da Renzi: “Ci deve essere la volontà di arrivare a un punto di accordo vero: vedo il rischio serio, non tanto che fallisca questo tentativo di riforma perché entreremmo nell’ampia tradizione di tentativi rimasti nel cassetto, ma il rischio maggiore di perdere la nostra credibilità come partito. Se il Pd perde le sfide del rinnovamento e delle riforme nel paese, in un momento in cui è riuscito comunque a sostenere l’uscita dalla crisi, se fallisse, l’alternativa non credo sia qualcosa di ancora più riformatrice, di ancora più a sinistra, l’alternativa sarebbe necessariamente il rischio di consegnare il paese a M5S e alla Lega. Questo è il rischio vero che stiamo correndo”. Il ricatto che la ministra fa ricadere sulla minoranza è dunque evidente: opponetevi alle riforme, bocciatele e vi assumete la responsabilità di affidare l’Italia a Grillo e a Salvini. Incredibile, ma vero, dopo questa minaccia, la Boschi si rammenta di essere anche ministro della Repubblica, e riveste i panni istituzionali, dicendo: “Spero prevalga il senso di responsabilità e la saggezza di persone che da sempre si sono impegnate nel partito”. Boschi ha ribadito come “non si possa ricominciare da capo su una riforma di cui Pd e governo sono stati protagonisti per un singolo comma, non sarebbe serio verso i cittadini, non ci capirebbe nessuno”. Ma la voglia di tornare a indossare i panni dell’esponente di punta della maggioranza renziana ha la meglio, e la Boschi non si trattiene dall’evocare i veti: “Non ci sono chiusure totali, lo abbiamo dimostrato in questi 18 mesi in cui sono state fatte tante riunioni, 24 Direzioni dall’inizio della segreteria Renzi, domani è la 25ma. Continueremo a confrontarci, a lavorare per una intesa perché nessuno vuole arrivare a un voto col Pd diviso ma ci sono delle regole di partito e di gruppi parlamentari: va bene tutto ma non si può neanche pensare che una minoranza possa mettere un veto perché non lo sta facendo la maggioranza”. Un veto? Rammentiamo alla smemorata ministra che esiste un importante e decisivo documento, firmato da una trentina di senatori del Pd, su elezioni e funzioni del nuovo Senato depositato presso il suo ufficio e a Palazzo Chigi, rimasto nei cassetti e sul quale è sempre stato rifiutato qualunque confronto. Rammentiamo alla smemorata ministra che da oltre un anno, Vannino Chiti offre alla maggioranza una ragionevole via d’uscita all’impasse in cui si è cacciata. E rammentiamo infine alla smemorata ministra che il vicecapogruppo del Pd al Senato ha pubblicato sull’Huffington Post un intervento che conteneva una mediazione possibile più avanzata. Allora, quali sono i veti?

Rosato, capogruppo Pd alla Camera, renziano, non smentisce l’inesistenza di accordi

Nella maggioranza renziana, infine, c’è chi la verità la dice tutta e senza peli, né scrupoli. È il nuovo capogruppo Pd alla Camera Ettore Rosato, intervistato pure lui al Gr1, il quale è convinto che “per fare un accordo bisogna essere in due. Noi siamo sempre stati aperti a discutere nel merito diverse modifiche. Peraltro stiamo correggendo su loro richiesta cose che avevamo introdotto alla Camera sempre su loro richiesta. Più disponibili di così è difficile essere”. In realtà, Rosato fa riferimento ad una serie di emendamenti pasticciati e verosimilmente incostituzionali, presentati dalla maggioranza, e sui quali occorrerebbe intervenire. Tuttavia, aggiunge Rosato, “restiamo convinti della nostra posizione. Vogliamo allargare al massimo il consenso sulla riforma a partire dal Pd, con due punti fermi: primo, le cose già votate da Camera e Senato non si cambiano, e secondo, le riforme devono andare avanti con rapidità”. A buon intenditor bastano poche parole per sapere come finirà questa ennesima sceneggiata del Partito democratico su questioni delicate come la riforma costituzionale.

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